L’Ue finanzia l’idrogeno ma non lo tratta come l’elettricità

L’Ue finanzia l’idrogeno ma non lo tratta come l’elettricità

Il bando per progetti comuni cozza con un quadro normativo che non equipara l’idrogeno all’elettricità

Ieri la Commissione europea ha aperto un bando per progetti di interesse comune dedicato a infrastrutture dell’idrogeno, elettrolizzatori e reti di CO₂. Due giorni prima, lo scorso 23 giugno, un cartello di associazioni industriali – fra cui Hydrogen Europe – aveva pubblicato una dichiarazione congiunta con cui chiedeva ai negoziatori di trattare le reti dell’idrogeno con la stessa dignità di quelle elettriche nel Pacchetto Reti dell’UE. Il tempismo non è casuale: mentre Bruxelles stanzia fondi e invita a candidare opere per lo status di Progetto di Interesse Comune (PCI) o di Mutuo Interesse (PMI), il quadro normativo che dovrebbe accompagnarle è ancora in bilico e rischia di lasciare l’idrogeno in seconda classe.

Il doppio binario europeo: finanziamenti sì, regole no

La richiesta delle imprese è netta e si articola su due punti: parità di trattamento fra infrastrutture dell’idrogeno e dell’elettricità nelle procedure di autorizzazione e riconoscimento delle reti idrogeno come opere di interesse pubblico prevalente. In altre parole, le condotte per il nuovo vettore dovrebbero ottenere lo stesso fast track amministrativo e la stessa priorità di interesse generale che i regolamenti già accordano agli elettrodotti strategici. Oggi non è così. Il Pacchetto Reti – il pacchetto legislativo che ridisegna pianificazione, accesso e sviluppo delle reti energetiche europee – nella sua attuale bozza non garantisce questa equiparazione. Ed è un’asimmetria che, avvertono i firmatari della dichiarazione, può minare la coerenza della strategia continentale.

A rendere evidente lo scollamento basta giustapporre l’annuncio di ieri all’appello del 23 giugno. Con il bando l’esecutivo comunitario mostra di voler costruire una dorsale idrogeno transfrontaliera; sotto il profilo normativo, invece, il testo negoziale non riconosce all’idrogeno lo stesso statuto che consentirebbe di realizzarla con la rapidità promessa. È il paradosso di un’Europa che con una mano elargisce la patente di priorità e con l’altra non disegna le corsie preferenziali indispensabili per portare a terra quegli investimenti.

Il costo dell’asimmetria: competitività, consumatori e sistema integrato

Il nodo non è un puntiglio regolatorio: è economico e strategico. Se le reti dell’idrogeno non vengono riconosciute come infrastrutture di interesse pubblico prevalente, ogni nuovo gasdotto, stazione di compressione o caverna di stoccaggio dovrà affrontare iter autorizzativi più lunghi e incerti rispetto a un elettrodotto equivalente. Ciò si traduce in tempi di realizzazione dilatati, costi di finanziamento più alti e, alla fine, un prezzo del vettore che ricadrà sulle imprese chimiche, siderurgiche e sui produttori di elettricità che lo useranno per bilanciare le rinnovabili.

Daniel Fraile, Chief Market Officer di Hydrogen Europe, ha ricordato che «il Pacchetto Reti dell’UE è un’importante opportunità per garantire che le reti idrogeno contribuiscano pienamente alla competitività, alla sicurezza energetica e alla decarbonizzazione dell’Europa». Ma se il pacchetto legislativo non riconosce all’idrogeno le stesse condizioni dell’elettricità, aggiungono le associazioni firmatarie, l’Europa perderà «una straordinaria opportunità per un sistema energetico veramente integrato e ottimizzato in termini di costi». Il contrasto con il bando aperto ieri è eloquente: lo strumento PCI è nato per accelerare le opere transfrontaliere prioritarie, ma il framework che regola sviluppo, accesso e tariffe potrebbe continuare a trattare l’idrogeno come un settore ancillare.

In concreto, la disparità è già visibile nel testo del Pacchetto: l’elettricità gode di una pianificazione coordinata sovranazionale e di un presidio normativo collaudato, mentre per l’idrogeno si prefigura un approccio più frammentato. Il risultato? Un sistema energetico dove il vettore più adatto a stoccare energia rinnovabile su scala stagionale e a decarbonizzare l’industria pesante resta in attesa di regole, mentre l’elettrificazione corre su binari preferenziali. Uno scollamento simile, fra ambizioni di decarbonizzazione e architettura normativa, rischia di pesare proprio ora che la competizione globale per l’idrogeno pulito – dagli Stati Uniti al Giappone – imporrebbe scelte rapide e coerenti.

La partita è ancora aperta, ma la finestra si chiude

La dichiarazione congiunta è un ultimo appello. I negoziati sul Pacchetto Reti – che coinvolgono Parlamento europeo, Consiglio e Commissione – sono in corso e potrebbero concludersi nei prossimi mesi. La richiesta di parity è sul tavolo. «Senza le giuste condizioni per l’idrogeno in questo pacchetto legislativo, perderemo un’enorme opportunità», ribadiscono i firmatari. La palla ora è nelle mani dei governi nazionali, che nel trilogo possono decidere se allineare le regole per l’idrogeno a quelle dell’elettricità o mantenere l’attuale squilibrio.

Se non correggeranno il tiro, l’impianto finale rischierà di sancire un handicap strutturale per il vettore idrogeno, contraddicendo i medesimi obiettivi di neutralità climatica che l’Unione si è data. Riusciranno i governi a riconoscere che una rete idrogeno trattata da serie B è una zavorra per la competitività energetica del continente? La risposta non è scontata, ma il tempo stringe.

Le scelte di oggi determineranno se l’idrogeno diventerà un pilastro del sistema energetico europeo o resterà una nicchia in attesa di regole. Non è una questione tecnica: è una decisione politica, e la finestra per prenderla si sta chiudendo.

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