L’Industrial Accelerator Act non protegge il fotovoltaico europeo

L'Industrial Accelerator Act non protegge il fotovoltaico europeo

L’atto estende la definizione di “Made in EU” ai paesi con accordi di libero scambio, escludendo di fatto solo la

Assemblare un modulo fotovoltaico in Europa costa fino al 65% in più che in Cina. Eppure, secondo un’analisi di QualEnergia, nel 2030 la domanda europea di moduli potrebbe toccare i 110 GW annui, mentre la capacità produttiva dell’Ue 27 si fermerebbe a 29 GW anche se tutti i progetti annunciati andassero in porto. È il paradosso che strangola la filiera continentale: un mercato in piena espansione, ma senza fabbriche in grado di servirlo. E la risposta politica, arrivata con l’Industrial Accelerator Act, rischia di peggiorare le cose anziché aggiustarle.

Il divario che non si può ignorare

I numeri sono impietosi. La domanda di pannelli solari in Europa cresce a doppia cifra ogni anno, trainata dagli obiettivi di decarbonizzazione e dall’elettrificazione dei consumi. Le proiezioni di S&P Global indicano un fabbisogno di circa 110 GW/anno al 2030, ma la capacità produttiva continentale – anche ipotizzando che ogni annuncio di nuova fabbrica si concretizzi – arriverebbe a soli 52 GW a livello europeo, di cui appena 29 GW concentrati nei 27 Stati membri. Più della metà dei moduli installati dovrebbe continuare a venire da fuori.

Il nodo vero, però, è il costo. Già a gennaio 2025, i costi di produzione in Cina risultavano inferiori del 35-65% rispetto a quelli dell’Ue. Non è solo una questione di economie di scala o di costo del lavoro: la filiera cinese controlla l’intera catena a monte, dal polisilicio alle celle, e gode di un vantaggio di sistema che l’Europa non ha ancora imparato a scalfire. I requisiti di origine Ue per celle e inverter, introdotti per ancorare una domanda annuale di 30 GW entro il 2030, provano a creare un mercato protetto, ma la forbice di prezzo resta talmente ampia che qualunque sviluppatore continuerà a guardare altrove se i costi non si allineano. Davanti a un gap del genere, la Commissione europea ha varato una misura d’emergenza. Ma è davvero in grado di invertire la rotta?

La promessa tradita dell’IAA

La risposta è arrivata lo scorso 4 marzo 2026, con l’adozione dell’Industrial Accelerator Act. Pensato per rilanciare la manifattura continentale e raggiungere l’obiettivo del 20% di PIL manifatturiero globale entro il 2035, l’IAA si regge su un meccanismo semplice: incentivare la produzione “Made in EU” attraverso appalti pubblici, sussidi e semplificazioni. Peccato che l’etichetta “Made in EU” non significhi affatto prodotto in Unione Europea. L’atto estende la definizione a qualsiasi paese con cui Bruxelles ha un accordo di libero scambio (FTA): oltre 40 intese che coprono più di 70 partner, dal Canada al Vietnam, dalla Corea del Sud all’Ucraina.

Il risultato è un paradosso normativo: l’unico produttore realmente estromesso dal perimetro protetto è la Cina, mentre le importazioni da decine di altri paesi restano del tutto legittime. Come nota Wood Mackenzie, la quota della manifattura europea nel PIL globale è già scesa dal 17,4% al 14,3% tra il 2000 e il 2024, e l’IAA rischia di non invertire la tendenza proprio perché non introduce barriere sufficienti. Un ritardo di tre anni nell’attuazione delle misure più incisive – sempre secondo l’analisi – potrebbe lasciare l’Europa indietro di un intero ciclo tecnologico rispetto alla Cina, che nel frattempo continua a innovare su celle perovskite, tandem e moduli a eterogiunzione. Mentre si discute di etichette e accordi commerciali, cosa succede alle fabbriche che dovrebbero beneficiare di queste politiche?

Fabbriche che chiudono, utili che svaniscono

Già i segnali sono inequivocabili. Lo scorso giugno 2024, Meyer Burger, uno dei nomi storici del fotovoltaico europeo, ha spostato la produzione dalla Germania all’Arizona. La motivazione ufficiale parla di attendismo delle autorità europee, che non hanno preso “alcuna decisione sulle misure di sostegno politico per rimediare alle attuali distorsioni del mercato create dall’eccesso di offerta e dal dumping sui prezzi dei moduli solari”. L’eccesso di offerta cinese, unito a prezzi artificialmente bassi, ha schiacciato i margini di chiunque provasse a competere senza una catena di fornitura integrata verticalmente.

I dati globali confermano la deriva. Nel primo semestre del 2025, i primi dieci produttori mondiali hanno spedito 224 GW di moduli, pari al 75% del totale, ma hanno anche registrato una perdita netta complessiva di 2,2 miliardi di dollari. Un bagno di sangue che mostra come neppure i giganti asiatici siano immuni dalla guerra dei prezzi, e che rende evidente quanto sia fragile qualsiasi velleità di re-shoring in assenza di protezioni vere. La capacità produttiva attuale dell’Ue per i moduli, all’inizio del 2025, era di appena 14,1 GW: una goccia nel mare della domanda prevista, e una base troppo esigua per attrarre investimenti nella chimica, nel vetro, nei telai e nelle giunzioni che compongono la filiera.

L’autonomia energetica europea non si costruisce a colpi di etichette, ma riducendo il gap di costo e chiudendo le falle normative. L’Industrial Accelerator Act, così com’è, protegge poco più che dalla Cina, mentre lascia campo libero a fornitori di paesi FTA che possono sfruttare gli stessi differenziali di prezzo. Senza un meccanismo che leghi gli incentivi al contenuto effettivamente prodotto in Ue, e senza una politica industriale che abbatta il costo del capitale e dell’energia per le fabbriche europee, il “Made in EU” resterà un guscio vuoto. E tra quattro anni, quando il fabbisogno avrà superato i 100 GW, scopriremo che l’unica filiera davvero accelerata è stata quella delle importazioni.

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