Il colosso americano si aggiudica 600 MW su 976,5 con un contratto ventennale
Lo scorso 19 giugno, il più grande parco eolico offshore tedesco aveva già il 61% della capacità prenotato. Non da una utility energetica, ma da un colosso dell’e‑commerce americano. Oggi, a distanza di una settimana, quella quota sale oltre il 70%: Uniper ha firmato un nuovo PPA per Gennaker per 100 megawatt. Tra Amazon e Uniper, 700 dei 976,5 MW del parco sono già stati assegnati con contratti di acquisto a lungo termine. La partita per l’energia della Baltic Sea non riguarda più la transizione tedesca: è una corsa all’accaparramento in cui i policy maker e le tradizionali società elettriche arrancano.
Il 61% che cambia le regole
L’accordo che Amazon ha siglato con Skyborn Renewables lo scorso 19 giugno è il più grande PPA singolo mai firmato in Germania per un impianto eolico offshore: 600 megawatt, circa il 61% della capacità pianificata del parco Gennaker, che con le sue 63 turbine Siemens Gamesa da 15,5 MW entrerà in funzione completa nel 2028. Il volume è tale da spostare gli equilibri di un intero settore. Non si tratta di un piccolo acquisto spot per coprire una quota marginale del consumo di un data center: è l’appropriazione contrattuale di una fetta dominante di un’infrastruttura che dovrebbe, nelle intenzioni di Berlino, contribuire alla sicurezza energetica nazionale.
E oggi, 26 giugno, Uniper ha messo la firma su un contratto analogo, di dimensioni molto più ridotte: 100 MW per un periodo iniziale di dieci anni, con opzione di rinnovo. Per l’utility di Düsseldorf è il primo PPA offshore di Uniper, un dettaglio che dice molto dello stato della concorrenza. Il progetto Gennaker, che fino a pochi anni fa era pensato con 103 turbine da 8,4 MW, è stato ri‑approvato con macchine più grandi proprio per massimizzare la producibilità e attrarre compratori di lungo termine. La strategia ha funzionato, ma ha finito per consegnare le chiavi a chi poteva mettere sul piatto il contratto più ricco.
Gennaker è il primo parco eolico a essere collegato in base al “regolamento sulle acque territoriali” tedesco, che consente lo sviluppo di impianti entro la fascia delle 12 miglia nautiche al largo della penisola di Fischland‑Darß‑Zingst. Già a gennaio 2026, Skyborn e 50Hertz avevano firmato un accordo per le piattaforme di conversione che ha sbloccato l’intero iter realizzativo. La cornice regolatoria, pensata per accelerare la connessione di nuova capacità, ha creato di fatto un ambiente in cui lo sviluppatore poteva offrire certezze contrattuali fin dalla fase pre‑costruzione. La certezza è piaciuta prima di tutto a chi ha bisogno di volumi enormi di elettricità pulita a prezzo fisso, e qui i big tech partono con un vantaggio che le utility faticano a colmare.
I vincitori (e chi arranca)
A guadagnarci sono in pochi. Skyborn Renewables, sviluppatore del progetto, è riuscito a piazzare la quasi totalità della capacità ben prima che una pala venisse installata. A fine aprile la Banca europea per gli investimenti aveva già approvato un finanziamento BEI da 700 milioni di euro, che ora trova una solida base contrattuale nei PPA pluriennali. Lo scorso 22 giugno, inoltre, Skyborn ha ceduto una partecipazione del 25% a Stadtwerke München, la municipalizzata di Monaco, che si assicura così un ingresso diretto nella generazione offshore. Per Skyborn è un’uscita parziale che riduce il rischio e alleggerisce l’esposizione finanziaria, mentre il socio pubblico bavarese si porta a casa un quarto di un asset che ha già quasi tutta la produzione venduta ai grandi compratori.
Amazon è il vero vincitore. Con il PPA di Gennaker porta a quattro i contratti eolici offshore di grandi dimensioni in Germania: a febbraio aveva firmato per 110 MW dal Nordseecluster B, il suo quarto PPA eolico offshore su larga scala nel Paese. L’azienda di Seattle compra elettricità decarbonizzata a prezzo fisso per lunga durata, sterilizzando il rischio volatilità del mercato all’ingrosso e coprendo gli obiettivi di emissioni nette zero delle sue attività europee. La strategia non è nascosta: accaparrarsi capacità rinnovabile nuova, di grandi dimensioni, prima che lo facciano altri. Intanto utilizza i volumi per ottenere condizioni economiche che nessun consumatore industriale medio può negoziare.
Uniper, invece, esce da questa vicenda con le ossa rotte. L’utility, ancora a maggioranza pubblica dopo il salvataggio di Stato del 2022, firma finalmente il suo primo PPA offshore, ma solo per 100 MW, un decimo di quanto già prenotato da Amazon sullo stesso impianto. La sensazione è quella di un ritardo strategico difficile da recuperare. Uniper non ha il potere d’acquisto né l’urgenza di bilancio carbonio di una big tech, e si trova a competere su un mercato in cui i grandi contratti corporate battono sistematicamente le offerte delle utility tradizionali. Il paradosso è che una società di sistema, pensata per garantire approvvigionamento stabile ai clienti tedeschi, deve accontentarsi di una fetta residua mentre un operatore straniero fa incetta di nuova capacità. E il segnale vale per l’intero panorama energetico: chi non arriva per primo, paga caro o resta fuori.
Cosa succede ora all’energia tedesca
La firma del primo PPA offshore di Uniper potrebbe sembrare un passo avanti, ma vista dalla prospettiva di Gennaker è più il segnale di un ritardo. Con il 71% della capacità già allocata a un gigante americano e a una utility ancora in fase di riconversione, quanto spazio resta per il mercato spot e per i piccoli consumatori? Poco, e quel poco rischia di assottigliarsi ulteriormente quando gli ultimi 276,5 MW troveranno un altro compratore corporate. Il modello PPA su larga scala sta diventando la norma per l’eolico offshore tedesco, ma lascia fuori la domanda diffusa. La transizione energetica, che avrebbe dovuto democratizzare l’accesso all’energia pulita e rafforzare la sicurezza del paese, si sta traducendo in una partita per pochi: i fondi di investimento, i giganti del tech e, con sempre più fatica, qualche municipalizzata. Il rischio non è che la transizione si fermi, ma che serva più gli obiettivi ESG delle multinazionali che la tenuta del sistema elettrico nazionale.
Se la transizione energetica tedesca si riduce a una corsa agli armamenti contrattuali tra colossi globali, chi paga alla fine il conto della sicurezza energetica?

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