Il fondo innovazione ha 12,3 miliardi disponibili ma ne ha spesi solo 331 milioni

Il paradosso dei miliardi: tanti soldi, poca azione

I numeri, messi in fila da WindEurope in un’analisi pubblicata nei giorni scorsi, sono impietosi. Nel 2025 l’ETS ha generato circa 43 miliardi di euro. Un flusso di denaro imponente, che nasce dall’obbligo per le industrie di acquistare diritti di emissione e che, nelle intenzioni, dovrebbe finanziare la transizione verde. Ma l’analisi di WindEurope rivela che solo circa il 5% delle entrate dichiarate dell’ETS finanzia la decarbonizzazione industriale. Il resto si perde nei bilanci nazionali, senza un vincolo di destinazione chiaro.

L’esempio più clamoroso è proprio quello del Fondo per l’Innovazione. A giugno 2025 deteneva 12,3 miliardi di euro in fondi disponibili. Di questi, ne aveva effettivamente erogati soltanto 331,8 milioni. «Il denaro è disponibile, semplicemente non è stato speso in modo efficace», scrive WindEurope. Non si tratta di un problema di risorse, ma di un cortocircuito amministrativo e politico: i meccanismi di erogazione sono lenti, i criteri spesso poco chiari, e manca una priorità strategica condivisa. Intanto, l’ETS è entrato nella sua quarta fase (2021-2030), dopo essere stato istituito nel 2005 come primo sistema internazionale di scambio di emissioni al mondo. In vent’anni le emissioni nei settori coperti sono diminuite di circa il 50%, mentre nei settori non coperti il calo si è fermato al 20%. Un risultato a metà, che dimostra quanto sia cruciale – scusate, quanto sia decisivo – allargare il perimetro dell’elettrificazione.

La realtà dei numeri: elettrificazione ferma al 4%

C’è un dato che più di ogni altro spiega perché questa lentezza sia insostenibile. L’elettricità copre appena il 4% del calore utilizzato dall’industria europea nei suoi processi. Significa che il 96% del calore industriale viene ancora prodotto bruciando combustibili fossili. Eppure le tecnologie per cambiare rotta esistono già: pompe di calore industriali e caldaie elettriche potrebbero elettrificare 930 TWh della domanda di calore, concentrata soprattutto sotto i 500°C. Non stiamo parlando di soluzioni sperimentali o di laboratori di ricerca: sono macchinari già in commercio, già testati, già utilizzati in alcuni impianti pilota.

WindEurope ha messo in fila nove raccomandazioni per la revisione dell’ETS, pubblicate in un position paper a fine giugno in vista del processo di revisione atteso per il 17 luglio. La richiesta centrale è semplice e radicale allo stesso tempo: dare priorità all’uso dei ricavi dell’ETS per l’elettrificazione basata sulle rinnovabili, invece di disperderli su idrogeno e cattura del carbonio. Il ragionamento è lineare: se l’Europa importa più del 60% dell’energia che consuma sotto forma di combustibili fossili, ogni anno di ritardo nell’elettrificazione è un anno in cui si continua a finanziare fornitori esteri, esponendosi alla volatilità dei prezzi e a crisi geopolitiche. I 22 miliardi extra spesi in 44 giorni di guerra in Iran sono lì a ricordarcelo.

Il punto non è se l’Europa abbia gli strumenti per finanziare la transizione. Li ha, e li ha costruiti in decenni di regolamentazione ambientale. Il punto è che quegli strumenti sono tarati su un’epoca in cui la decarbonizzazione era un obiettivo di lungo periodo, non una necessità immediata. I fondi ci sono, ma restano bloccati in un labirinto di procedure e bandi che premiano più la conformità burocratica che la rapidità di esecuzione. Risultato: le imprese che vorrebbero investire in elettrificazione aspettano, e intanto continuano a bruciare gas.

Chi perde (e chi vince) in questa partita?

A pagare sono innanzitutto le imprese europee, esposte a costi energetici più alti rispetto ai concorrenti globali che non hanno vincoli di emissione stringenti. E sono i cittadini, che vedono allontanarsi una transizione giusta mentre i prezzi restano legati alle quotazioni internazionali del gas. I ricavi dell’ETS – argomenta WindEurope – dovrebbero essere incanalati direttamente in progetti di elettrificazione industriale: è il modo per rafforzare competitività e sovranità energetica. Non per ragioni ideologiche, ma per un calcolo molto concreto: ogni euro trattenuto nei fondi non spesi è un euro che l’economia europea regala ai produttori di gas e petrolio.

E allora viene da chiedersi: se i soldi ci sono, se le tecnologie sono pronte, se il costo dell’inazione è misurabile in miliardi di importazioni fossili, cosa manca? Forse manca la volontà di ammettere che l’elettrificazione diretta, quella basata su eolico e fotovoltaico, è la strada più rapida ed economica per tagliare le emissioni industriali. Forse manca il coraggio di spostare davvero le risorse, accettando che alcuni settori – idrogeno verde, CCS – non sono ancora pronti per assorbire miliardi. Di certo manca un meccanismo di spesa che renda automatico e rapido il trasferimento dei fondi a chi può già oggi installare una pompa di calore al posto di una caldaia a metano.

La transizione energetica europea somiglia sempre più a un’autostrada senza pedaggio: tutti sanno dove andare, ma nessuno si mette in moto.