Category: Idrogeno e gas rinnovabili

  • Ballard si è comprata anche l’idrogeno

    Ballard si è comprata anche l’idrogeno

    L’acquisizione da 301 milioni di sterline porta Ballard dalla vendita di componenti alla gestione dell’intera filiera dell’idrogeno stazionario

    Il sito HyMarnham è un impianto da 15 MW, metà proprietà di GeoPura, già coperto dal sostegno alle entrate previsto dal primo Hydrogen Allocation Round (HAR1) del governo britannico. A bordo dei generatori che GeoPura schiera nei cantieri e nelle basi militari del Regno Unito girano già celle a combustibile Ballard: l’innesto tecnico è rodato, mancava soltanto il titolo di proprietà. Nei giorni scorsi Ballard ha colmato il vuoto con l’annuncio dell’acquisizione: 301,1 milioni di sterline (397,7 milioni di dollari) tra cassa e azioni per portarsi dentro l’intera filiera di GeoPura — dalla produzione di idrogeno verde alla distribuzione, fino al generatore chiavi in mano che alimenta il cantiere.

    L’operazione ha una struttura a due tempi: un esborso iniziale di 275 milioni di sterline in equity, finanziato con 82,5 milioni in contanti e l’emissione di circa 50,8 milioni di azioni ordinarie Ballard agli azionisti GeoPura. Il resto è differito. La transazione dovrebbe chiudersi nella seconda metà del 2026 e, a quel punto, Andrew Cunningham — CEO di GeoPura — diventerà presidente in Ballard. Ma la cifra racconta solo metà della storia.

    Il nodo HyMarnham

    HyMarnham non è un progetto pilota. È un impianto da 15 MW con meccanismi di revenue support già attivi, ancorato al sistema di aste pubbliche britannico per l’idrogeno a basse emissioni. Il governo del Regno Unito ha assegnato le prime allocazioni HAR1 proprio per dare visibilità pluriennale ai produttori, e GeoPura — con la sua quota del 50% — era già dentro quel perimetro.

    Quello che cambia con l’acquisizione è la densità industriale del controllo. Le celle a combustibile Ballard erano già il cuore elettrochimico dei generatori GeoPura: convertono idrogeno in elettricità senza combustione, con l’unico sottoprodotto dell’acqua. Finora Ballard vendeva il componente e restava a monte. D’ora in poi Ballard possiederà anche il produttore dell’idrogeno, il gestore della logistica di rifornimento e l’integratore che assembla i moduli dentro container insonorizzati pronti per il cantiere o per la base operativa.

    È il passaggio da fornitore di primo equipaggiamento a operatore verticalmente integrato. HyMarnham è il primo tassello di una geografia industriale che Ballard eredita già con le carte in regola: sito produttivo attivo, contratto di sostegno pubblico, domanda aggregata da contratti governativi in essere. Il cantiere era già acceso. Ballard ha comprato le chiavi.

    Ritirata, poi rilancio

    L’acquisizione arriva dopo un biennio di sconfessioni strategiche. Già nel 2024 Ballard aveva cancellato il progetto di una fabbrica da 3 GW negli Stati Uniti e si era ritirata dal mercato cinese, due mosse che hanno ridimensionato le ambizioni del gruppo sul fronte della mobilità pesante e delle economie di scala asiatiche. Il titolo ne ha risentito, e la narrazione del pioniere canadese delle fuel cell — Ballard esiste dal 1979 — si era incrinata sotto il peso delle promesse non mantenute.

    Poi i numeri del primo trimestre 2025 hanno raccontato qualcosa di diverso. I ricavi del segmento stazionario sono cresciuti del 775% su base annua. Non un incremento percentuale da base zero: un segnale di domanda che tirava mentre il resto del portafoglio faticava. Ballard ha letto il dato e ha cambiato rotta, puntando su un mercato — quello dell’energia stazionaria — dove i contratti sono pluriennali, la taglia degli impianti è modulare e il cliente paga contro fornitura garantita, non contro promesse di autonomia chilometrica.

    GeoPura, fondata nel 2019, incarna esattamente questo profilo. Non produce automobili a idrogeno né camion: produce elettricità dove la rete non arriva o dove non può arrivare, con generatori silenziosi che sostituiscono i diesel da cantiere. Le applicazioni vanno dall’edilizia alle basi militari, dai festival alle infrastrutture critiche. E il cliente non è un consumatore ipotetico: è il governo britannico, che ha già firmato un contratto da 32,6 milioni di sterline per 2.500 tonnellate di idrogeno destinate ad alimentare generatori in un grande progetto di costruzione. Più i contratti militari già in portafoglio, che Ballard incamera con l’acquisizione.

    L’operazione non è priva di rischi. Il prezzo — 301 milioni di sterline — è significativo per un’azienda che valeva molto di più prima di ridimensionare le proprie ambizioni. E integrare una filiera completa significa gestire la produzione elettrochimica, la logistica dell’idrogeno compresso, la manutenzione predittiva delle flotte di generatori, la supply chain dei componenti ausiliari. Non è la stessa azienda che vendeva stack di celle a un integratore terzo. Ballard dovrà dimostrare di saper gestire la complessità operativa senza perdere il presidio sulla qualità della componentistica che resta il suo vantaggio competitivo.

    Cosa cambia per chi gestisce l’energia

    Per il mercato, la domanda è semplice: cosa succede quando il fornitore della cella diventa anche il fornitore dell’idrogeno che la alimenta?

    Da un lato, chi installa o gestisce un parco di generatori a idrogeno trova un interlocutore unico. Un contratto, un numero di telefono, una responsabilità integrata sulla fornitura: dalla tonnellata di idrogeno verde al kilowattora erogato. Ballard può vendere il generatore, garantire la disponibilità del combustibile, gestire la manutenzione e offrire un prezzo chiavi in mano. Per i grandi clienti — costruttori, utilities, forze armate — significa semplificazione amministrativa e una catena di fornitura più prevedibile.

    Dall’altro lato, la concentrazione verticale crea dipendenza. Chi compra un generatore Ballard–GeoPura lega la propria infrastruttura a un unico sistema proprietario. La cella, il software di controllo, il sistema di refuelling e il contratto di fornitura dell’idrogeno stanno tutti sotto lo stesso cappello. Se il prezzo dell’idrogeno sale o la qualità del servizio cala, non c’è un secondo fornitore a cui rivolgersi senza cambiare l’intero sistema. È il trade-off classico dell’integrazione: efficienza contro flessibilità.

    La promessa industriale, però, ha già un primo banco di prova concreto. Il governo britannico ha comprato le prime 2.500 tonnellate di idrogeno. I generatori sono in produzione. HyMarnham è allacciato. La risposta arriverà quando i primi container marchiati Ballard–GeoPura accenderanno i cantieri, con l’idrogeno prodotto, compresso e contabilizzato da un’unica entità. Il campo dell’idrogeno stazionario ha adesso un concorrente verticalmente integrato. Per chi installa, significa un interlocutore unico ma anche una catena di fornitura più blindata. L’esperimento è in corso, e la bolletta la paga il contribuente britannico.

  • Germania e Australia hanno investito 400 milioni nell’idrogeno verde

    Germania e Australia hanno investito 400 milioni nell’idrogeno verde

    L’accordo bilaterale finanzia un’asta doppia per colmare il divario tra produzione e acquisto

    La scorsa settimana, il 19 giugno, i governi di Berlino e Canberra hanno firmato una nuova lettera di intenti che definisce nei dettagli un’asta congiunta da 400 milioni di euro per l’idrogeno verde. La cifra non è un prestito né un finanziamento a pioggia: è il budget di un meccanismo di acquisto pensato per far incontrare chi produce idrogeno pulito e chi lo vuole comprare, con un intervento pubblico che copre la differenza di prezzo finché il mercato non cammina da solo. A spanne, 200 milioni li mette la Germania e 200 l’Australia. Sembra una notizia da pagina economica, roba da diplomatici e ingegneri. Ma se hai un’azienda che consuma gas, o se semplicemente ogni inverno guardi la bolletta con il batticuore, qui dentro c’è più di quanto sembri.

    L’asta che corregge il mercato

    Dietro la cifra c’è un meccanismo ingegnoso che punta a risolvere uno dei maggiori ostacoli alla transizione energetica: il disallineamento tra domanda e offerta. Si chiama H2Global ed è gestito dalla fondazione H2Global. In pratica funziona così: un intermediario compra idrogeno verde dai produttori con contratti a lungo termine, garantendo loro un prezzo stabile. Poi lo rivende ai consumatori industriali con contratti più brevi, assorbendo la differenza tra quanto costa produrlo e quanto il mercato è disposto a pagare. Il capitale pubblico serve esattamente a coprire quel buco temporaneo. L’idea è che, quando la domanda crescerà e i costi di produzione scenderanno, il differenziale si assottiglierà fino a scomparire. A quel punto l’intervento statale si ritira e resta un mercato funzionante.

    È un’asta doppia, un meccanismo “catalitico” progettato per correggere i fallimenti delle prime fasi di mercato. Oggi produrre idrogeno verde costa ancora più di chiuderlo da fonti fossili, e senza un acquirente certo nessuno investe in elettrolizzatori. Senza offerta abbondante, però, nessun consumatore industriale si lega le mani con contratti di fornitura. H2Global spezza questo circolo vizioso usando capitale pubblico limitato per far incontrare le due parti, accelerando il passaggio verso materie prime pulite commercialmente sostenibili. Lo scorso anno, il secondo bando di questo schema ha raggiunto un valore totale di 2,9 miliardi di euro ed è stato il primo finanziato congiuntamente da due governi, Germania e Paesi Bassi. Ora tocca all’asse con l’Australia.

    La logica è controintuitiva ma solida: invece di sovvenzionare singoli impianti nella speranza che qualcuno compri, si usa il denaro pubblico per garantire uno sbocco commerciale certo a chi produce, creando al tempo stesso un prezzo di riferimento per chi compra. È un po’ come se lo Stato affittasse un capannone per permettere a un nuovo fornitore di entrare nel mercato, promettendogli un affitto minimo garantito per i primi anni. Se funziona, i prezzi scendono per tutti.

    Cosa significa per chi fa impresa (e per te)

    Il primo bando H2Global da 2,9 miliardi lanciato con i Paesi Bassi mostra la direzione: il mercato dell’idrogeno verde sta diventando realtà, e l’accordo con l’Australia aggiunge un fornitore di scala. Per un’acciaieria, un’azienda chimica o un produttore di ceramica in Italia, avere una fonte di idrogeno certificato a prezzo prevedibile non è più fantascienza. È un pezzo di pianificazione finanziaria che si sta costruendo adesso. I contratti di fornitura non arriveranno domattina, ma i meccanismi d’asta vengono disegnati oggi. Quando le prime navi cariche di idrogeno verde australiano attraccheranno in Europa, chi avrà già studiato il proprio profilo di consumo potrà negoziare da una posizione di forza.

    Vale anche in negativo: chi pensa di rimandare ogni decisione rischia di trovarsi tra tre o quattro anni con un fornitore di gas fossile sempre più caro, mentre i concorrenti hanno già bloccato volumi a prezzo calmierato. Non serve essere un colosso dell’energia. Basta informarsi su come partecipare, direttamente o tramite consorzi di acquisto, ai bandi che Hintco, la società operativa di H2Global, pubblica regolarmente. I meccanismi sono trasparenti e pensati proprio per attirare acquirenti industriali che oggi non avrebbero la scala per negoziare da soli con un produttore dall’altra parte del mondo.

    Per il cittadino che non produce acciaio né ammoniaca, la connessione è meno immediata ma esiste. Ogni tonnellata di idrogeno verde che sostituisce gas metano in un processo industriale riduce la domanda complessiva di fossili, e a parità di altre condizioni tiene sotto controllo i prezzi all’ingrosso. Non risolve le bollette della prossima stagione termica, ma mette un argine strutturale a quelle degli anni a venire. E intanto apre un mercato di servizi: logistica, stoccaggio, manutenzione degli elettrolizzatori. Mestieri che in Germania e nei porti del Nord Europa stanno già nascendo e che avranno bisogno di competenze diffuse.

    L’idrogeno verde non è più un esperimento: è un mercato che prende forma, con regole d’ingaggio definite, capitali allocati e due continenti che si accordano su chi produce e chi compra. Informarsi oggi, capire i meccanismi d’asta e valutare la propria esposizione energetica non è un esercizio da addetti ai lavori. È il modo più concreto per arrivare pronti quando il primo contratto busserà alla porta.

  • L’Ue finanzia l’idrogeno ma non lo tratta come l’elettricità

    L’Ue finanzia l’idrogeno ma non lo tratta come l’elettricità

    Il bando per progetti comuni cozza con un quadro normativo che non equipara l’idrogeno all’elettricità

    Ieri la Commissione europea ha aperto un bando per progetti di interesse comune dedicato a infrastrutture dell’idrogeno, elettrolizzatori e reti di CO₂. Due giorni prima, lo scorso 23 giugno, un cartello di associazioni industriali – fra cui Hydrogen Europe – aveva pubblicato una dichiarazione congiunta con cui chiedeva ai negoziatori di trattare le reti dell’idrogeno con la stessa dignità di quelle elettriche nel Pacchetto Reti dell’UE. Il tempismo non è casuale: mentre Bruxelles stanzia fondi e invita a candidare opere per lo status di Progetto di Interesse Comune (PCI) o di Mutuo Interesse (PMI), il quadro normativo che dovrebbe accompagnarle è ancora in bilico e rischia di lasciare l’idrogeno in seconda classe.

    Il doppio binario europeo: finanziamenti sì, regole no

    La richiesta delle imprese è netta e si articola su due punti: parità di trattamento fra infrastrutture dell’idrogeno e dell’elettricità nelle procedure di autorizzazione e riconoscimento delle reti idrogeno come opere di interesse pubblico prevalente. In altre parole, le condotte per il nuovo vettore dovrebbero ottenere lo stesso fast track amministrativo e la stessa priorità di interesse generale che i regolamenti già accordano agli elettrodotti strategici. Oggi non è così. Il Pacchetto Reti – il pacchetto legislativo che ridisegna pianificazione, accesso e sviluppo delle reti energetiche europee – nella sua attuale bozza non garantisce questa equiparazione. Ed è un’asimmetria che, avvertono i firmatari della dichiarazione, può minare la coerenza della strategia continentale.

    A rendere evidente lo scollamento basta giustapporre l’annuncio di ieri all’appello del 23 giugno. Con il bando l’esecutivo comunitario mostra di voler costruire una dorsale idrogeno transfrontaliera; sotto il profilo normativo, invece, il testo negoziale non riconosce all’idrogeno lo stesso statuto che consentirebbe di realizzarla con la rapidità promessa. È il paradosso di un’Europa che con una mano elargisce la patente di priorità e con l’altra non disegna le corsie preferenziali indispensabili per portare a terra quegli investimenti.

    Il costo dell’asimmetria: competitività, consumatori e sistema integrato

    Il nodo non è un puntiglio regolatorio: è economico e strategico. Se le reti dell’idrogeno non vengono riconosciute come infrastrutture di interesse pubblico prevalente, ogni nuovo gasdotto, stazione di compressione o caverna di stoccaggio dovrà affrontare iter autorizzativi più lunghi e incerti rispetto a un elettrodotto equivalente. Ciò si traduce in tempi di realizzazione dilatati, costi di finanziamento più alti e, alla fine, un prezzo del vettore che ricadrà sulle imprese chimiche, siderurgiche e sui produttori di elettricità che lo useranno per bilanciare le rinnovabili.

    Daniel Fraile, Chief Market Officer di Hydrogen Europe, ha ricordato che «il Pacchetto Reti dell’UE è un’importante opportunità per garantire che le reti idrogeno contribuiscano pienamente alla competitività, alla sicurezza energetica e alla decarbonizzazione dell’Europa». Ma se il pacchetto legislativo non riconosce all’idrogeno le stesse condizioni dell’elettricità, aggiungono le associazioni firmatarie, l’Europa perderà «una straordinaria opportunità per un sistema energetico veramente integrato e ottimizzato in termini di costi». Il contrasto con il bando aperto ieri è eloquente: lo strumento PCI è nato per accelerare le opere transfrontaliere prioritarie, ma il framework che regola sviluppo, accesso e tariffe potrebbe continuare a trattare l’idrogeno come un settore ancillare.

    In concreto, la disparità è già visibile nel testo del Pacchetto: l’elettricità gode di una pianificazione coordinata sovranazionale e di un presidio normativo collaudato, mentre per l’idrogeno si prefigura un approccio più frammentato. Il risultato? Un sistema energetico dove il vettore più adatto a stoccare energia rinnovabile su scala stagionale e a decarbonizzare l’industria pesante resta in attesa di regole, mentre l’elettrificazione corre su binari preferenziali. Uno scollamento simile, fra ambizioni di decarbonizzazione e architettura normativa, rischia di pesare proprio ora che la competizione globale per l’idrogeno pulito – dagli Stati Uniti al Giappone – imporrebbe scelte rapide e coerenti.

    La partita è ancora aperta, ma la finestra si chiude

    La dichiarazione congiunta è un ultimo appello. I negoziati sul Pacchetto Reti – che coinvolgono Parlamento europeo, Consiglio e Commissione – sono in corso e potrebbero concludersi nei prossimi mesi. La richiesta di parity è sul tavolo. «Senza le giuste condizioni per l’idrogeno in questo pacchetto legislativo, perderemo un’enorme opportunità», ribadiscono i firmatari. La palla ora è nelle mani dei governi nazionali, che nel trilogo possono decidere se allineare le regole per l’idrogeno a quelle dell’elettricità o mantenere l’attuale squilibrio.

    Se non correggeranno il tiro, l’impianto finale rischierà di sancire un handicap strutturale per il vettore idrogeno, contraddicendo i medesimi obiettivi di neutralità climatica che l’Unione si è data. Riusciranno i governi a riconoscere che una rete idrogeno trattata da serie B è una zavorra per la competitività energetica del continente? La risposta non è scontata, ma il tempo stringe.

    Le scelte di oggi determineranno se l’idrogeno diventerà un pilastro del sistema energetico europeo o resterà una nicchia in attesa di regole. Non è una questione tecnica: è una decisione politica, e la finestra per prenderla si sta chiudendo.

  • Il regolamento sulle biomasse è stato notificato a Bruxelles

    Il regolamento sulle biomasse è stato notificato a Bruxelles

    La notifica alla Commissione Ue avvia i tre mesi di standstill previsti dalla direttiva sulla trasparenza del mercato unico

    24 giugno 2026. Nove anni e un giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto ministeriale 7 novembre 2017, n. 186, l’Italia ha notificato alla Commissione Europea lo schema di regolamento per l’aggiornamento del DM 186. Un passo tecnico che arriva in piena estate e che, per diventare operativo, dovrà attendere la fine del periodo di standstill fissato al 25 settembre 2026. Tre mesi esatti di silenzio normativo durante i quali Bruxelles e gli altri Stati membri potranno esaminare il testo, presentare osservazioni o chiedere modifiche. Per il settore del riscaldamento a biomasse combustibili solide — una fetta non marginale del termico italiano, fatta di produttori, installatori, enti di certificazione e laboratori — significa una sola cosa: si ricomincia a parlare di regole, ma la partita vera si aprirà soltanto in autunno.

    Cosa scatta oggi

    Il cronometro della procedura di notifica è partito con la ricezione del dossier da parte della Commissione, registrata con il numero 2026/0314/IT. Da quel momento decorrono i novanta giorni previsti dalla Direttiva (UE) 2015/1535 sulla trasparenza del mercato unico. La scadenza, indicata nel sistema TRIS, è inequivocabile: 25 settembre 2026. Fino a quella data il regolamento non potrà essere adottato in via definitiva dall’Italia. Poi, salvo obiezioni, il via libera. Il testo notificato è uno schema di regolamento adottato in attuazione dell’articolo 290, comma 4, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, il Testo Unico dell’Ambiente che costituisce l’architrave normativo in materia. Questo dettaglio non è secondario: l’aggiornamento si incardina in un impianto legislativo già consolidato, evitando scorciatoie o decretazioni d’urgenza che avrebbero potuto sollevare attriti con Bruxelles.

    Che cosa contenga esattamente il nuovo schema, al momento, non è pubblico nei dettagli. Il sistema TRIS riporta la notifica ma non allega il testo integrale. Restano quindi da chiarire quali parametri tecnici verranno rivisti, se ci saranno modifiche ai requisiti emissivi, alle procedure di prova o ai criteri di accreditamento degli organismi di certificazione. L’unica certezza è che il regolamento aggiorna il DM 186/2017, e questo basta per inquadrarne la portata.

    Le fondamenta del 2017

    Per capire perché questa revisione sia attesa da quasi un decennio bisogna tornare al 18 dicembre 2017, quando sulla Gazzetta Ufficiale venne pubblicato il decreto ministeriale 186/2017. Quel regolamento, firmato dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, ha definito per la prima volta una disciplina organica per la certificazione dei generatori di calore alimentati a biomasse combustibili solide: stufe, caldaie, termocamini e inserti che bruciano pellet, legna o cippato. Requisiti tecnici, procedure di verifica, competenze degli organismi di certificazione: tutto veniva incasellato in un quadro che doveva garantire qualità, sicurezza e prestazioni ambientali. Il decreto ha dato ossigeno a un mercato che in quegli anni correva, trainato dagli incentivi del Conto Termico e dalle detrazioni fiscali.

    Ma quel quadro è rimasto fermo al 2017. Nove anni in cui la tecnologia dei generatori è evoluta, le norme tecniche europee — su tutte le serie UNI EN 303-5 e UNI EN 14785 — sono state aggiornate più volte, e le esigenze del mercato sono cambiate. Basti pensare all’irruzione dei generatori ibridi, ai sistemi di controllo elettronico della combustione, ai progressi nella misurazione delle polveri sottili. Un regolamento pensato per la realtà del 2017 rischiava di diventare un vestito stretto per produttori e laboratori, costretti a navigare tra riferimenti datati e prassi consolidate ma non codificate. La revisione non è quindi un esercizio burocratico: è un riallineamento necessario tra la norma e il mercato reale.

    Aspettando settembre

    Con la notifica del 24 giugno inizia il vero conto alla rovescia. Il periodo di standstill è una cornice di sicurezza che il diritto europeo impone per evitare che uno Stato membro introduca regole tecniche suscettibili di creare ostacoli agli scambi prima che la Commissione e gli altri paesi abbiano potuto valutarle. In pratica, per tre mesi il testo rimane congelato. Nessun allarme particolare, sia chiaro: le notifiche italiane in materia ambientale raramente incontrano opposizioni frontali, soprattutto quando si tratta di aggiornare normative esistenti senza introdurre barriere tecniche nuove. Ma la prudenza non è mai troppa,
    e gli operatori lo sanno bene.

    Che cosa succede in queste settimane? I laboratori di prova accreditati, gli enti di certificazione, i consorzi dei produttori di apparecchi e di combustibili studiano le bozze che circolano informalmente, preparano osservazioni, aggiustano le proprie procedure interne. Perché il punto non è se il regolamento arriverà — arriverà, dopo il 25 settembre — ma quanto tempo servirà dopo lo sblocco perché venga recepito nella prassi quotidiana. Un regolamento tecnico non vive nel momento della firma: vive quando i laboratori aggiornano i propri manuali di prova, quando gli organismi di certificazione formano i propri auditor, quando le aziende riprogettano i componenti per adeguarsi ai nuovi requisiti. La filiera ha imparato a convivere con tempi lunghi, ma nove anni sono un’eternità anche per i cicli della regolazione tecnica. La domanda che aleggia tra gli addetti ai lavori è semplice: basteranno i mesi tra settembre e la fine dell’anno per mettere a terra le nuove regole senza intoppi?
    La risposta, come sempre in questi casi, dipenderà dalla qualità tecnica del testo e dalla rapidità con cui il Ministero pubblicherà decreti attuativi e circolari esplicative.

    Il 25 settembre è la data da segnare: lì si capirà se il nuovo regolamento aprirà davvero una fase diversa per il riscaldamento a biomasse in Italia.

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