La frammentazione normativa e le procedure complesse frenano gli investimenti e l’installazione di nuovi impianti

Hai mai provato a installare un impianto fotovoltaico? Alla fine, ti sei ritrovato più ore in ufficio tecnico che sul tetto. Dietro la frustrazione di un singolo cittadino c’è un problema di sistema, e ieri l’analisi pubblicata da Staffetta Quotidiana, che incrocia i dati di un report internazionale e dell’ASviS, lo ha messo nero su bianco: l’Italia non è sulla buona strada per centrare gli obiettivi di energia rinnovabile del 2030, e una delle cause principali è una burocrazia frammentata che alza i costi per tutti.

Un labirinto chiamato autorizzazione

La prima barriera la incontra chiunque voglia produrre energia pulita. Secondo la guida pubblicata da Chambers and Partners nel settore delle rinnovabili, l’Italia ha un quadro normativo frammentato ed eterogeneo, dove le procedure autorizzative spesso ricadono sotto giurisdizioni che si sovrappongono e concorrono, generando confusione e allungando i tempi. Non è solo una questione di scartoffie: a causa di questa complessità, acquistare terreni e ottenere la connessione alla rete costa di più in Italia che in altri Paesi europei. Per un’azienda significa dover affrontare iter che durano anni e investimenti extra; per una famiglia significa rinunciare a un impianto o accettare tempi di rientro più lunghi.

Il risultato è che l’entusiasmo si spegne tra note dell’ufficio tecnico e autorizzazioni in contraddizione tra loro. Se per un singolo cittadino è già un’impresa, figuriamoci per l’intero Paese: la lentezza burocratica diventa il vero limite della transizione energetica, perché anche quando ci sono le risorse economiche e la volontà, il percorso a ostacoli frena la messa a terra dei progetti.

La tabella di marcia sbagliata

Un anno fa, a luglio 2025, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) ha pubblicato un rapporto che descriveva un’Italia ancora lontana dal traguardo degli obiettivi di energia rinnovabile fissati al 2030. Nonostante una recente accelerazione nell’installazione di nuove fonti, il ritmo attuale era (ed è) insufficiente a garantire la decarbonizzazione del sistema energetico nei tempi previsti. Oggi, dodici mesi dopo, le ultime rilevazioni non mostrano miglioramenti: siamo ancora distanti dal passo necessario.

Il punto è che quel passo non è solo un obbligo europeo, ma una convenienza concreta: ogni chilo di CO2 risparmiata con pannelli e pale eoliche riduce la dipendenza dal gas e, sulla bolletta, potrebbe tradursi in costi minori. Eppure, mentre altri Paesi corrono, l’Italia avanza al rallentatore, con installazioni annuali ben al di sotto di quanto servirebbe. Le richieste di connessione non mancano, ma il collo di bottiglia delle autorizzazioni le lascia spesso inevase per anni, impedendo ai cittadini e alle imprese di beneficiare di energia più economica.

E pensare che lo sapevamo già da oltre un decennio…

Tredici anni di strategie ignorate

Nel marzo 2013, la Strategia Energetica Nazionale indicava tra le priorità esplicite la modernizzazione del sistema di governance. Il governo di allora riconosceva nero su bianco che la frammentazione normativa era un freno allo sviluppo delle rinnovabili e prometteva di semplificare le procedure. Tredici anni dopo, siamo punto e a capo: gli stessi ostacoli che bloccavano i progetti nel 2013 – autorizzazioni multiple, sovrapposizioni di competenze, costi extra per terreni e rete – continuano a tenere l’Italia fuori dalla corsa all’energia pulita.

Senza una reale semplificazione delle procedure, la transizione energetica resterà un miraggio. Mentre aspettiamo, continuiamo a pagare bollette più salate e a perdere opportunità di investimento. L’ora delle scelte è adesso: per cittadini e imprese, la differenza tra un impianto acceso e uno che resta sulla carta passa ancora da un ufficio tecnico.