L’Italia ha inaugurato il più grande impianto fotovoltaico

L'Italia ha inaugurato il più grande impianto fotovoltaico

Il calo dell’8,2% nel 2025 arriva dopo quattro anni di crescita ininterrotta

Ieri l’Italia ha inaugurato in Sicilia il più grande impianto fotovoltaico mai operativo sul suolo nazionale, 243 MW di potenza e 413 mila moduli bifacciali, primo caso sopra i 200 MW. Oggi, 26 giugno 2026, scopriamo invece che nel 2025 la nuova potenza rinnovabile installata è calata dell’8,2%, fermandosi a 6,2 GW, esclusi i repowering, dopo quattro anni di crescita continua. E mentre tre Regioni pubblicano bandi per circa 9 milioni complessivi, secondo l’archivio bandi di QualEnergia.it PRO, ci si chiede quanto siano distanti i proclami dalla realtà.

Il gigante e la frenata

I numeri sono lì, quasi beffardi nella loro coincidenza temporale. L’impianto “Iberdrola Fenix”, celebrato il 25 giugno, promette una produzione annua di circa 400 GWh: una cifra che da sola basterebbe ad alimentare una città di medie dimensioni. È il simbolo di un Paese che sa ancora realizzare opere di taglia industriale quando le condizioni autorizzative, finanziarie e politiche si allineano.

Ma il dato complessivo del 2025 racconta una storia diversa. Quei 6,2 GW rappresentano la prima battuta d’arresto dopo un quadriennio di espansione, con il fotovoltaico a trainare la flessione. Non si tratta di una frenata marginale: perdere oltre 8 punti percentuali in un anno, proprio mentre l’Europa accelera sugli obiettivi del pacchetto Fit for 55, significa allontanarsi dalla traiettoria che ci eravamo impegnati a seguire. Il messaggio è duplice e contraddittorio: da un lato si festeggia il record, dall’altro si incassa la prima retromarcia dal 2021.

Di fronte a questo doppio segnale, cosa fanno le Regioni?

Polvere di bandi

La risposta, almeno sulla carta, arriva dai territori. La Regione Sardegna ha pubblicato il 24 giugno un bando da quasi 8 milioni per appalti pre-commerciali nel settore energetico: uno strumento che punta ad aiutare le pubbliche amministrazioni a sviluppare soluzioni innovative per le sfide energetiche. Nei giorni scorsi la Basilicata ha aperto un bando da 5 milioni per progetti di ricerca e innovazione energetica, finanziato con le risorse del Fondo Sviluppo e Coesione 2021-2027. E la Regione Liguria ha stanziato poco meno di 10 milioni per incentivi per riqualificazione energetica degli edifici pubblici, a valere sull’azione 2.1.1 del FESR 2021-2027.

A questi si aggiunge il Lazio, citato nell’archivio bandi del 26 giugno. La somma è presto fatta: tre bandi, circa 9 milioni. Non sono bruscolini, ma neppure cifre in grado di imprimere una svolta. Ogni Regione segue una propria logica: la Sardegna scommette sul pre-commercial procurement, la Basilicata su ricerca e sviluppo, la Liguria sull’efficientamento del patrimonio edilizio pubblico. Scelte legittime, che però raccontano l’assenza di una cabina di regia nazionale. Le date di pubblicazione sono sfasate, i cronoprogrammi non dialogano, i destinatari sono diversi. Se un cittadino o un’impresa volessero capire quali incentivi sono disponibili nel 2026 per l’energia, dovrebbero setacciare i bollettini di ciascuna Regione, con il rischio concreto di perdere occasioni.

Il problema non è la qualità dei singoli bandi: un intervento sugli edifici pubblici liguri ha senso, così come investire in innovazione in Basilicata o spingere la domanda pubblica di tecnologie pulite in Sardegna. Ma la scala è insufficiente. Nove milioni di euro, per quanto ben spesi, si perdono nell’ordine di grandezza di un settore che muove miliardi e che, solo nel 2025, ha visto evaporare quasi 600 MW di nuova potenza rispetto all’anno precedente. Senza contare che questi bandi arrivano dopo mesi, talvolta anni, di gestazione amministrativa, proprio mentre il mercato manda segnali di rallentamento che richiederebbero interventi tempestivi e coordinati.

Eppure, dietro la somma dei bandi, resta una domanda.

Cosa manca davvero

I numeri sono lì: pochi, sparsi, in ritardo. La domanda è se basteranno a invertire la tendenza o se serva qualcosa di diverso. Perché il calo dell’8,2% nella nuova potenza installata non è un incidente meteorologico: è il sintomo di un sistema che fatica a passare dalle dichiarazioni ai cantieri. I bandi regionali, con le loro dotazioni modeste e le loro finestre temporali ristrette, rischiano di essere un cerotto su una ferita che richiede ben altro: procedure autorizzative più rapide, un quadro regolatorio stabile, segnali di prezzo credibili per gli investitori. Senza questi elementi, l’attivismo regionale diventa un esercizio di buona volontà, non una politica industriale.

A chi guarda l’Italia della transizione, restano due cifre: 243 MW di ieri e 6,2 GW del 2025. Il ponte tra le due è ancora tutto da costruire.

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