Una stampante di libri è diventata un produttore di energia

Una stampante di libri è diventata un produttore di energia

L’azienda Grafica Veneta ha creato una piattaforma per sviluppare impianti fotovoltaici dopo aver saturato il tetto della sede

Centomila metri quadrati di pannelli solari sul tetto. Non è fantascienza, ma quello che Grafica Veneta ha realizzato nella sua sede di Trebaseleghe, in provincia di Padova. Un impianto che oggi sfiora i 9 MWp di potenza e permette di risparmiare circa 3.500 tonnellate di CO₂ all’anno. Ma quella stessa azienda — parte del Gruppo SoFiGraf — ha deciso che non basta più: è di oggi la notizia che il gruppo ha creato GV Energy, piattaforma per lo sviluppo e gestione di impianti fotovoltaici, e ha già messo a segno la sua prima grande operazione con l’acquisizione di Helios 55, un progetto agrivoltaico da 55 MW nel Comune di Foggia.

La notizia racconta qualcosa di più di un’azienda che diversifica. Racconta un percorso che molte imprese italiane potrebbero seguire: prima si copre il tetto di pannelli per tagliare la bolletta, poi ci si rende conto che l’energia non è solo un costo da abbattere, ma può diventare una voce di ricavo. E quando il tetto non basta più, si guarda al terreno — con una formula, quella agrivoltaica, che permette di produrre elettricità senza rinunciare all’uso agricolo del suolo.

Energia stampata sul tetto

La storia dell’impianto fotovoltaico di Grafica Veneta è un buon punto di partenza per capire quanto convenga, in concreto, investire nell’autoproduzione. L’impianto sul tetto dell’HQ di Trebaseleghe ha raggiunto i 100 mila metri quadrati di estensione già nel 2012, con circa 30 mila moduli installati. Oggi la capacità dell’impianto è di quasi 9 MWp — una taglia da media centrale, ma su un tetto industriale — e garantisce un risparmio di circa 3.500 tonnellate di CO₂ l’anno.

Tradotto in soldi: un impianto di queste dimensioni, in una fascia solare come quella del Nord-Est, può produrre indicativamente tra i 9 e i 10 milioni di kWh all’anno. Con un costo medio dell’energia elettrica per un’azienda energivora che negli ultimi anni ha oscillato tra i 15 e i 25 centesimi al kWh, il risparmio annuo si aggira tra 1,5 e 2,5 milioni di euro. L’investimento iniziale per un impianto da 9 MWp — installato oltre un decennio fa, quando i prezzi dei moduli erano più alti di oggi — si è quasi certamente ripagato da anni. E da allora è margine netto.

Non serve essere una multinazionale per ottenere risultati simili, proporzionalmente. Un’azienda con 2.000 metri quadrati di tetto può installare circa 200 kWp, con un investimento che oggi, grazie al calo dei prezzi dei moduli (siamo scesi sotto i 20 centesimi al watt per i pannelli), si aggira sui 150-200 mila euro prima delle detrazioni. Con le agevolazioni fiscali ancora disponibili per le imprese, il tempo di rientro può scendere sotto i cinque anni. Poi, per i successivi venti o venticinque anni, l’energia è gratis.

Ma c’è un limite fisico: il tetto ha una superficie finita. E quando un’azienda come Grafica Veneta — che stampa libri per mezza Europa e consuma quantità industriali di elettricità — arriva a coprirlo tutto, la domanda successiva è inevitabile: e adesso?

Dallo stampatore al produttore di energia

La risposta è arrivata oggi, con la creazione di GV Energy e l’acquisizione del progetto Helios 55. Il Gruppo SoFiGraf, che controlla Grafica Veneta, ha costruito una piattaforma dedicata allo sviluppo, acquisizione, costruzione e gestione di impianti fotovoltaici. Non si tratta più di autoconsumo: si tratta di diventare produttori di energia a tutti gli effetti, vendendo l’elettricità generata in rete o attraverso contratti di lungo termine con altri soggetti industriali.

Il progetto di Foggia, con i suoi 55 MW di potenza prevista, è sei volte più grande del tetto di Trebaseleghe. E porta con sé un elemento nuovo: è un impianto agrivoltaico, pensato per convivere con l’attività agricola sul terreno sottostante. I pannelli saranno sollevati e distanziati in modo da permettere la coltivazione o il pascolo tra le file. Una soluzione che qualche anno fa sarebbe stata considerata di nicchia, ma che oggi è diventata la strada obbligata per chiunque voglia sviluppare impianti a terra di taglia rilevante in Italia.

Agrivoltaico: la nuova normalità

Il progetto Helios 55 si inserisce in un quadro nazionale in piena evoluzione. L’obiettivo nazionale è ambizioso: l’Italia deve aggiungere circa 65 GW di nuova potenza da rinnovabili entro il 2030 rispetto all’installato attuale. E dopo il decreto-legge Agricoltura, entrato in vigore nel 2024, realizzare grandi impianti a terra significa essenzialmente progettare impianti agrivoltaici. Le regole sono cambiate per rispondere a una critica legittima — quella di non sacrificare terreno fertile in nome della transizione energetica — e hanno ridisegnato il perimetro di ciò che è autorizzabile.

Per chi fa impresa, questo cambiamento normativo non è un freno ma un’opportunità. Un’azienda con disponibilità di terreni — propri o in affitto — può valutare un investimento che unisce due flussi di ricavo: la vendita di energia e la produzione agricola. I bandi del PNRR per l’agrivoltaico, pur con tutte le complessità burocratiche del caso, hanno messo sul piatto oltre un miliardo di euro di contributi a fondo perduto. E il costo della tecnologia continua a scendere: i moduli bifacciali — che catturano la luce da entrambi i lati e si adattano bene alle installazioni sopraelevate tipiche dell’agrivoltaico — costano oggi meno della metà rispetto a cinque anni fa.

Il panorama competitivo, intanto, si sta popolando. Proprio in queste ore, in Sicilia, è stato inaugurato il primo impianto fotovoltaico italiano sopra i 200 MW: Iberdrola Fenix, 243 MW di potenza, più del doppio rispetto al precedente record italiano detenuto dal Parco Solare Troia in Puglia (103 MW). Numeri che fino a pochi anni fa sembravano impensabili nel nostro Paese, e che oggi indicano una direzione chiara: il fotovoltaico di grande taglia, a terra o sopraelevato, sta uscendo dalla fase pionieristica per entrare in quella industriale.

In questo scenario, la mossa di un’azienda come Grafica Veneta — che non è un utility, né un fondo infrastrutturale, ma un’impresa manifatturiera — dice qualcosa di importante. Dice che la transizione energetica non è un affare riservato ai grandi player del settore. E dice che il percorso è replicabile: si parte dal tetto, si impara a gestire l’energia, si accumula esperienza, e quando si è pronti si scala. Con un vantaggio competitivo non banale: chi produce energia per il proprio consumo conosce i costi, i rischi e i margini meglio di chiunque altro.

Quanto convenga davvero un progetto agrivoltaico dipende da molti fattori: la latitudine (al Sud si produce circa il 30% in più che al Nord per kW installato), la distanza dalla rete elettrica, i costi di connessione, la destinazione agricola del terreno, la presenza o meno di contributi pubblici. Non è una soluzione per tutti. Ma per un numero crescente di imprese italiane con terreni disponibili e consumi energetici significativi, i conti stanno diventando interessanti anche senza incentivi. I tempi di rientro per un impianto agrivoltaico ben progettato si aggirano tra i sette e i dieci anni, con una vita utile che supera i trenta. E nel frattempo il terreno continua a produrre — foraggio, ortaggi, allevamento — con una resa che gli studi più recenti stimano tra il 60 e l’80% rispetto a un campo aperto, a seconda della configurazione.

Per le aziende italiane, l’agrivoltaico è la chiave per unire risparmio e sostenibilità senza dover scegliere tra pannelli e raccolto. E non serve essere una multinazionale: basta un tetto, o un terreno, e la volontà di guardare all’energia non più come a un costo fisso ma come a un’opportunità di investimento. Il caso di Grafica Veneta e GV Energy dimostra che quel salto — dal tetto al campo — non è un azzardo, ma il passo successivo di un percorso già collaudato.

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