Il settore delle tecnologie pulite cresce ma tre posti su quattro restano scoperti per mancanza di tecnici formati

Ogni volta che un’impresa deve assumere un installatore di pompe di calore, la ricerca si trasforma in un calvario. Succede nelle officine, nei cantieri, nelle aziende che producono tecnologie pulite: il personale qualificato manca, e non sono casi isolati. A fotografare la situazione è un’analisi pubblicata ieri, che raccoglie i dati del Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea: oggi il settore delle tecnologie pulite impiega oltre due milioni di persone nell’Unione, ma la domanda di tecnici specializzati è destinata a crescere molto più in fretta dell’offerta.

Il paradosso: due milioni di lavoratori non bastano

I numeri raccontano un paradosso che ogni imprenditore del settore conosce bene. Secondo il JRC, già oggi il 15% delle imprese attive nella produzione di apparecchiature elettriche segnala la carenza di personale come principale limite alla produzione. Non è una questione di stipendi o di condizioni di lavoro: semplicemente, non ci sono abbastanza candidati con le competenze giuste. Il settore cresce, gli ordini aumentano, ma la capacità produttiva si scontra con un muro fatto di curriculum che non arrivano.

E il problema è destinato ad allargarsi. Il rapporto stima che circa il 75% dei nuovi posti di lavoro legati alla transizione riguarderà profili tecnici: installatori, manutentori, operai specializzati. Non ingegneri, non manager, non consulenti: persone che sanno montare un pannello solare, collegare una colonnina di ricarica, mettere in funzione una pompa di calore. È qui che si concentrerà la domanda, ed è qui che l’offerta è più fragile. Tre posti su quattro saranno occupazioni manuali e tecniche, lo stesso tipo di mestieri che i sistemi scolastici europei hanno passato decenni a trascurare. Il risultato è una forbice che si allarga: da un lato un settore che non trova personale, dall’altro lavoratori che potrebbero ricollocarsi ma non hanno accesso ai percorsi formativi giusti.

Il piano europeo: obiettivi al 2030 e competenze per arrivarci

L’Europa non sta a guardare. Il piano REPowerEU, lanciato per accelerare l’indipendenza energetica del continente, potrebbe generare fino a un milione di nuovi posti di lavoro entro il 2030. Ma quei posti vanno riempiti con persone formate, e servono investimenti: lo sviluppo delle competenze necessarie è stimato tra 1,7 e 4 miliardi di euro. Cifre importanti, che però vanno lette accanto al mercato globale delle tecnologie net-zero, che secondo le stime della Commissione europea raggiungerà un valore di 600 miliardi di euro all’anno entro il 2030. Investire qualche miliardo nella formazione non è un costo: è il prezzo del biglietto per entrare in un mercato che crescerà a doppia cifra.

L’obiettivo della Commissione è ambizioso e molto concreto: entro il 2030, l’Unione punta a produrre internamente almeno il 40% del fabbisogno annuale di tecnologie net-zero. Tradotto: meno dipendenza dalla Cina per pannelli, batterie, elettrolizzatori, e più fabbriche europee. Ma una fabbrica ha bisogno di operai, non solo di capitali. Il Net-Zero Industry Act, che fissa questi target, prevede anche la creazione di accademie per formare i tecnici della transizione. L’idea è semplice: se costruisci una gigafactory di batterie in Germania o in Italia, devi anche garantire che ci siano persone in grado di lavorarci. Altrimenti il rischio è di avere impianti ultramoderni fermi per mancanza di personale.

Il quadro normativo c’è già da tempo, almeno sulla carta. Già nel 2022, con il quadro GreenComp, la Commissione aveva pubblicato un sistema di riferimento per le competenze di sostenibilità da inserire nei percorsi scolastici e professionali. Un lavoro importante, che definisce cosa significa essere preparati alla transizione: dalla conoscenza dei sistemi energetici alla capacità di valutare l’impatto ambientale di un processo produttivo. Ma tra un quadro di riferimento scritto a Bruxelles e un corso per installatori di pompe di calore che parte in una scuola professionale della provincia italiana la distanza è ancora grande, e il tempo stringe. Le aziende non possono aspettare i tempi della burocrazia: cercano persone adesso.

Cosa conviene fare: formazione e opportunità concrete

Rimandare la formazione oggi significa perdere quote di mercato domani. Per un’impresa che installa caldaie, non formare i propri tecnici sulle pompe di calore vuol dire restare fuori da un mercato in espansione mentre i concorrenti si prendono i clienti. Per un elettricista, non specializzarsi sugli impianti fotovoltaici con accumulo significa lasciare lavoro sul tavolo ogni settimana. I numeri del JRC sono chiari: tre nuovi posti su quattro saranno per tecnici, è lì che si concentra la crescita. E i fondi per la formazione ci sono, stanziati sia a livello europeo che nei piani nazionali di ripresa. Chi si muove prima ha un vantaggio competitivo difficile da colmare per chi arriva dopo.

La transizione non è una chimera lontana ma un cantiere già aperto: per chi cerca lavoro o vuole far crescere l’impresa, è il momento di investire sulle competenze, prima che lo facciano altri. Perché la vera sfida della transizione verde non è tecnologica — le pompe di calore funzionano, i pannelli solari anche, l’eolico è una tecnologia matura da vent’anni. La vera sfida è trovare chi le sa installare, riparare, mantenere in efficienza. Ed è una sfida che si vince con i corsi di formazione, non con i proclami.