Il Crown Estate trattiene il 60% delle entrate per reinvestire dopo il cedimento del progetto Morgan da 1,5 GW
Ieri il Crown Estate — l’ente che gestisce il patrimonio immobiliare della monarchia britannica, inclusi i fondali marini su cui poggia l’intera flotta eolica offshore del Regno Unito — ha comunicato un calo dell’utile operativo annuo a 1,2 miliardi di sterline, in discesa dagli 1,4 miliardi dell’esercizio precedente. Nello stesso giorno, i dati raccontavano di 13 gigawatt di capacità installata, 36 parchi eolici operativi e un balzo del 20% nei ricavi generati dagli impianti già in funzione, saliti a 117 milioni di sterline. Le pale girano, l’elettricità arriva a terra, eppure il conto economico della Corona si è sgonfiato di duecento milioni. È il primo segnale di una tensione che covava sotto la superficie dei grandi annunci e che ora comincia a mostrare crepe visibili.
Il paradosso del vento: più pale, meno profitti
La contraddizione è solo apparente, ma è istruttiva. I parchi esistenti — quelli già connessi alla rete e che vendono energia da anni — stanno andando bene, come dimostra l’aumento del 20% dei ricavi. Il problema è un altro: sono mancati i proventi attesi dai canoni di opzione del Round 4, il grande programma di assegnazione dei fondali lanciato con ambizioni da record. Sono quei canoni — quasi 900 milioni di sterline l’anno, stando agli impegni sottoscritti dagli sviluppatori — a fare da architrave finanziario dell’intero meccanismo. Quando l’architrave si incrina, il palazzo trema anche se le fondamenta reggono.
Il Crown Estate ha restituito al Tesoro 487 milioni di sterline, portando il contributo complessivo dell’ultimo decennio a 5,1 miliardi. Denaro che finisce nei conti pubblici e che i cittadini britannici incassano indirettamente. Ma la cifra è più bassa del previsto, e il motivo è scritto nei minori ricavi da opzione del Round 4: meno progetti che avanzano, meno sviluppatori che pagano. Intanto i primi due progetti del Round 4 sono entrati in fase di costruzione quest’anno — un traguardo vero, non un comunicato stampa — ma il quadro d’insieme resta fragile.
Round 4: la scommessa da 8 GW e il primo cedimento
Per capire cosa sta succedendo bisogna tornare al gennaio 2023, quando il Crown Estate firmò gli accordi di locazione per tutti e sei i progetti selezionati nel Round 4: una pipeline da circa 8 gigawatt complessivi. I nomi erano quelli che contano nell’eolico offshore europeo. RWE con i due tronconi di Dogger Bank South (3 GW in totale). EnBW e BP con Morgan e Mona (altri 3 GW). TotalEnergies e Corio Generation con Outer Dowsing (1,5 GW). Cobra e Flotation Energy con Morecambe (480 MW). Sei progetti, sei developer, una scommessa industriale da decine di miliardi.
Il meccanismo prevedeva che gli sviluppatori pagassero canoni di opzione annuali per mantenere i diritti sui siti, generando un flusso costante per il Crown Estate e per il Tesoro. Ma il meccanismo regge solo se i progetti vanno avanti. E qui entra in scena Morgan. Lo scorso 8 giugno EnBW ha restituito i diritti di locazione del sito da 1,5 gigawatt al largo della costa gallese. Motivo dichiarato: non aver ottenuto i Contratti per Differenza nell’asta AR7. Tradotto: il prezzo garantito dallo Stato non era sufficiente a giustificare l’investimento. EnBW ha fatto i conti, ha guardato il rischio e ha chiuso il cantiere prima ancora di aprirlo.
Morgan non è un dettaglio. È un sesto dell’intero Round 4, un segnale di prezzo che mette in discussione la capacità del Regno Unito di attrarre e trattenere capitale privato su progetti di questa scala quando i meccanismi di supporto pubblico non sono calibrati. L’AR7 — la settima asta per i Contratti per Differenza — doveva essere lo strumento che trasformava le opzioni sui fondali in turbine in mare. Ha funzionato per alcuni, ma non per Morgan. E Morgan non sarà l’ultimo banco di prova.
Reinvestire per non affondare: la mossa della Corona
Di fronte a queste crepe, il Crown Estate ha preso una decisione che dice più di mille dichiarazioni d’intenti: nell’esercizio fiscale 2026 e 2027 tratterrà il 60% delle entrate lorde per reinvestirle, contro il 27% precedente. È un salto che non ha precedenti recenti. Significa che quasi due terzi di ciò che entra — dai canoni, dagli affitti, dai ricavi dei parchi — resteranno dentro l’ente per finanziare nuove infrastrutture, nuovi studi di fattibilità, nuovi bandi, invece di finire nelle casse del Tesoro.
La scelta è carica di implicazioni. Per gli sviluppatori, può tradursi in condizioni più favorevoli, iter più rapidi, forse costi di accesso ridotti. Per i cittadini britannici, meno denaro immediato nei conti pubblici ma — nelle intenzioni — più energia pulita e più stabile nel medio periodo. Per la transizione energetica, è il riconoscimento che il modello basato sui soli segnali di mercato e sulle aste competitive ha bisogno di essere lubrificato con capitale paziente e pubblico, altrimenti i Morgan si moltiplicano. Resta aperta la domanda: basterà?
Il Regno Unito continua a definirsi la «Arabia Saudita del vento», e i numeri fisici — 13 GW installati, 36 parchi operativi, due progetti Round 4 già in costruzione — danno sostanza all’ambizione. Ma il flop Morgan dimostra che senza aste ben calibrate, senza prezzi di riferimento che coprano davvero i costi di una filiera sotto stress inflattivo, anche i giganti possono fermarsi. Dei sei progetti del Round 4, uno è già tornato al mittente. Gli altri cinque — Dogger Bank South, Mona, Outer Dowsing, Morecambe — sono ora osservati speciali. Il Crown Estate ha alzato la posta reinvestendo il 60% delle entrate. Ora tocca al governo britannico dimostrare che l’AR8, la prossima asta, saprà fare meglio dell’AR7.

Leave a Reply