La domanda di accumulatori cresce, ma la produzione interna frena: i conti Fluence rivelano il prezzo della transizione.
Hai presente quel componente che fino a ieri costava poco e arrivava puntuale, e oggi costa di più e slitta di tre mesi? Nel 2026 le batterie di accumulo sono esattamente quel componente. Lo raccontano i conti di Fluence Energy, società attiva nei sistemi di accumulo su larga scala: la domanda è esplosa, ma i margini si stanno sciogliendo. Nella trimestrale relativa al trimestre chiuso a giugno, pubblicata all’inizio di agosto, si vede un paradosso che riguarda chiunque stia valutando un impianto di accumulo.
Ordini record e margini che si sciolgono
Nel terzo trimestre fiscale 2026, chiuso lo scorso 30 giugno, Fluence ha registrato un fatturato di circa 649,8 milioni di dollari, in crescita rispetto ai 602,5 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. L’order intake è stato di oltre 1,44 miliardi di dollari, quasi il triplo dei 508,8 milioni di un anno prima. Il portafoglio ordini al 30 giugno ha raggiunto circa 6,4 miliardi di dollari, il livello più alto nella storia dell’azienda.
Eppure, nello stesso trimestre, il margine di profitto lordo GAAP è sceso al 5,1%, contro il 14,8% di un anno prima. Il risultato netto è passato da un utile di circa 6,9 milioni di dollari a una perdita netta di circa 44,3 milioni. Resta una domanda: come si può quasi triplicare gli ordini e finire in perdita?
Il prezzo dell’indipendenza dalle batterie cinesi
La risposta sta nei costi di una transizione produttiva imposta in fretta. Le tariffe della Sezione 301 sulle batterie importate dalla Cina saliranno al 25% nel 2026. Già a settembre 2024, Fluence aveva annunciato la produzione di moduli batteria negli Stati Uniti, con uno stabilimento in Utah e celle prodotte in Tennessee. L’idea era ridurre la dipendenza dai moduli cinesi e riportare la produzione in casa, ma il passaggio ha un costo.
I numeri lo mostrano con chiarezza. Secondo Energy-Storage.news, Fluence è passata da un EBITDA rettificato positivo di 27 milioni di dollari nel terzo trimestre 2025 a una perdita di 29,3 milioni nel terzo trimestre 2026. A pesare non c’è solo la riorganizzazione produttiva: la costruzione della fabbrica di involucri per batterie a Houston, in Texas, ha subito un ritardo di tre mesi, causando un mancato fatturato di circa 90 milioni di dollari. In pratica, la capacità produttiva non è arrivata in tempo per incassare parte degli ordini.
Non è un problema isolato. Fluence ha ridotto le previsioni di fatturato per l’anno, con circa 400 milioni di dollari di consegne di progetti che slittano all’anno fiscale 2027. Per dare un’idea della storia dell’azienda, secondo quanto dichiarato da Siemens e AES all’epoca della loro combinazione, le attività combinate contavano 48 impianti di stoccaggio operativi in 13 paesi per un totale di 463 MW. Anche chi ha esperienza e scala, insomma, fatica a tenere insieme domanda e produzione quando le regole del gioco cambiano.
Prima di firmare, guarda tempi e provenienza
Se anche un’azienda con miliardi di dollari di ordini e un portafoglio record slitta di tre mesi e rivede le consegne, il problema non è isolato. Chi sta valutando un impianto di accumulo oggi dovrebbe farsi due domande prima di guardare solo il prezzo: quanto è solida la catena di fornitura dei moduli e da dove arrivano le celle? Un prezzo più basso che senso ha se il sistema arriva con mesi di ritardo o se un aumento delle tariffe cambia i conti a progetto già avviato?
La lezione dei conti Fluence è semplice: nel mercato dello storage non si compra più solo sul prezzo. Tempi di consegna e provenienza dei componenti valgono quanto il costo unitario, e pianificare in anticipo è l’unica copertura contro i ritardi.




