L’accordo con Alcoa punta a decarbonizzare le raffinerie di allumina con un accumulo da dieci ore

Non è l’ennesima batteria al litio. Lo scorso 5 agosto, Australian Vanadium e Alcoa hanno annunciato di voler valutare la fattibilità tecnica e commerciale di un sistema di accumulo a lunga durata da 50–80 MW. Il dettaglio che conta è nella chimica: una batteria a flusso di vanadio pensata per scaricare per 10 ore. Quasi un mese dopo, vale la pena guardare oltre il comunicato: qui il dato tecnico pesa più della firma.

50–80 MW, 10 ore: la chimica del vanadio bussa alla raffineria

Per capire la portata dell’accordo serve partire dai numeri, non dalle parole. A luglio, AVL ha presentato la proposta Stage Two al governo dell’Australia Occidentale per il Kalgoorlie Vanadium Battery Energy Storage System, un progetto da 50 MW e 500 MWh. Il rapporto tra potenza ed energia dà 10 ore di erogazione a piena potenza: è il parametro che colloca questo impianto nell’accumulo a lunga durata, non tra i sistemi pensati per scariche brevi.

L’annuncio del MoU con Alcoa è arrivato poco più di una settimana dopo. L’operazione riflette la strategia integrata di AVL, che copre la catena del valore del vanadio dallo sviluppo delle risorse alla produzione di elettroliti fino alla distribuzione di batterie su scala industriale. Ma la tecnologia, da sola, non spiega perché Alcoa ne abbia bisogno proprio adesso: serve guardare al suo portafoglio industriale e ai suoi obiettivi di decarbonizzazione.

Il paradosso dell’alluminio: promette -30% di emissioni e intanto compra una raffineria

La domanda che resta aperta è: perché Alcoa firma un MoU per batterie a flusso mentre rileva impianti di allumina? I numeri mettono in tensione due mosse non ovvie. Da un lato, Alcoa si è impegnata a ridurre le emissioni Scope 1 e 2 del 30% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2015. Dall’altro, lo scorso giugno la società ha annunciato l’accordo definitivo per acquisire gli interessi di South32 in una miniera di bauxite, una raffineria di allumina e una fonderia di alluminio, per un corrispettivo anticipato di circa 4,1 miliardi di dollari. Nell’accordo rientra anche la raffineria di allumina Worsley.

È qui che il MoU sul vanadio smette di essere un dettaglio tecnologico e diventa una mossa strategica. Tagliare le emissioni Scope 1 e 2 in un impianto di allumina significa decarbonizzare l’energia che lo alimenta. Un accumulo da 10 ore non serve a coprire un picco di pochi minuti, ma a spostare energia su archi temporali lunghi: il tipo di flessibilità che manca quando si vuole ridurre l’impronta di un processo senza spegnerlo. Non è una contraddizione automatica, ma una pressione: l’obiettivo al 2030 obbliga a ripensare l’alimentazione degli impianti appena acquisiti.

Ma il mercato non è fermo. In Western Australia la partita per il vanadio si è già aperta, con una gara pubblica e più di 20 risposte.

A che punto è davvero il mercato: gara, fornitori esclusivi e il precedente di Kununurra

Per capire se il MoU si tradurrà in impianti reali, guardiamo a cosa succede intorno al tavolo delle gare e a chi ha già acceso una batteria al vanadio. La filiale VSUN Energy di Australian Vanadium ha stipulato un accordo di partnership con Sumitomo Electric che rende il produttore giapponese fornitore esclusivo della tecnologia a batteria a flusso di vanadio per il progetto da 50 MW e 10 ore, lungo l’espressione di interesse e la procedura di gara.

A febbraio, il governo statale ha dichiarato di aver ricevuto più di 20 risposte alla prima fase della gara per batterie a flusso di vanadio nel Kalgoorlie, con la seconda fase il cui avvio era previsto per marzo. Tra i partecipanti c’è anche AVESS Energy, società di batterie a flusso di vanadio con sede a Perth. Il campo è affollato, e la fornitura esclusiva di Sumitomo a VSUN Energy non elimina la concorrenza: la protegge solo all’interno di una singola cordata.

C’è già un precedente acceso, a Kununurra: la batteria a flusso di vanadio completata nel terzo trimestre 2024 è stata lanciata ufficialmente il 15 novembre 2024. Dimostra che la tecnologia sa arrivare alla messa in servizio, ma resta un punto di partenza più che una scala industriale consolidata. La seconda fase della gara, il cui avvio era previsto per marzo, dirà se il vanadio si impone come soluzione di accumulo per l’industria o resta una nicchia tecnologica.

Il MoU è solo il primo passo: la vera partita si gioca sulla fattibilità tecnico-commerciale in un mercato con più di 20 concorrenti. Per chi installa e gestisce impianti, il segnale è che il vanadio non è più una scommessa di laboratorio, ma una tecnologia che cerca il suo posto accanto all’alluminio.