I fondi verdi possono ancora investire in petrolio

I fondi verdi possono ancora investire in petrolio

La revisione Ue introduce tre nuove categorie, ma apre ai fossili nella fascia “transizione”

Un labirinto di etichette

Fino a oggi, orientarsi era un esercizio per iniziati. Un fondo poteva dichiararsi «Articolo 8» (promuove caratteristiche ambientali o sociali) o «Articolo 9» (ha un obiettivo di sostenibilità dichiarato), ma senza che queste parole corrispondessero a criteri univoci o facilmente verificabili. Così, due prodotti con la stessa sigla potevano contenere strategie molto diverse, e il risparmiatore comune restava con un pugno di mosche in mano. La revisione dell’intero quadro normativo, avviata proprio per rimediare a questa cacofonia, ha ricevuto un’accelerazione nei giorni scorsi: il 24 giugno 2026, la posizione negoziale del Consiglio dell’UE ha messo sul tavolo un nuovo sistema di categorizzazione. L’obiettivo dichiarato è passare da un’informativa astrusa a poche categorie chiare. Ma il diavolo, come spesso accade, si annida nei dettagli – e in un compromesso politico che rischia di aumentare la confusione invece di dissolverla.

Fossili in transizione: il compromesso

Il cuore del mandato negoziale del Consiglio è l’apertura esplicita alle società attive nel settore dei combustibili fossili. In base a quanto concordato, un’impresa che estrae o vende petrolio e gas può rientrare nella categoria «transizione» se destina il 20% delle proprie spese in conto capitale ad attività allineate alla tassonomia verde europea e ha un piano credibile, con scadenze definite, per ridurre le emissioni di gas serra. Tradotto: per ogni 100 euro investiti in nuovi impianti, almeno 20 devono andare a progetti verdi – e gli altri 80 possono ancora finanziare trivelle e gasdotti. Il Consiglio ha previsto un quarto indicatore obbligatorio per la valutazione degli impatti negativi di questi investimenti, nel tentativo di migliorare la trasparenza su ciò che davvero c’è dentro il fondo. Ma per il risparmiatore che cerca prodotti autenticamente sostenibili, la sfida si complica: un’etichetta «transizione» potrebbe ospitare titoli di compagnie petrolifere, purché il gestore dimostri che stanno destinando una quota minoritaria delle loro risorse alla svolta verde. La domanda diventa: quanto è facile, per chi non ha competenze finanziarie, distinguere un fondo che finanzia la transizione vera da uno che fa solo un po’ di maquillage verde? E chi paga il conto della complessità se poi il greenwashing si nasconde proprio dentro le nuove categorie?

Tre categorie per orientarsi (forse)

Eppure, la revisione introduce anche alcune novità che potrebbero aiutare. Il Consiglio ha delineato tre nuove categorie di prodotto per sostituire i vecchi riferimenti agli Articoli 8 e 9. La prima è «sostenibile»: dentro ci finiscono investimenti in aziende o progetti che già rispettano standard elevati di sostenibilità. La seconda è «transizione»: raccoglie imprese e iniziative che non sono ancora sostenibili ma stanno seguendo un percorso credibile per diventarlo – ed è qui che si colloca l’apertura ai combustibili fossili, con i paletti di cui abbiamo parlato. La terza, «ESG di base», riguarda tutti gli altri prodotti che integrano approcci ambientali, sociali o di governance, ma senza soddisfare i criteri delle due categorie superiori. È una semplificazione che, sulla carta, dovrebbe rendere più immediata la lettura dell’offerta finanziaria. C’è però un’altra scappatoia che vale la pena conoscere: il mandato del Consiglio esenta i fondi di investimento alternativi offerti esclusivamente a investitori professionali dall’obbligo di applicare queste categorizzazioni. La motivazione ufficiale è che i professionisti non avrebbero bisogno dello stesso livello di informazione standardizzata dei piccoli risparmiatori. In pratica, una fetta di mercato resterà fuori dalle nuove regole, con un onere amministrativo ridotto per i gestori ma anche con un occhio alla trasparenza un po’ meno aperto.

Alla fine della giostra, chi mette i propri soldi in un fondo etichettato come sostenibile o in transizione ha un compito in più: non fidarsi solo dell’etichetta. La trasparenza si costruisce un dato alla volta. Controlla sempre cosa finanzia davvero il tuo investimento – i fondi sono obbligati a pubblicare la lista delle partecipazioni – e chiedi al tuo consulente il nuovo indicatore di impatto negativo, quello che il Consiglio ha reso obbligatorio proprio per rendere più visibili i rischi ambientali e sociali. In attesa che il testo finale diventi legge dopo il negoziato con il Parlamento europeo, la bussola resta la stessa: meno sigle, più sostanza.

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