Il Pentagono punta su batterie allo zinco per lo scudo spaziale Golden Dome
Un blackout in una base militare è un problema diverso da un blackout in salotto. Ma la soluzione, a quanto pare, potrebbe essere la stessa. La scorsa settimana Eos Energy, azienda americana specializzata in batterie allo zinco, ha annunciato di aver ottenuto un contratto con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti nell’ambito del progetto Golden Dome for America — lo scudo spaziale antimissile voluto dall’amministrazione Trump. Il suo compito: integrare sistemi di accumulo a lunga durata per alimentare le infrastrutture difensive del Paese. E se questa notizia vi sembra distante dalla vostra vita quotidiana, aspettate di arrivare in fondo.
Un affare da 500 miliardi (e una batteria)
Partiamo dai numeri, che in questa storia sono parecchio ingombranti. Il Congressional Budget Office ha stimato che il governo federale potrebbe spendere più di 542 miliardi di dollari in vent’anni solo per la componente spaziale del Golden Dome. È una cifra che fa impallidire qualsiasi voce di bilancio sull’energia pulita — e che improvvisamente trasforma un settore di nicchia come l’accumulo a lunga durata in un affare di interesse strategico.
Eos Energy, dal canto suo, ha appena registrato il trimestre migliore della sua storia. Nei tre mesi chiusi a giugno 2026, il fatturato ha raggiunto tra i 68 e i 69 milioni di dollari, il livello più alto mai toccato dall’azienda, trainato da spedizioni più che triplicate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il portafoglio ordini è salito a circa 807 milioni di dollari, con un balzo del 25% rispetto al primo trimestre. Non male per un’azienda che produce batterie usando materiali che trovereste in un comune laboratorio di chimica.
Ma perché proprio batterie allo zinco? Cosa le rende adatte a uno scudo antimissile?
La guerra del litio ha un’alternativa
La risposta sta in una chimica semplice: zinco e alogenuri. Eos Energy produce batterie zinco-alogenuro progettate per immagazzinare energia rinnovabile a costi inferiori rispetto alle batterie agli ioni di litio. Lo zinco è abbondante, economico e non prende fuoco — tre caratteristiche che piacciono molto a chi deve alimentare infrastrutture critiche senza rischiare incendi o interruzioni. E infatti non è un caso che il Loan Program Office del Dipartimento dell’Energia americano abbia concesso a Eos il primo impegno condizionale mai assegnato a un produttore di batterie focalizzato su alternative al litio: un segnale, arrivato già nel 2023, che qualcosa stava cambiando nei piani alti di Washington.
Il progetto Golden Dome non nasce dal nulla, e non è il primo esperimento del Pentagono con l’accumulo a lunga durata. Già nel 2022, Lockheed Martin aveva vinto un contratto con il Dipartimento della Difesa per costruire il primo sistema di accumulo su scala megawatt per l’Esercito americano, utilizzando la batteria a flusso redox GridStar Flow. Due strade tecnologiche diverse — redox flow per Lockheed Martin, zinco-alogenuro per Eos — ma una direzione comune: allontanarsi dal litio quando servono grandi capacità, lunga durata e zero rischi.
Il contrasto con il mercato dominante è netto. Le batterie al litio vanno benissimo per auto elettriche e smartphone: sono compatte, leggere, dense di energia. Ma quando devi tenere accesa una base militare per ore dopo che i pannelli solari hanno smesso di produrre, o garantire che un radar resti operativo durante un attacco, la densità energetica passa in secondo piano. Contano il costo per kilowattora immagazzinato, la sicurezza intrinseca e la capacità di funzionare per anni senza degradarsi — tutti terreni su cui lo zinco e i flussi redox battono il litio senza troppa fatica.
Dal radar alla presa di casa
Non è la prima volta che la difesa anticipa il futuro energetico. Il GPS è nato per guidare i missili ed è finito nello smartphone di chiunque. Internet è cresciuto nei laboratori militari prima di diventare l’infrastruttura che usiamo per guardare video di gatti. La domanda, a questo punto, è: le batterie non-litio finanziate dal Pentagono potrebbero seguire la stessa traiettoria e arrivare nelle nostre case?
I segnali ci sono. Quando un’azienda come Eos triplica le spedizioni in un anno e accumula un backlog di oltre 800 milioni di dollari, vuol dire che la produzione sta scalando. E quando la produzione scala, i costi scendono. Oggi una batteria domestica al litio da 10 kWh costa in Italia tra i 6.000 e i 9.000 euro installata, con tempi di rientro che possono superare i dieci anni senza incentivi. Se tecnologie alternative come quelle allo zinco raggiungessero economie di scala sufficienti — e 542 miliardi di dollari di spesa militare prevista sono un bel volano — il prezzo delle batterie stazionarie potrebbe calare in modo significativo, accorciando i tempi di rientro per famiglie e imprese.
Certo, non succederà domani. Le batterie zinco-alogenuro sono più ingombranti di quelle al litio e non sono adatte a ogni applicazione. Ma per l’accumulo stazionario — quello che serve a una villetta con fotovoltaico, a un condominio che vuole staccarsi dalla rete nelle ore più care, o a una piccola azienda che vuole ridurre la bolletta — potrebbero diventare la scelta più conveniente. L’ingresso massiccio del Pentagono in questo mercato accelera un processo che altrimenti avrebbe richiesto anni: test sul campo, certificazioni, fiducia degli investitori. Tutte cose che un contratto militare porta in dote.
La prossima volta che sentite parlare di missili e scudi spaziali, forse vale la pena pensare anche alla batteria che un giorno potrebbe alimentare la vostra lavatrice. Non è fantascienza: è solo il modo in cui la tecnologia si diffonde, da sempre. Prima la difesa, poi il contatore di casa.




