Il paradosso del raffreddamento che surriscalda la rete elettrica, tra picchi di 55 GW e blackout a catena

Torni a casa dopo una giornata in cui il termometro ha toccato i 38 gradi, l’asfalto ancora brucia e l’unica cosa che desideri è una stanza fresca. Accendi il condizionatore al massimo, aspetti quei trenta secondi in cui l’aria inizia a smuoversi, e poi — clic. Salta tutto. Resti al buio, con gli elettrodomestici spenti e il caldo che torna subito a mordere. Non è un incubo isolato: è successo davvero nei giorni scorsi a Torino, nell’area di Milano, a Pescara e in diversi quartieri di Napoli. Secondo i dati riportati nei giorni scorsi, la domanda di energia ha raggiunto picchi di 55 gigawatt, trainata soprattutto dall’utilizzo massiccio dei climatizzatori. E ogni grado di aumento nella temperatura media comporta un incremento proporzionale nel consumo di elettricità destinato al raffreddamento.

Quando l’aria condizionata diventa nemica

È un paradosso che chiunque abbia vissuto uno di questi blackout ha sperimentato sulla propria pelle: la soluzione che adottiamo contro il caldo è anche la causa per cui, all’improvviso, restiamo senza elettricità. Il meccanismo è semplice quanto spietato. Più fa caldo, più accendiamo i condizionatori. Più condizionatori accendiamo, più la rete elettrica va sotto stress. Più la rete è sotto stress, più diventa probabile un blackout che ci lascia senza condizionatori proprio quando ne avremmo più bisogno. È un cane che si morde la coda, amplificato da un’estate che già a metà luglio ha fatto segnare temperature ben superiori alla media stagionale. E il problema non è solo italiano: riguarda tutta Europa, anche se da noi si manifesta con caratteristiche particolari. La domanda a questo punto è una sola: ma quanto è grave, davvero, la situazione?

La rete sotto assedio: numeri e cause

Per capire perché siamo arrivati a questo punto, basta guardare i numeri. Il picco storico del consumo elettrico giornaliero in Italia resta quello registrato nel 2015, quando la rete toccò i 60,5 gigawatt. Due anni fa, il 19 luglio 2023, la punta era stata di 58,87 GW. I 55 GW toccati sabato scorso, quindi, non rappresentano un record assoluto: eppure hanno causato blackout diffusi. Com’è possibile? La risposta sta in quello che Simone Tagliapietra, analista del think tank Bruegel, ha descritto già a fine giugno come una tripla stretta: la domanda di raffreddamento sale bruscamente, mentre le reti elettriche e le centrali diventano meno efficienti, e alcuni impianti termici e nucleari sono costretti a ridurre la produzione perché l’acqua di raffreddamento è troppo calda o troppo scarsa. In altre parole, la rete non deve solo far fronte a una richiesta eccezionale: deve farlo mentre lei stessa è indebolita dal caldo, in un circolo vizioso che colpisce contemporaneamente la domanda, la capacità di trasporto e la generazione. I blackout di Torino, Napoli, Milano e Pescara non sono un incidente di percorso: sono il sintomo di un sistema che, anche a livelli di consumo inferiori ai massimi storici, mostra crepe profonde quando le temperature si impennano.

Il Sole 24 Ore ha ricostruito la cronaca di questi blackout, documentando come il picco di 55 GW abbia mandato in tilt interi quartieri in diverse città italiane. Non siamo davanti a un cedimento strutturale generalizzato, ma a una serie di interruzioni localizzate che raccontano una fragilità diffusa. Ogni blackout ha una durata variabile, da pochi minuti a qualche ora, ma l’impatto sulla vita quotidiana è immediato: ascensori bloccati, frigoriferi che si scongelano, persone anziane o fragili esposte al caldo senza possibilità di raffrescamento. E siamo solo a metà luglio: agosto, storicamente il mese più caldo, deve ancora arrivare.

Cosa possiamo fare (e cosa no)

Di fronte a tutto questo, le autorità locali di Napoli hanno già dato un’indicazione chiara: limitare l’uso di elettricità nelle ore di punta. Non è un invito a spegnere tutto e soffrire il caldo, ma un richiamo al buon senso. Significa, per esempio, non tenere il condizionatore acceso a 18 gradi mentre si è fuori casa; alzare la temperatura impostata di uno o due gradi, che fa una differenza notevole sul consumo complessivo; usare ventilatori o deumidificatori quando il caldo non è estremo; evitare di far funzionare lavatrici e lavastoviglie nelle ore centrali della giornata. Sono gesti piccoli, ma moltiplicati per migliaia di appartamenti e uffici diventano un alleggerimento tangibile per la rete. Servono? Sì, ma fino a un certo punto. La tripla stretta di Tagliapietra ci dice che anche se tutti facessimo la nostra parte, resterebbe il problema degli impianti termici e nucleari che vanno in sofferenza per l’acqua di raffreddamento troppo calda, e delle reti di trasmissione che perdono efficienza con le temperature elevate. L’azione individuale è necessaria ma non sufficiente: serve una risposta di sistema, fatta di investimenti in infrastrutture più resilienti, accumulo di energia, reti intelligenti. Ma queste soluzioni richiedono anni. Nell’immediato, l’unica leva che abbiamo è proprio quella dei comportamenti quotidiani.

La prossima volta che senti il condizionatore acceso a palla in una stanza vuota, fermati un attimo. Forse puoi fare la differenza stasera, per te e per il tuo vicino che ha un bambino piccolo o un genitore anziano. Ma il cambiamento deve essere più grande di te: non basta spegnere il condizionatore quando esci di casa. Serve una nuova cultura energetica, fatta di abitudini consapevoli, ma anche della pretesa che chi gestisce le reti e chi decide le politiche energetiche faccia la sua parte con la stessa urgenza con cui noi, ormai ogni estate, cerchiamo un po’ di fresco.