Author: Matteo De Santis

  • Il GSE ha allungato i tempi per i contratti verdi

    Il GSE ha allungato i tempi per i contratti verdi

    Il GSE cerca di superare la sfiducia che frena imprese e famiglie dai contratti di lunga durata

    Hai controllato la bolletta di giugno e hai visto l’ennesimo rialzo. I costi dell’energia elettrica continuano a ballare, e la tua azienda — o anche solo la tua famiglia — consuma chilowattora che pesano sempre di più sul bilancio mensile. Qualcuno ti ha parlato dei contratti PPA, i Power Purchase Agreement: accordi di lungo termine con un produttore di energia rinnovabile, per comprare elettricità verde a un prezzo stabile per anni. Sembra la soluzione che cercavi. Poi però guardi il contratto e ti fermi: e se l’impianto eolico o fotovoltaico si ferma per un guasto? Se il fornitore fallisce da un giorno all’altro? Chi paga la differenza? Il Gestore dei Servizi Energetici — il GSE — lo sa bene, e sta lavorando a una garanzia pubblica proprio per rispondere a queste paure. E ha appena preso una decisione che ti riguarda più di quanto immagini: ha allungato i tempi perché chiunque possa dire la sua. Come riporta Staffetta Quotidiana, il GSE ha deciso di estendere fino all’8 luglio il termine della consultazione pubblica per il perfezionamento del meccanismo di garanzia sui contratti PPA di lungo termine per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili da parte delle imprese.

    Il nodo della fiducia nei contratti verdi

    Mettiti nei panni di un piccolo imprenditore che vuole ridurre la bolletta elettrica. Oggi il prezzo all’ingrosso oscilla, e firmare un PPA con un parco fotovoltaico potrebbe abbattere il costo di una voce importante del bilancio. Fai due conti: un contratto di cinque o dieci anni, un prezzo fisso inferiore a quello di mercato, la certezza di consumare energia rinnovabile. Sembra l’ideale. Poi però scatti la fotografia della realtà: l’impianto è esposto a rischio meteo, a guasti tecnici, a problemi finanziari del produttore. Se l’impianto si blocca per un mese, tu devi tornare al mercato libero e comprare l’energia al prezzo del giorno, annullando tutto il risparmio che avevi costruito. È qui che nasce la sfiducia che frena tante aziende e cittadini: il PPA conviene, ma chi garantisce che il flusso di energia e i soldi che hai investito non spariscano per un intoppo che non dipende da te?

    Il GSE lo ha capito e sta disegnando una rete di sicurezza pubblica, un meccanismo di garanzia che copra proprio questi rischi. Non è ancora operativo — ecco perché è stato aperto un processo di consultazione pubblica — ma l’idea è offrire una protezione statale ai contratti di lungo termine, rendendo l’energia verde accessibile anche a chi non ha la forza contrattuale di una grande multinazionale. Più imprese e famiglie possono firmare un PPA senza angosce, più il sistema elettrico si decentra e si pulisce, senza dipendere ogni giorno dal prezzo del gas.

    Proroga al buio? Perché è un segnale

    L’annuncio è arrivato in sordina, quasi in punta di piedi: una comunicazione del GSE che sposta in avanti di qualche giorno il termine per inviare commenti e proposte. Sembrerebbe un dettaglio amministrativo, e invece è il sintomo di qualcosa di più profondo. Il fatto che GSE abbia deciso di prorogare la consultazione significa che chi sta scrivendo le regole del gioco non vuole farlo in una stanza chiusa. Significa che le prime risposte arrivate hanno sollevato punti aperti, che c’è bisogno di sentire più voci — anche la tua, se stai valutando un contratto di fornitura rinnovabile. Non è una formalità burocratica: è il momento in cui puoi incidere su come verranno calibrati i paletti della garanzia. Coprirà solo i grandi impianti o anche le piccole comunità energetiche? Che percentuale del contratto sarà garantita? Quali saranno i tempi di attivazione della copertura? Sono domande tecniche, certo, ma tradotte nella lingua di tutti i giorni significano: se il mio fornitore fallisce, quanto tempo ci metto a riavere i soldi? Quanta energia mi sarà comunque assicurata?

    Questa attenzione del Gestore non è casuale. Il meccanismo di garanzia PPA è pensato per diventare uno strumento di politica industriale: toglie di mezzo il principale ostacolo psicologico e finanziario che frena le imprese, specialmente quelle piccole e medie, a firmare contratti di lungo termine con produttori rinnovabili. Se funziona bene, si crea un mercato parallelo dove il prezzo dell’energia non è più legato alle oscillazioni quotidiane del metano, ma è ancorato a un costo di produzione stabile e pulito. Per una panetteria con forni elettrici o un’azienda metalmeccanica con macchinari sempre accesi, avere un prezzo certo per cinque o dieci anni significa poter pianificare gli investimenti senza l’incubo della bolletta impazzita. La proroga, quindi, non è un ritardo: è un’apertura. Con la nuova scadenza fissata all’8 luglio, hai ancora una manciata di giorni per studiare il documento e mandare il tuo contributo.

    Cosa fare prima dell’8 luglio

    Non serve essere avvocati o ingegneri energetici. La consultazione pubblica è aperta a chiunque abbia un interesse concreto: imprenditori, artigiani, professionisti che consumano energia, ma anche cittadini che partecipano a comunità energetiche o che stanno valutando un PPA aggregato con il proprio condominio. Il punto di partenza è il sito del GSE, dove è pubblicato il documento di consultazione e dove si trovano le istruzioni per inviare le osservazioni. Non devi scrivere un trattato: bastano poche righe per segnalare un aspetto che ti preoccupa. Per esempio: se gestisci un’azienda agricola che dipende da un impianto biogas, puoi chiedere che la garanzia copra anche i fermi dovuti a manutenzione straordinaria. Se sei un piccolo artigiano, puoi sottolineare che il meccanismo dovrebbe essere semplice da attivare, senza procedure che richiedono un ufficio legale.

    Invia il tuo commento entro l’8 luglio. Non è teoria: è l’occasione per scrivere, insieme al GSE, le regole del contratto verde che tra un anno potresti firmare. Il Gestore non garantisce che ogni proposta venga accolta, ma la qualità di una consultazione pubblica sta proprio nella varietà dei punti di vista che la alimentano. Se le imprese tacciono, il meccanismo rischia di essere tarato solo sui grandi operatori, lasciando fuori proprio chi ne avrebbe più bisogno: chi oggi spende troppo in bolletta e non ha gli strumenti per proteggersi dalle oscillazioni del mercato.

    Pensaci un attimo: firmare un PPA senza garanzia è come fare un mutuo a tasso fisso con la paura che la banca chiuda e tu perda la casa. Il GSE sta costruendo la polizza che copre quel rischio, ma perché sia davvero efficace deve rispecchiare le esigenze di chi la userà, non solo di chi la disegna. Hai ancora qualche giorno per alzare la mano e dire: io ho bisogno di questa tutela, e mi serve che funzioni in questo modo.

    Se sei un’impresa o un cittadino che vuole scommettere sull’energia pulita senza sorprese, partecipa alla consultazione sul sito del GSE entro l’8 luglio: è il tassello che può rendere il tuo prossimo contratto PPA più sicuro.

  • Una stampante di libri è diventata un produttore di energia

    Una stampante di libri è diventata un produttore di energia

    L’azienda Grafica Veneta ha creato una piattaforma per sviluppare impianti fotovoltaici dopo aver saturato il tetto della sede

    Centomila metri quadrati di pannelli solari sul tetto. Non è fantascienza, ma quello che Grafica Veneta ha realizzato nella sua sede di Trebaseleghe, in provincia di Padova. Un impianto che oggi sfiora i 9 MWp di potenza e permette di risparmiare circa 3.500 tonnellate di CO₂ all’anno. Ma quella stessa azienda — parte del Gruppo SoFiGraf — ha deciso che non basta più: è di oggi la notizia che il gruppo ha creato GV Energy, piattaforma per lo sviluppo e gestione di impianti fotovoltaici, e ha già messo a segno la sua prima grande operazione con l’acquisizione di Helios 55, un progetto agrivoltaico da 55 MW nel Comune di Foggia.

    La notizia racconta qualcosa di più di un’azienda che diversifica. Racconta un percorso che molte imprese italiane potrebbero seguire: prima si copre il tetto di pannelli per tagliare la bolletta, poi ci si rende conto che l’energia non è solo un costo da abbattere, ma può diventare una voce di ricavo. E quando il tetto non basta più, si guarda al terreno — con una formula, quella agrivoltaica, che permette di produrre elettricità senza rinunciare all’uso agricolo del suolo.

    Energia stampata sul tetto

    La storia dell’impianto fotovoltaico di Grafica Veneta è un buon punto di partenza per capire quanto convenga, in concreto, investire nell’autoproduzione. L’impianto sul tetto dell’HQ di Trebaseleghe ha raggiunto i 100 mila metri quadrati di estensione già nel 2012, con circa 30 mila moduli installati. Oggi la capacità dell’impianto è di quasi 9 MWp — una taglia da media centrale, ma su un tetto industriale — e garantisce un risparmio di circa 3.500 tonnellate di CO₂ l’anno.

    Tradotto in soldi: un impianto di queste dimensioni, in una fascia solare come quella del Nord-Est, può produrre indicativamente tra i 9 e i 10 milioni di kWh all’anno. Con un costo medio dell’energia elettrica per un’azienda energivora che negli ultimi anni ha oscillato tra i 15 e i 25 centesimi al kWh, il risparmio annuo si aggira tra 1,5 e 2,5 milioni di euro. L’investimento iniziale per un impianto da 9 MWp — installato oltre un decennio fa, quando i prezzi dei moduli erano più alti di oggi — si è quasi certamente ripagato da anni. E da allora è margine netto.

    Non serve essere una multinazionale per ottenere risultati simili, proporzionalmente. Un’azienda con 2.000 metri quadrati di tetto può installare circa 200 kWp, con un investimento che oggi, grazie al calo dei prezzi dei moduli (siamo scesi sotto i 20 centesimi al watt per i pannelli), si aggira sui 150-200 mila euro prima delle detrazioni. Con le agevolazioni fiscali ancora disponibili per le imprese, il tempo di rientro può scendere sotto i cinque anni. Poi, per i successivi venti o venticinque anni, l’energia è gratis.

    Ma c’è un limite fisico: il tetto ha una superficie finita. E quando un’azienda come Grafica Veneta — che stampa libri per mezza Europa e consuma quantità industriali di elettricità — arriva a coprirlo tutto, la domanda successiva è inevitabile: e adesso?

    Dallo stampatore al produttore di energia

    La risposta è arrivata oggi, con la creazione di GV Energy e l’acquisizione del progetto Helios 55. Il Gruppo SoFiGraf, che controlla Grafica Veneta, ha costruito una piattaforma dedicata allo sviluppo, acquisizione, costruzione e gestione di impianti fotovoltaici. Non si tratta più di autoconsumo: si tratta di diventare produttori di energia a tutti gli effetti, vendendo l’elettricità generata in rete o attraverso contratti di lungo termine con altri soggetti industriali.

    Il progetto di Foggia, con i suoi 55 MW di potenza prevista, è sei volte più grande del tetto di Trebaseleghe. E porta con sé un elemento nuovo: è un impianto agrivoltaico, pensato per convivere con l’attività agricola sul terreno sottostante. I pannelli saranno sollevati e distanziati in modo da permettere la coltivazione o il pascolo tra le file. Una soluzione che qualche anno fa sarebbe stata considerata di nicchia, ma che oggi è diventata la strada obbligata per chiunque voglia sviluppare impianti a terra di taglia rilevante in Italia.

    Agrivoltaico: la nuova normalità

    Il progetto Helios 55 si inserisce in un quadro nazionale in piena evoluzione. L’obiettivo nazionale è ambizioso: l’Italia deve aggiungere circa 65 GW di nuova potenza da rinnovabili entro il 2030 rispetto all’installato attuale. E dopo il decreto-legge Agricoltura, entrato in vigore nel 2024, realizzare grandi impianti a terra significa essenzialmente progettare impianti agrivoltaici. Le regole sono cambiate per rispondere a una critica legittima — quella di non sacrificare terreno fertile in nome della transizione energetica — e hanno ridisegnato il perimetro di ciò che è autorizzabile.

    Per chi fa impresa, questo cambiamento normativo non è un freno ma un’opportunità. Un’azienda con disponibilità di terreni — propri o in affitto — può valutare un investimento che unisce due flussi di ricavo: la vendita di energia e la produzione agricola. I bandi del PNRR per l’agrivoltaico, pur con tutte le complessità burocratiche del caso, hanno messo sul piatto oltre un miliardo di euro di contributi a fondo perduto. E il costo della tecnologia continua a scendere: i moduli bifacciali — che catturano la luce da entrambi i lati e si adattano bene alle installazioni sopraelevate tipiche dell’agrivoltaico — costano oggi meno della metà rispetto a cinque anni fa.

    Il panorama competitivo, intanto, si sta popolando. Proprio in queste ore, in Sicilia, è stato inaugurato il primo impianto fotovoltaico italiano sopra i 200 MW: Iberdrola Fenix, 243 MW di potenza, più del doppio rispetto al precedente record italiano detenuto dal Parco Solare Troia in Puglia (103 MW). Numeri che fino a pochi anni fa sembravano impensabili nel nostro Paese, e che oggi indicano una direzione chiara: il fotovoltaico di grande taglia, a terra o sopraelevato, sta uscendo dalla fase pionieristica per entrare in quella industriale.

    In questo scenario, la mossa di un’azienda come Grafica Veneta — che non è un utility, né un fondo infrastrutturale, ma un’impresa manifatturiera — dice qualcosa di importante. Dice che la transizione energetica non è un affare riservato ai grandi player del settore. E dice che il percorso è replicabile: si parte dal tetto, si impara a gestire l’energia, si accumula esperienza, e quando si è pronti si scala. Con un vantaggio competitivo non banale: chi produce energia per il proprio consumo conosce i costi, i rischi e i margini meglio di chiunque altro.

    Quanto convenga davvero un progetto agrivoltaico dipende da molti fattori: la latitudine (al Sud si produce circa il 30% in più che al Nord per kW installato), la distanza dalla rete elettrica, i costi di connessione, la destinazione agricola del terreno, la presenza o meno di contributi pubblici. Non è una soluzione per tutti. Ma per un numero crescente di imprese italiane con terreni disponibili e consumi energetici significativi, i conti stanno diventando interessanti anche senza incentivi. I tempi di rientro per un impianto agrivoltaico ben progettato si aggirano tra i sette e i dieci anni, con una vita utile che supera i trenta. E nel frattempo il terreno continua a produrre — foraggio, ortaggi, allevamento — con una resa che gli studi più recenti stimano tra il 60 e l’80% rispetto a un campo aperto, a seconda della configurazione.

    Per le aziende italiane, l’agrivoltaico è la chiave per unire risparmio e sostenibilità senza dover scegliere tra pannelli e raccolto. E non serve essere una multinazionale: basta un tetto, o un terreno, e la volontà di guardare all’energia non più come a un costo fisso ma come a un’opportunità di investimento. Il caso di Grafica Veneta e GV Energy dimostra che quel salto — dal tetto al campo — non è un azzardo, ma il passo successivo di un percorso già collaudato.

  • Una stampante di libri è diventata un produttore di energia

    Una stampante di libri è diventata un produttore di energia

    L’azienda Grafica Veneta ha creato una piattaforma per sviluppare impianti fotovoltaici dopo aver saturato il tetto della sede

    Centomila metri quadrati di pannelli solari sul tetto. Non è fantascienza, ma quello che Grafica Veneta ha realizzato nella sua sede di Trebaseleghe, in provincia di Padova. Un impianto che oggi sfiora i 9 MWp di potenza e permette di risparmiare circa 3.500 tonnellate di CO₂ all’anno. Ma quella stessa azienda — parte del Gruppo SoFiGraf — ha deciso che non basta più: è di oggi la notizia che il gruppo ha creato GV Energy, piattaforma per lo sviluppo e gestione di impianti fotovoltaici, e ha già messo a segno la sua prima grande operazione con l’acquisizione di Helios 55, un progetto agrivoltaico da 55 MW nel Comune di Foggia.

    La notizia racconta qualcosa di più di un’azienda che diversifica. Racconta un percorso che molte imprese italiane potrebbero seguire: prima si copre il tetto di pannelli per tagliare la bolletta, poi ci si rende conto che l’energia non è solo un costo da abbattere, ma può diventare una voce di ricavo. E quando il tetto non basta più, si guarda al terreno — con una formula, quella agrivoltaica, che permette di produrre elettricità senza rinunciare all’uso agricolo del suolo.

    Energia stampata sul tetto

    La storia dell’impianto fotovoltaico di Grafica Veneta è un buon punto di partenza per capire quanto convenga, in concreto, investire nell’autoproduzione. L’impianto sul tetto dell’HQ di Trebaseleghe ha raggiunto i 100 mila metri quadrati di estensione già nel 2012, con circa 30 mila moduli installati. Oggi la capacità dell’impianto è di quasi 9 MWp — una taglia da media centrale, ma su un tetto industriale — e garantisce un risparmio di circa 3.500 tonnellate di CO₂ l’anno.

    Tradotto in soldi: un impianto di queste dimensioni, in una fascia solare come quella del Nord-Est, può produrre indicativamente tra i 9 e i 10 milioni di kWh all’anno. Con un costo medio dell’energia elettrica per un’azienda energivora che negli ultimi anni ha oscillato tra i 15 e i 25 centesimi al kWh, il risparmio annuo si aggira tra 1,5 e 2,5 milioni di euro. L’investimento iniziale per un impianto da 9 MWp — installato oltre un decennio fa, quando i prezzi dei moduli erano più alti di oggi — si è quasi certamente ripagato da anni. E da allora è margine netto.

    Non serve essere una multinazionale per ottenere risultati simili, proporzionalmente. Un’azienda con 2.000 metri quadrati di tetto può installare circa 200 kWp, con un investimento che oggi, grazie al calo dei prezzi dei moduli (siamo scesi sotto i 20 centesimi al watt per i pannelli), si aggira sui 150-200 mila euro prima delle detrazioni. Con le agevolazioni fiscali ancora disponibili per le imprese, il tempo di rientro può scendere sotto i cinque anni. Poi, per i successivi venti o venticinque anni, l’energia è gratis.

    Ma c’è un limite fisico: il tetto ha una superficie finita. E quando un’azienda come Grafica Veneta — che stampa libri per mezza Europa e consuma quantità industriali di elettricità — arriva a coprirlo tutto, la domanda successiva è inevitabile: e adesso?

    Dallo stampatore al produttore di energia

    La risposta è arrivata oggi, con la creazione di GV Energy e l’acquisizione del progetto Helios 55. Il Gruppo SoFiGraf, che controlla Grafica Veneta, ha costruito una piattaforma dedicata allo sviluppo, acquisizione, costruzione e gestione di impianti fotovoltaici. Non si tratta più di autoconsumo: si tratta di diventare produttori di energia a tutti gli effetti, vendendo l’elettricità generata in rete o attraverso contratti di lungo termine con altri soggetti industriali.

    Il progetto di Foggia, con i suoi 55 MW di potenza prevista, è sei volte più grande del tetto di Trebaseleghe. E porta con sé un elemento nuovo: è un impianto agrivoltaico, pensato per convivere con l’attività agricola sul terreno sottostante. I pannelli saranno sollevati e distanziati in modo da permettere la coltivazione o il pascolo tra le file. Una soluzione che qualche anno fa sarebbe stata considerata di nicchia, ma che oggi è diventata la strada obbligata per chiunque voglia sviluppare impianti a terra di taglia rilevante in Italia.

    Agrivoltaico: la nuova normalità

    Il progetto Helios 55 si inserisce in un quadro nazionale in piena evoluzione. L’obiettivo nazionale è ambizioso: l’Italia deve aggiungere circa 65 GW di nuova potenza da rinnovabili entro il 2030 rispetto all’installato attuale. E dopo il decreto-legge Agricoltura, entrato in vigore nel 2024, realizzare grandi impianti a terra significa essenzialmente progettare impianti agrivoltaici. Le regole sono cambiate per rispondere a una critica legittima — quella di non sacrificare terreno fertile in nome della transizione energetica — e hanno ridisegnato il perimetro di ciò che è autorizzabile.

    Per chi fa impresa, questo cambiamento normativo non è un freno ma un’opportunità. Un’azienda con disponibilità di terreni — propri o in affitto — può valutare un investimento che unisce due flussi di ricavo: la vendita di energia e la produzione agricola. I bandi del PNRR per l’agrivoltaico, pur con tutte le complessità burocratiche del caso, hanno messo sul piatto oltre un miliardo di euro di contributi a fondo perduto. E il costo della tecnologia continua a scendere: i moduli bifacciali — che catturano la luce da entrambi i lati e si adattano bene alle installazioni sopraelevate tipiche dell’agrivoltaico — costano oggi meno della metà rispetto a cinque anni fa.

    Il panorama competitivo, intanto, si sta popolando. Proprio in queste ore, in Sicilia, è stato inaugurato il primo impianto fotovoltaico italiano sopra i 200 MW: Iberdrola Fenix, 243 MW di potenza, più del doppio rispetto al precedente record italiano detenuto dal Parco Solare Troia in Puglia (103 MW). Numeri che fino a pochi anni fa sembravano impensabili nel nostro Paese, e che oggi indicano una direzione chiara: il fotovoltaico di grande taglia, a terra o sopraelevato, sta uscendo dalla fase pionieristica per entrare in quella industriale.

    In questo scenario, la mossa di un’azienda come Grafica Veneta — che non è un utility, né un fondo infrastrutturale, ma un’impresa manifatturiera — dice qualcosa di importante. Dice che la transizione energetica non è un affare riservato ai grandi player del settore. E dice che il percorso è replicabile: si parte dal tetto, si impara a gestire l’energia, si accumula esperienza, e quando si è pronti si scala. Con un vantaggio competitivo non banale: chi produce energia per il proprio consumo conosce i costi, i rischi e i margini meglio di chiunque altro.

    Quanto convenga davvero un progetto agrivoltaico dipende da molti fattori: la latitudine (al Sud si produce circa il 30% in più che al Nord per kW installato), la distanza dalla rete elettrica, i costi di connessione, la destinazione agricola del terreno, la presenza o meno di contributi pubblici. Non è una soluzione per tutti. Ma per un numero crescente di imprese italiane con terreni disponibili e consumi energetici significativi, i conti stanno diventando interessanti anche senza incentivi. I tempi di rientro per un impianto agrivoltaico ben progettato si aggirano tra i sette e i dieci anni, con una vita utile che supera i trenta. E nel frattempo il terreno continua a produrre — foraggio, ortaggi, allevamento — con una resa che gli studi più recenti stimano tra il 60 e l’80% rispetto a un campo aperto, a seconda della configurazione.

    Per le aziende italiane, l’agrivoltaico è la chiave per unire risparmio e sostenibilità senza dover scegliere tra pannelli e raccolto. E non serve essere una multinazionale: basta un tetto, o un terreno, e la volontà di guardare all’energia non più come a un costo fisso ma come a un’opportunità di investimento. Il caso di Grafica Veneta e GV Energy dimostra che quel salto — dal tetto al campo — non è un azzardo, ma il passo successivo di un percorso già collaudato.

  • Germania e Australia hanno investito 400 milioni nell’idrogeno verde

    Germania e Australia hanno investito 400 milioni nell’idrogeno verde

    L’accordo bilaterale finanzia un’asta doppia per colmare il divario tra produzione e acquisto

    La scorsa settimana, il 19 giugno, i governi di Berlino e Canberra hanno firmato una nuova lettera di intenti che definisce nei dettagli un’asta congiunta da 400 milioni di euro per l’idrogeno verde. La cifra non è un prestito né un finanziamento a pioggia: è il budget di un meccanismo di acquisto pensato per far incontrare chi produce idrogeno pulito e chi lo vuole comprare, con un intervento pubblico che copre la differenza di prezzo finché il mercato non cammina da solo. A spanne, 200 milioni li mette la Germania e 200 l’Australia. Sembra una notizia da pagina economica, roba da diplomatici e ingegneri. Ma se hai un’azienda che consuma gas, o se semplicemente ogni inverno guardi la bolletta con il batticuore, qui dentro c’è più di quanto sembri.

    L’asta che corregge il mercato

    Dietro la cifra c’è un meccanismo ingegnoso che punta a risolvere uno dei maggiori ostacoli alla transizione energetica: il disallineamento tra domanda e offerta. Si chiama H2Global ed è gestito dalla fondazione H2Global. In pratica funziona così: un intermediario compra idrogeno verde dai produttori con contratti a lungo termine, garantendo loro un prezzo stabile. Poi lo rivende ai consumatori industriali con contratti più brevi, assorbendo la differenza tra quanto costa produrlo e quanto il mercato è disposto a pagare. Il capitale pubblico serve esattamente a coprire quel buco temporaneo. L’idea è che, quando la domanda crescerà e i costi di produzione scenderanno, il differenziale si assottiglierà fino a scomparire. A quel punto l’intervento statale si ritira e resta un mercato funzionante.

    È un’asta doppia, un meccanismo “catalitico” progettato per correggere i fallimenti delle prime fasi di mercato. Oggi produrre idrogeno verde costa ancora più di chiuderlo da fonti fossili, e senza un acquirente certo nessuno investe in elettrolizzatori. Senza offerta abbondante, però, nessun consumatore industriale si lega le mani con contratti di fornitura. H2Global spezza questo circolo vizioso usando capitale pubblico limitato per far incontrare le due parti, accelerando il passaggio verso materie prime pulite commercialmente sostenibili. Lo scorso anno, il secondo bando di questo schema ha raggiunto un valore totale di 2,9 miliardi di euro ed è stato il primo finanziato congiuntamente da due governi, Germania e Paesi Bassi. Ora tocca all’asse con l’Australia.

    La logica è controintuitiva ma solida: invece di sovvenzionare singoli impianti nella speranza che qualcuno compri, si usa il denaro pubblico per garantire uno sbocco commerciale certo a chi produce, creando al tempo stesso un prezzo di riferimento per chi compra. È un po’ come se lo Stato affittasse un capannone per permettere a un nuovo fornitore di entrare nel mercato, promettendogli un affitto minimo garantito per i primi anni. Se funziona, i prezzi scendono per tutti.

    Cosa significa per chi fa impresa (e per te)

    Il primo bando H2Global da 2,9 miliardi lanciato con i Paesi Bassi mostra la direzione: il mercato dell’idrogeno verde sta diventando realtà, e l’accordo con l’Australia aggiunge un fornitore di scala. Per un’acciaieria, un’azienda chimica o un produttore di ceramica in Italia, avere una fonte di idrogeno certificato a prezzo prevedibile non è più fantascienza. È un pezzo di pianificazione finanziaria che si sta costruendo adesso. I contratti di fornitura non arriveranno domattina, ma i meccanismi d’asta vengono disegnati oggi. Quando le prime navi cariche di idrogeno verde australiano attraccheranno in Europa, chi avrà già studiato il proprio profilo di consumo potrà negoziare da una posizione di forza.

    Vale anche in negativo: chi pensa di rimandare ogni decisione rischia di trovarsi tra tre o quattro anni con un fornitore di gas fossile sempre più caro, mentre i concorrenti hanno già bloccato volumi a prezzo calmierato. Non serve essere un colosso dell’energia. Basta informarsi su come partecipare, direttamente o tramite consorzi di acquisto, ai bandi che Hintco, la società operativa di H2Global, pubblica regolarmente. I meccanismi sono trasparenti e pensati proprio per attirare acquirenti industriali che oggi non avrebbero la scala per negoziare da soli con un produttore dall’altra parte del mondo.

    Per il cittadino che non produce acciaio né ammoniaca, la connessione è meno immediata ma esiste. Ogni tonnellata di idrogeno verde che sostituisce gas metano in un processo industriale riduce la domanda complessiva di fossili, e a parità di altre condizioni tiene sotto controllo i prezzi all’ingrosso. Non risolve le bollette della prossima stagione termica, ma mette un argine strutturale a quelle degli anni a venire. E intanto apre un mercato di servizi: logistica, stoccaggio, manutenzione degli elettrolizzatori. Mestieri che in Germania e nei porti del Nord Europa stanno già nascendo e che avranno bisogno di competenze diffuse.

    L’idrogeno verde non è più un esperimento: è un mercato che prende forma, con regole d’ingaggio definite, capitali allocati e due continenti che si accordano su chi produce e chi compra. Informarsi oggi, capire i meccanismi d’asta e valutare la propria esposizione energetica non è un esercizio da addetti ai lavori. È il modo più concreto per arrivare pronti quando il primo contratto busserà alla porta.

  • I Ppa in Italia vanno in direzione opposta

    I Ppa in Italia vanno in direzione opposta

    La consultazione Gse slitta all’8 luglio 2026, mentre il mercato domestico segna +20%

    Firmare un PPA oggi: un azzardo o un’opportunità?

    Controlli l’ultima bolletta elettrica e il costo della componente energia ti sembra ancora troppo alto. Hai sentito parlare dei Power Purchase Agreement, i contratti di lungo termine con cui le imprese comprano elettricità rinnovabile direttamente da un produttore, ma ti frena un pensiero: se il mercato globale rallenta, forse conviene aspettare? È un copione che si ripete in molte aziende italiane. Da una parte la voglia di mettere al riparo i conti, dall’altra la paura di fare un passo falso proprio nel momento sbagliato. Mentre quel dubbio resta sospeso, c’è una novità concreta sul tavolo: la consultazione pubblica sui PPA avviata dal Gse è stata prorogata all’8 luglio 2026. La scadenza originaria del 30 giugno è stata spostata in avanti, e non si tratta di un dettaglio burocratico. È una finestra che si allarga proprio mentre chi governa l’energia si prepara a scrivere le regole di domani. Ma i numeri, intanto, cosa dicono?

    L’Italia che rema controcorrente

    Diamo un’occhiata ai dati degli ultimi anni. A livello globale, i volumi degli accordi di acquisto di energia rinnovabile firmati dalle aziende hanno registrato nel 2025 la prima battuta d’arresto dopo quasi un decennio di crescita continua. Sono stati annunciati contratti per 55,9 GW, il 10 per cento in meno rispetto al record stabilito nel 2024. Si è spento l’entusiasmo? A guardare il dettaglio europeo, il Vecchio Continente si è mosso nella stessa direzione: lo scorso anno sono stati contrattualizzati 13,1 GW di PPA, in calo rispetto ai 15,3 GW del 2024.

    Eppure, scavando sotto la superficie, l’Italia racconta una storia opposta. Nel 2025 i volumi complessivi sotto contratto PPA nel nostro Paese sono cresciuti di quasi il 20 per cento rispetto al 2024. Se due anni fa si contavano circa 50 contratti, oggi se ne registrano almeno 130. La capacità entrata in questi accordi ha raggiunto quota 1,8 GW, un dato che comprende anche circa 660 MW di contratti di flessibilità legati a batterie standalone, cioè sistemi di accumulo non abbinati direttamente a impianti rinnovabili. Si tratta di un mercato che, anziché frenare, si sta articolando: non più solo eolico e fotovoltaico, ma soluzioni ibride che servono a gestire l’energia in modo più preciso, quando serve e a un prezzo fissato in anticipo.

    Di fronte a questi numeri, il dubbio dell’imprenditore andrebbe girato: non è il mercato italiano a essere in ritardo, ma il racconto globale che non coglie una dinamica locale molto vivace.

    La proroga che veste le imprese su misura

    La proroga della consultazione non è solo un dettaglio burocratico: è un momento in cui il Gse ha aperto un cantiere normativo per perfezionare il meccanismo PPA.

    In questo contesto, i prezzi medi dei PPA in Europa stanno registrando un leggero rialzo e si stanno diffondendo le soluzioni multi-tecnologia, capaci di combinare più fonti e strumenti di flessibilità in un unico contratto. La consultazione serve proprio a raccogliere osservazioni su come disegnare al meglio questi strumenti, rendendoli sempre più adatti alle esigenze reali di chi produce e di chi consuma. Inviare un contributo entro l’8 luglio significa dare forma a un mercato che già oggi corre, ma che ha bisogno di regole chiare per offrire condizioni stabili e trasparenti. Se il tuo obiettivo è un contratto su misura, questo è il momento di prendere le misure. L’Italia va nella direzione giusta: ora tocca a te partecipare.

  • I fondi verdi possono ancora investire in petrolio

    I fondi verdi possono ancora investire in petrolio

    La revisione Ue introduce tre nuove categorie, ma apre ai fossili nella fascia “transizione”

    Un labirinto di etichette

    Fino a oggi, orientarsi era un esercizio per iniziati. Un fondo poteva dichiararsi «Articolo 8» (promuove caratteristiche ambientali o sociali) o «Articolo 9» (ha un obiettivo di sostenibilità dichiarato), ma senza che queste parole corrispondessero a criteri univoci o facilmente verificabili. Così, due prodotti con la stessa sigla potevano contenere strategie molto diverse, e il risparmiatore comune restava con un pugno di mosche in mano. La revisione dell’intero quadro normativo, avviata proprio per rimediare a questa cacofonia, ha ricevuto un’accelerazione nei giorni scorsi: il 24 giugno 2026, la posizione negoziale del Consiglio dell’UE ha messo sul tavolo un nuovo sistema di categorizzazione. L’obiettivo dichiarato è passare da un’informativa astrusa a poche categorie chiare. Ma il diavolo, come spesso accade, si annida nei dettagli – e in un compromesso politico che rischia di aumentare la confusione invece di dissolverla.

    Fossili in transizione: il compromesso

    Il cuore del mandato negoziale del Consiglio è l’apertura esplicita alle società attive nel settore dei combustibili fossili. In base a quanto concordato, un’impresa che estrae o vende petrolio e gas può rientrare nella categoria «transizione» se destina il 20% delle proprie spese in conto capitale ad attività allineate alla tassonomia verde europea e ha un piano credibile, con scadenze definite, per ridurre le emissioni di gas serra. Tradotto: per ogni 100 euro investiti in nuovi impianti, almeno 20 devono andare a progetti verdi – e gli altri 80 possono ancora finanziare trivelle e gasdotti. Il Consiglio ha previsto un quarto indicatore obbligatorio per la valutazione degli impatti negativi di questi investimenti, nel tentativo di migliorare la trasparenza su ciò che davvero c’è dentro il fondo. Ma per il risparmiatore che cerca prodotti autenticamente sostenibili, la sfida si complica: un’etichetta «transizione» potrebbe ospitare titoli di compagnie petrolifere, purché il gestore dimostri che stanno destinando una quota minoritaria delle loro risorse alla svolta verde. La domanda diventa: quanto è facile, per chi non ha competenze finanziarie, distinguere un fondo che finanzia la transizione vera da uno che fa solo un po’ di maquillage verde? E chi paga il conto della complessità se poi il greenwashing si nasconde proprio dentro le nuove categorie?

    Tre categorie per orientarsi (forse)

    Eppure, la revisione introduce anche alcune novità che potrebbero aiutare. Il Consiglio ha delineato tre nuove categorie di prodotto per sostituire i vecchi riferimenti agli Articoli 8 e 9. La prima è «sostenibile»: dentro ci finiscono investimenti in aziende o progetti che già rispettano standard elevati di sostenibilità. La seconda è «transizione»: raccoglie imprese e iniziative che non sono ancora sostenibili ma stanno seguendo un percorso credibile per diventarlo – ed è qui che si colloca l’apertura ai combustibili fossili, con i paletti di cui abbiamo parlato. La terza, «ESG di base», riguarda tutti gli altri prodotti che integrano approcci ambientali, sociali o di governance, ma senza soddisfare i criteri delle due categorie superiori. È una semplificazione che, sulla carta, dovrebbe rendere più immediata la lettura dell’offerta finanziaria. C’è però un’altra scappatoia che vale la pena conoscere: il mandato del Consiglio esenta i fondi di investimento alternativi offerti esclusivamente a investitori professionali dall’obbligo di applicare queste categorizzazioni. La motivazione ufficiale è che i professionisti non avrebbero bisogno dello stesso livello di informazione standardizzata dei piccoli risparmiatori. In pratica, una fetta di mercato resterà fuori dalle nuove regole, con un onere amministrativo ridotto per i gestori ma anche con un occhio alla trasparenza un po’ meno aperto.

    Alla fine della giostra, chi mette i propri soldi in un fondo etichettato come sostenibile o in transizione ha un compito in più: non fidarsi solo dell’etichetta. La trasparenza si costruisce un dato alla volta. Controlla sempre cosa finanzia davvero il tuo investimento – i fondi sono obbligati a pubblicare la lista delle partecipazioni – e chiedi al tuo consulente il nuovo indicatore di impatto negativo, quello che il Consiglio ha reso obbligatorio proprio per rendere più visibili i rischi ambientali e sociali. In attesa che il testo finale diventi legge dopo il negoziato con il Parlamento europeo, la bussola resta la stessa: meno sigle, più sostanza.

  • Il più grande impianto fotovoltaico italiano ha già venduto la sua energia

    Il più grande impianto fotovoltaico italiano ha già venduto la sua energia

    I contratti PPA bloccano il prezzo per anni, togliendo variabilità dai bilanci aziendali

    La bolletta che non ti aspetti

    Chi dirige un’impresa lo sa: il costo dell’elettricità è una delle voci più imprevedibili del bilancio. Basta un’impennata del gas sui mercati internazionali e i margini si assottigliano nel giro di una settimana. L’impianto Fenix prova a riscrivere questa dinamica partendo da un dato molto concreto: oltre il 70% dell’energia che produrrà ogni anno — circa 280 dei 400 GWh previsti — è già stato venduto a clienti industriali attraverso contratti PPA, Power Purchase Agreement, con prezzi fissati su orizzonti pluriennali. In pratica, una fetta consistente della produzione non finirà sul mercato spot, dove i prezzi ballano ogni giorno, ma sarà consegnata direttamente ad aziende che sanno già quanto pagheranno il kilowattora per i prossimi cinque, dieci o quindici anni.

    Tradotto in termini da bolletta: per un’impresa che consuma qualche gigawattora all’anno, bloccare il prezzo oggi significa togliere di mezzo la variabile più fastidiosa della pianificazione finanziaria. Non è una promessa teorica: i contratti sono già firmati, l’impianto è operativo, i pannelli stanno producendo. Ma cosa rende questo impianto diverso da una normale centrale solare? Dietro l’annuncio c’è una struttura che riguarda banche, assicurazioni e contratti pluriennali.

    Il meccanismo dietro i megawatt

    Costruire 243 MW di fotovoltaico in un colpo solo non è un’operazione che si finanzia con un mutuo in banca. Il progetto Iberdrola Fenix è stato sostenuto dalla Banca Europea per gli Investimenti con la Garanzia Archimede di Sace, lo strumento pubblico che copre i finanziamenti green riducendo il rischio per i soggetti coinvolti. È un dettaglio tecnico che fa tutta la differenza: senza una garanzia statale di questo tipo, un impianto da 243 MW sarebbe stato molto più difficile da far decollare, perché nessun finanziatore privato si assume da solo il rischio di un’esposizione così grande su un singolo progetto. Con la Garanzia Archimede, invece, il perimetro di rischio si restringe, il costo del capitale scende e i PPA possono essere offerti a condizioni competitive per l’acquirente industriale.

    Il meccanismo funziona così: il produttore vende l’energia a prezzo fisso a un’azienda per un periodo lungo, tipicamente tra i cinque e i quindici anni. L’azienda sa quanto spenderà, il produttore sa quanto incasserà, la banca sa che il flusso di cassa è prevedibile e quindi finanzia la costruzione. È un circuito che in Europa esiste da anni, ma in Italia ha tardato a prendere piede perché mancavano impianti abbastanza grandi da generare volumi interessanti per i grandi consumatori industriali. Fenix cambia le carte in tavola anche su questo fronte.

    E il mercato se ne sta accorgendo. A fine novembre 2025, la potenza rinnovabile totale installata in Italia ammontava a 82.779 MW, con un incremento del solo fotovoltaico di 5.798 MW nei primi undici mesi dell’anno. Numeri che raccontano una crescita robusta, ma anche un mercato che sta selezionando chi ha le spalle abbastanza larghe per operare su scala utility. Il consolidamento del mercato solare utility-scale sta premiando operatori strutturati, in grado di offrire garanzie concrete sia nella fase di costruzione che in quella di gestione. Non è più il tempo dei piccoli progetti frammentati: le aziende che comprano energia vogliono un interlocutore affidabile, non una galassia di microproduttori. E rispetto al resto d’Europa, come siamo messi?

    La gara europea del sole

    I 243 MW siciliani vanno letti anche in controluce rispetto a quanto accade oltreconfine. L’impianto più grande d’Europa resta il Witznitz Solar Park in Germania, inaugurato nel 2024 vicino a Lipsia: 650 MW di potenza su circa 500 ettari di un ex sito minerario di lignite, con oltre 1,1 milioni di moduli fotovoltaici. Prima ancora, il primato era saldamente in mano alla Spagna con l’impianto Francisco Pizarro da 590 MW, realizzato sempre da Iberdrola nella comunità autonoma dell’Estremadura. L’Italia, con Fenix, non sale sul podio continentale ma compie un salto di scala significativo: prima di ieri, il nostro parco solare più grande misurava 103 MW. Ora siamo a 243. Il rapporto con la Germania è ancora di uno a quasi tre, ma la distanza si è accorciata in modo netto.

    Ora tocca alle imprese italiane: cogliere l’opportunità o restare a guardare. Per chi consuma energia, l’arrivo dell’impianto Fenix non è una notizia da tecnici o da addetti ai lavori: è il segnale che contratti di fornitura a prezzo stabile, finanziati con strumenti europei e garantiti dallo Stato, sono disponibili anche in Italia. Informarsi sui PPA, confrontare le offerte, chiedere trasparenza sulle condizioni: la stabilità del costo energetico non è più un miraggio, ma un’opzione concreta che conviene esplorare prima che la domanda faccia salire anche questi prezzi.

🍪 Impostazioni Cookie