L’acquisizione di vecchie dighe idroelettriche è un sintomo della tensione tra domanda digitale e capacità di rete

Ottantamila megawatt. È la potenza che i data center hanno chiesto di connettere alla rete italiana all’inizio del 2026 — contro i 30 di fine 2024. Mentre i colossi globali si assicurano reattori nucleari, in Italia si comprano centrali idroelettriche costruite un secolo fa. Aruba ha annunciato nei giorni scorsi l’acquisizione di tre centrali idroelettriche in Piemonte, nei comuni di Cafasse, Balangero e Lanzo Torinese, lungo il fiume Stura di Lanzo. Costruiti tra il 1922 e il 1923, i tre impianti generano insieme circa 10 GWh di energia rinnovabile all’anno. La notizia, di per sé, sembrerebbe marginale: un’azienda italiana di cloud e servizi digitali che si compra qualche vecchia diga. Ma è proprio la scala apparentemente ridotta dell’operazione a illuminare una tensione sistemica che va ben oltre le Alpi piemontesi.

Micro idroelettrico, maxi fame di energia

Quella di Aruba non è una mossa improvvisata. Già nel 2020 l’azienda aveva acquisito quattro centrali idroelettriche in Lombardia e Veneto — a Melegnano sul Lambro, a Chiuppano e Calvene sull’Astico, e a Pontebba sul Fella — portando la sua rete a una capacità combinata di 9,2 MW e una produzione media annua di circa 50 GWh. Con l’operazione piemontese, ufficializzata l’8 luglio scorso, il portafoglio si allarga, ma i numeri restano quelli di un’economia di scala che definire modesta è dir poco. Dieci gigawattora all’anno sono una goccia rispetto alla sete di elettricità del settore.

La fotografia scattata dall’Agenzia Internazionale dell’Energia è impietosa: nel 2024 i data center hanno consumato circa 415 TWh di elettricità, pari a circa l’1,5 per cento della domanda globale. E la traiettoria è ancora più netta: il consumo è destinato a più che raddoppiare entro il 2030, raggiungendo circa 945 TWh, secondo le stime dell’IEA. Per dare un ordine di grandezza, la produzione annua dell’intero parco idroelettrico di Aruba — 50 GWh — equivale a circa lo 0,005 per cento dei 945 TWh previsti. Non è un errore di virgola: è proprio il rapporto tra una strategia di autosufficienza che guarda alle dighe centenarie e una domanda che cresce con la stessa curva esponenziale dell’intelligenza artificiale.

Nucleare, dighe e previsioni: il Far West dell’energia digitale

Basta spostare lo sguardo oltreconfine per capire che la partita si gioca su un altro tavolo. Già nel settembre 2024 Microsoft ha siglato un accordo con Constellation Energy per acquistare energia dal Crane Clean Energy Center, l’impianto rinnovato di Three Mile Island in Pennsylvania, con l’obiettivo di coprire con energia priva di emissioni il fabbisogno dei suoi data center nella regione PJM. Non una diga di inizio Novecento, ma un reattore nucleare riattivato, con una capacità che non ha nulla a che vedere con i 9,2 MW del parco Aruba.

Amazon non è stata a guardare: ha ampliato la sua relazione con Talen Energy per fornire 1.920 MW di energia nucleare senza carbonio ai data center AWS. Millenovecentoventi megawatt: circa duecento volte la capacità combinata di tutte le centrali idroelettriche di Aruba messe insieme. La cifra dà la misura di una competizione globale in cui i big della nuvola si muovono come utility company a tutti gli effetti, scavalcando i confini tradizionali tra chi produce energia e chi la consuma. Il risultato è un mercato in cui ogni fonte disponibile — nucleare, idroelettrico, solare — viene contesa in una rincorsa che mescola passato e futuro dell’energia, senza una regia e con tempi che la politica fatica a governare.

La domanda, a questo punto, non è se i data center troveranno l’elettricità che cercano — la troveranno, perché hanno i capitali per comprarsela. La domanda è cosa resterà agli altri. Quando un’azienda come Amazon si assicura quasi duemila megawatt di potenza nucleare dedicata, non sta solo risolvendo un problema di approvvigionamento: sta sottraendo capacità a una rete che serve anche ospedali, fabbriche, trasporti. E lo fa in un quadro regolatorio che, almeno in Europa, è ancora in gran parte da scrivere.

La Lombardia fa da apripista, ma il resto del Paese è al buio

In Italia il sintomo più evidente del disallineamento è nei numeri di Terna. L’operatore della rete di trasmissione nazionale ha visto le richieste di connessione da parte dei data center esplodere: da circa 30 GW alla fine del 2024 a oltre 80 GW all’inizio del 2026, concentrate in modo schiacciante nel Nord del Paese. Ottantamila megawatt sono più della potenza installata complessiva del parco di generazione italiano. Significa che, se anche solo una frazione di quelle richieste si concretizzasse, la rete si troverebbe a gestire un carico per cui non è stata progettata.

L’unica risposta regolatoria finora arrivata è la legge approvata dalla Lombardia lo scorso 26 maggio, la prima in Italia a disciplinare specificamente lo sviluppo dei data center. Il testo affronta consumo idrico, efficienza energetica e uso del suolo, ma ha già attirato le critiche delle organizzazioni agricole, che lamentano un eccesso di discrezionalità lasciata ai Comuni nell’autorizzare progetti su terreni agricoli. È il classico cerotto su una frattura esposta: una norma regionale che prova a mettere ordine mentre il resto del Paese resta senza una strategia nazionale. Quando le richieste per 80 GW di potenza busseranno davvero alla rete — e non è questione di se, ma di quando — chi garantirà la stabilità del sistema? E chi pagherà i costi di congestione che inevitabilmente si scaricheranno su imprese e famiglie?

La transizione digitale sta incontrando il suo limite più concreto: la fisica della rete elettrica. Senza una cabina di regia nazionale che definisca priorità, vincoli e oneri per chi vuole costruire data center, il prezzo dell’assenza di regole lo pagheranno i soggetti più deboli. E le tre centrali idroelettriche lungo lo Stura di Lanzo, con i loro 10 GWh l’anno, sono il promemoria perfetto di quanto la risposta sia ancora artigianale rispetto alla scala del problema.