I porti e le navi specializzate mancano, rallentando la costruzione dei parchi eolici offshore
Hai presente quando leggi che l’Europa ha stanziato miliardi per l’eolico in mare e pensi: «Bene, fra un paio d’anni avremo energia pulita a basso costo»? Ti immagini una bolletta più leggera, meno gas russo, pale eoliche all’orizzonte. Poi passano i mesi e i giornali titolano ancora «via libera agli aiuti», «nuovo maxi-investimento». La domanda sorge da sola: ma allora perché non si vede niente?
I soldi non mancano. La Commissione europea ha appena approvato, con procedura trasparente e non discriminatoria, il regime di aiuti francese da 63 miliardi per costruire undici parchi eolici offshore. Qualche mese prima, la Polonia ha festeggiato il primo kilowattora immesso in rete da un impianto eolico offshore da 5 miliardi di euro, Baltic Power, nel Baltico. La macchina delle autorizzazioni gira, i fondi si trovano, la volontà politica sembra esserci.
Perché i parchi eolici in mare sono sempre “in arrivo”
Il punto è un altro, e riguarda quello che succede quando un progetto passa dalla carta al mare aperto. Servono porti capaci di ospitare montaggi su scala industriale: banchine rinforzate, fondali profondi, aree di stoccaggio immense. In molte aree del mondo questa infrastruttura semplicemente non esiste.
Uno studio recente, che valuta la trasformazione di due porti strategici nell’arcipelago, mostra che nelle Filippine oggi non c’è un solo scalo portuale adatto a installare pale offshore. Per riconvertirne uno bisogna progettare lavori di potenziamento e ampliamento in più fasi, con anni di cantiere prima ancora di pensare alle turbine.
Ma il collo di bottiglia più duro è in acqua. Non c’è semi-conduttore, non c’è autorizzazione che tenga se poi non hai le navi giuste per piantare una turbina alta 250 metri su un fondale a 60 chilometri dalla costa. E quelle navi sono pochissime.
Undici navi per mezza Europa (e una è appena arrivata)
La società danese Cadeler ha appena preso in consegna la Wind Ace, l’undicesima nave posacavi e installatrice della flotta. Costruita in Cina, presso il cantiere navale COSCO Shipping Offshore di Qidong, è stata ultimata rispettando tempi, budget e con un record di sicurezza importante: oltre 3,5 milioni di ore lavorate senza infortuni con assenza dal lavoro. Ora naviga verso il Mare del Nord, prima missione il parco East Anglia TWO. Lì Cadeler ha già firmato il contratto per trasportare e installare tutte le 64 turbine e le rispettive fondazioni. I lavori inizieranno nel 2027; la Wind Ace sarà affiancata da una nave di classe O della stessa flotta, perché da sola non basterebbe. E la terza nave di classe A, la Wind Apex, è attesa per la prima metà del 2027.
Undici navi in tutto, per decine di parchi eolici in costruzione o in via di assegnazione fra Mare del Nord, Baltico, costa atlantica e Asia. Significa code di mesi, costi di noleggio che decollano e sviluppatori costretti ad accaparrarsi una nave con due o tre anni di anticipo, prima ancora di avere tutti i permessi. Se arrivi tardi, il tuo parco eolico rimane una distesa di permessi sulla scrivania mentre le bollette continuano a salire.
E a me cosa cambia?
Ti cambia il conto, perché ogni ritardo nella costruzione di pale offshore tiene in vita le centrali a gas più a lungo del previsto, e in Italia — dove l’eolico offshore è ancora zero — il prezzo dell’elettricità resta agganciato al metano. Un parco eolico in mare, una volta in funzione, produce a costi bassissimi e aiuta a smorzare i picchi di prezzo. Ma se le navi installatrici sono prenotate per anni, quel momento si allontana.
La prossima volta che senti parlare di un mega-investimento nell’eolico offshore, non guardare solo la cifra. Cerca quante navi specializzate sono disponibili per trasformarlo in realtà. Se mancano, puoi aspettarti bollette ballerine ancora per un pezzo.




