L’80% dei paesi Ue mancherà l’obiettivo del 15% per il 2030, con un divario da 30 miliardi.
Agosto 2026, l’afa non dà tregua. In cucina il forno è acceso, l’aria condizionata spinge al massimo: un gesto quotidiano, automatico, che nessuno collega ai cavi oltre confine. Eppure è lì che si gioca una parte del prezzo che paghiamo in bolletta. Già lo scorso dicembre, l’analisi di Ember sulle interconnessioni elettriche europee aveva messo in fila i numeri: per l’Italia la prospettiva è fermarsi al 4% di interconnessione entro il 2030, espandendo la capacità di importazione di soli 1,2 GW. Dietro quell’interruttore, insomma, c’è una rete che non abbiamo ancora costruito.
Il gesto quotidiano dietro il 4%
Partiamo da una casa qualsiasi, dove la corrente arriva senza che nessuno pensi ai cavi oltre confine. Accendi il forno, parte la lavatrice, il condizionatore resta acceso: la rete italiana deve trovare quella corrente qui, in casa, e finora ci riesce. Il problema è che lo fa con un margine di importazione tra i più bassi d’Europa. Secondo l’analisi di Ember, l’Italia è destinata a raggiungere solo il 4% di interconnessione entro il 2030, espandendo la propria capacità di importazione di appena 1,2 GW. In pratica, la porta verso il resto del continente resta quasi chiusa. Da quel gesto quotidiano alla scadenza del 2030 il passo è breve: i numeri europei raccontano una promessa non mantenuta.
Il conto che non torna: 80%, 55 GW, 30 miliardi
Da quel gesto alla scadenza del 2030 il passo è breve, appunto. Secondo Ember, l’80% del sistema elettrico dell’UE mancherà l’obiettivo di interconnessione al 2030. La soglia non è un dettaglio tecnico. Il precedente obiettivo del 10% entro il 2020 era stato innalzato al 15% entro il 2030 dal Regolamento sulla governance dell’Unione dell’energia del 2018. E all’inizio del 2026 il quadro restava a macchia di leopardo: 16 paesi avevano già superato la soglia del 2030, 2 erano sopra il 10%, mentre 9 erano ancora al di sotto dell’obiettivo precedente del 2020. L’Italia rientra tra quelli che resteranno indietro.
Il conto si fa ancora più largo guardando oltre il 2030. Mancano 55 GW di progetti di trasmissione transfrontaliera per una rete paneuropea ottimale entro il 2040. Undici Stati membri — tra cui Portogallo, Spagna, Italia, Francia, Germania, Polonia e Grecia — avranno una capacità di importazione inferiore al 15% della loro produzione elettrica nazionale entro il 2030. E il divario di finanziamento pubblico, calcola Ember, è di 30 miliardi di euro per sostenere l’espansione più efficiente delle interconnessioni entro il 2040. Non è una questione tecnica: è una questione di soldi che qualcuno deve decidere di mettere.
E qui il discorso si fa concreto anche per chi non si occupa di reti. Il Connecting Europe Facility (CEF-E) per il periodo 2028-2034 prevede 17 miliardi di euro in sovvenzioni: una cifra che, avverte l’analisi di Ember, non sarà sufficiente. La conseguenza non è solo un conto più salato. Senza interconnettori, secondo un altro studio Ember, l’Europa avrebbe potuto subire due ulteriori blackout maggiori negli ultimi cinque anni, e quello iberico sarebbe potuto essere molto più grave. La rete, in altre parole, è anche un’assicurazione contro il buio.
Il paradosso dei due euro risparmiati
Se i numeri sono questi, la domanda è semplice: perché un investimento con un rendimento del genere resta fermo? La risposta è nel paradosso che accompagna i conti. Secondo ENTSO-E, l’associazione dei gestori di rete europei, ogni euro investito in infrastrutture elettriche si tradurrà in oltre due euro risparmiati nei costi di sistema. E sempre secondo ENTSO-E, entro il 2040 sarebbero necessari 108 GW di capacità transfrontaliera aggiuntiva per raggiungere l’obiettivo. In parole povere: il rendimento c’è, ed è più che doppio.
Non serve altro. Ogni euro investito ne restituisce più di due, ma il denaro pubblico non segue: dei 30 miliardi necessari, il fondo europeo ne copre solo una parte, e il divario resta. Cosa può aspettarsi, in pratica, il lettore italiano? Senza interconnettori, l’Italia continuerà a importare solo 1,2 GW aggiuntivi nell’arco di questo decennio: un margine stretto, che lascia il sistema più esposto. L’esperienza iberica — con il blackout che sarebbe potuto essere molto più grave — insegna che la rete è un’assicurazione collettiva. Ma se quei 30 miliardi verranno sbloccati, ogni euro ne varrà più di due. La differenza sta tutta lì: tra il forno acceso e il buio.




