L’Italia ha incassato miliardi dalle quote di emissione ma solo il 9% è finito in progetti climatici
Imprenditori e cittadini la pagano in bolletta e al distributore, ma poi quei soldi svaniscono prima di arrivare alla transizione energetica. La domanda è concreta e riguarda decine di miliardi: dove sono finiti i proventi dell’ETS, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione? Il governo Meloni, che a parole critica il meccanismo, nei fatti lo ha trattato come una fonte di coperture finanziarie per i conti pubblici. E giovedì il ministro delle Imprese Adolfo Urso si è raccomandato con la Commissione Europea per trasformare il meccanismo, andando incontro alle richieste delle imprese.
Ma prima di giudicare la mossa di Urso, bisogna capire come l’Italia ha gestito i proventi fino a oggi. Perché i numeri raccontano una storia molto diversa da quella della «tassa insopportabile».
I numeri che fanno rumore
I dati del centro studi Ecco, pubblicati in un confronto Italia-Europa lo scorso maggio, mettono in fila le cifre. Tra il 2012 e il 2024 l’Italia ha incassato miliardi dal sistema ETS — la carbon tax europea che fa pagare alle industrie il diritto di emettere CO₂. Di questi soldi, la metà è stata destinata alla riduzione del debito pubblico. Solo il 9% è stato speso per motivi climatici.
Tradotto: ogni 100 euro incassati dalle quote di emissione, 50 sono finiti nel grande calderone del bilancio statale e meno di 10 sono tornati alla transizione. Il resto si è disperso in altre voci di spesa corrente che con il clima c’entrano poco o nulla. Il sistema ETS nasceva con uno scopo preciso — disincentivare le emissioni e finanziare il passaggio a fonti pulite — ma l’Italia lo ha piegato a una logica di cassa. È un dato che stride ancora di più se lo si confronta con gli altri paesi europei.
La Germania spende il 99% dei proventi ETS per la transizione energetica. La Spagna il 94%. La Polonia, che pure è tra i paesi che chiedono di abolire il sistema, arriva al 51%. L’Italia si ferma al 27%, il valore più basso tra le grandi economie del continente. Non è una differenza marginale: è un divario strutturale che in oltre dieci anni ha prodotto risultati opposti. I competitor tedeschi e spagnoli hanno usato l’ETS per modernizzare gli impianti, ridurre i consumi e tagliare le bollette energetiche delle loro imprese. Le aziende italiane, nel frattempo, hanno continuato a pagare la carbon tax senza vederne un ritorno in investimenti.
Con questi numeri, la richiesta di abolizione avanzata dal governo assume un sapore diverso. Non è la denuncia di uno strumento sbagliato: è l’ammissione di non averlo saputo usare.
Un pretesto per non cambiare?
Il ministro Urso ha dichiarato che il sistema ETS, così come concepito, rappresenta «un’ulteriore tassa a carico delle imprese europee» e ha chiesto una sospensione dell’ETS in attesa di una revisione. Ma il problema non è lo strumento, bensì la sua gestione. Se la Germania e la Spagna reinvestono quasi tutto nella transizione e l’Italia quasi nulla, il fallimento non sta nel regolamento europeo: sta nella scelta nazionale di dirottare altrove quei fondi. Intanto si va formando uno schieramento di paesi — Italia, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia — favorevoli all’abolizione del sistema, mentre i paesi scandinavi, la Spagna e il Portogallo preferirebbero mantenerlo. L’Italia rischia di guidare un fronte che in Europa appare sempre più isolato.
Le imprese italiane dovrebbero guardare ai concorrenti tedeschi e spagnoli prima di chiedere l’abolizione dell’ETS. Loro quei soldi li hanno investiti nella transizione, e oggi hanno stabilimenti più efficienti e costi energetici più bassi. Chiedere di cancellare lo strumento perché non lo si è saputo usare non è una strategia: è una resa.




