Le rinnovabili non bastano in un giorno feriale

Le rinnovabili non bastano in un giorno feriale

Il 36,2% di copertura rinnovabile in un giorno feriale segnala il divario con gli obiettivi del Pniec

36,2%: il paradosso di una giornata qualunque

I numeri spogliati della retorica sono questi: 408,1 gigawattora da fonti pulite su una domanda che quel giorno superava i 1.100 GWh. Il 25 giugno non era una giornata eccezionale sotto il profilo meteorologico. Sole e vento c’erano. Eppure, la maglia rinnovabile si è fermata ben al di sotto della metà del fabbisogno. È la dimostrazione che i picchi da copertina – il 77% di una domenica di maggio, quando i consumi industriali crollano e il fotovoltaico spinge al massimo – raccontano solo metà della storia. L’altra metà è fatta di giorni feriali qualunque, in cui la domanda sale e la generazione intermittente non basta.

Nel 2025 le rinnovabili avevano chiuso l’anno con una quota media del 41,1% sulla domanda, un risultato in miglioramento ma ancora lontano dalla sicurezza di un sistema elettrico decarbonizzato. Il problema non è la capacità installata – al 31 dicembre 2025 si contavano 83.529 megawatt di potenza rinnovabile elettrica in Italia – ma la distanza tra potenza nominale e produzione effettiva quando serve. Il Prezzo Unico Nazionale a 128,17 €/MWh del 27 giugno, con il petrolio WTI fermo a 68,73 dollari al barile e la CO2 a 80,56 euro a tonnellata, segnala che il margine di riserva è sottile e ogni tensione si scarica sul prezzo.

97 TWh di verità: la montagna da scalare

Ma il 36,2% non è un’anomalia. È la spia di un divario che il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima quantifica in quasi 100 terawattora all’anno. Lo scorso anno solare ed eolico insieme hanno prodotto circa 65,7 TWh, pari al 21,1% del fabbisogno elettrico nazionale. Il divario con gli obiettivi del Pniec è impressionante: per il 2030 queste due fonti dovranno generare quasi 163 TWh annui. Mancano quindi oltre 97 TWh da aggiungere in appena cinque anni. Tradotto in decisioni concrete: più che un raddoppio della produzione attuale.

I primi cinque mesi del 2026 non offrono segnali di accelerazione sufficiente. Nei dati più recenti, la produzione di fotovoltaico ed eolico si è attestata a 31,5 TWh. Se il ritmo resta questo, la traiettoria verso i 163 TWh del 2030 si allontana mese dopo mese. Non è una questione tecnologica: in Europa il solare è esploso da 7,4 TWh nel 2008 a 304 TWh nel 2024, e già nel 2024 il 47,5% di rinnovabili nell’UE era realtà. La differenza italiana è nella velocità con cui gli iter autorizzativi si traducono in pale e pannelli collegati alla rete.

Il Pniec fissa l’asticella, ma la distanza tra l’atto di indirizzo e la posa dei cavi si misura in anni. E intanto, ogni giorno feriale che si chiude sotto il 40% di copertura rinnovabile ricorda che la transizione non è una gara già vinta, ma un cantiere aperto in cui il cronoprogramma slitta silenziosamente.

Il triplo della Francia: la bolletta della lentezza

Mentre l’Italia arranca, i prezzi corrono. Il 26 giugno 2026 il PUN ha toccato 155,46 €/MWh, quasi il triplo dei 56,02 €/MWh francesi e circa una volta e mezza il valore tedesco di 106,14 €/MWh. Non è un incidente di percorso: un sistema che deve accendere centrali a gas ogni volta che il cielo si copre o il vento cala paga un costo marginale elevato, e quel costo si trasferisce sul prezzo all’ingrosso. Le imprese italiane comprano elettricità a un prezzo che in Germania e Francia è impensabile. Le famiglie lo ritrovano in bolletta, stagione dopo stagione.

La Francia ha un parco nucleare che garantisce produzione stabile a costi contenuti. La Germania ha investito per anni in rinnovabili e reti, riducendo progressivamente l’esposizione al gas. L’Italia ha scelto una strada di mezzo – tanta capacità installata, poca integrazione di sistema – e ora paga il differenziale: ogni megawattora costa più che nel resto d’Europa continentale non per una tassa, ma per un’inefficienza strutturale. L’obiettivo dichiarato è la decarbonizzazione, ma senza un’accelerazione sul fronte delle infrastrutture la transizione rischia di diventare una tassa occulta sulla competitività.

Fino a quando il divario con gli obiettivi resterà incolmato, il prezzo dell’energia continuerà a pesare su famiglie e imprese. La giornata del 36,2% è un campanello d’allarme: la corsa al 2030 non ammette soste.

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