I decreti autorizzano impianti per circa 470 megawatt tra Puglia e Sardegna, ma i tempi di costruzione restano lunghi
C’è un momento della sera in cui il fotovoltaico smette di produrre e i condizionatori girano al massimo: chi tiene in equilibrio la rete? In Sardegna quel compito spetta ancora alle centrali a carbone. È da questa domanda quotidiana, più che dai titoli, che vanno letti i quattro decreti con cui il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha autorizzato, lo scorso 22 luglio, circa 470 MW di accumuli a batteria tra Puglia e Sardegna.
Poco meno di un mese dopo quella firma, vale la pena capire che cosa cambia davvero per chi vive in quei territori, e perché la risposta non è ancora «spegniamo il carbone».
Quando il sole cala
Il problema non è teorico. Nelle ore serali la produzione solare crolla mentre i consumi restano alti: è lì che serve qualcosa capace di restituire alla rete l’energia immagazzinata durante il giorno. Finora, in Sardegna, quel ruolo lo hanno svolto le centrali a carbone. Già nel maggio 2024 Terna spiegava che gli impianti «sono tuttora necessari per l’esercizio in sicurezza del sistema elettrico in Sardegna», almeno fino all’effettiva entrata in funzione della nuova capacità di accumulo e del Tyrrhenian Link, come ricostruito da QualEnergia. In altre parole: senza batterie e senza il collegamento con la penisola, spegnere il carbone vorrebbe dire lasciare l’isola esposta proprio nei momenti di picco.
Ma qualcosa si muove, almeno sulla carta?
Quattro firme, 470 megawatt
La risposta arriva dagli uffici del Mase. Lo scorso 22 luglio il ministero ha pubblicato quattro decreti di autorizzazione alla costruzione e all’esercizio di altrettanti progetti di accumulo di energia elettrica a batteria di grande taglia in Puglia e Sardegna, per una potenza complessiva di circa 470 MW. Non è una quantità simbolica: si tratta di impianti pensati per coprire quei vuoti serali di cui parlavamo. Il ministero, però, non ha annunciato una data di accensione: l’autorizzazione è il punto di partenza, non di arrivo.
Uno dei progetti è il Bess Villa Castelli, da 100 MW, nel comune omonimo in provincia di Brindisi. Il dossier non nasce dal nulla: già a fine dicembre 2023 la società BESS VILLA CASTELLI S.R.L. aveva presentato istanza per la realizzazione di un impianto di accumulo elettrochimico da 100 MW, come risulta dal decreto direttoriale del ministero. Tra la prima richiesta e l’autorizzazione sono passati circa due anni e mezzo: un dettaglio che dice molto sui tempi reali di questa transizione.
E non è l’unica autorizzazione arrivata nella zona. Lo scorso marzo lo stesso ministero aveva già dato il via libera, con decreto direttoriale n. 44/2026, a un impianto da 48 MW denominato «Accumulo Villa Castelli», portato avanti da Statkraft tramite la controllata italiana SKI 38 Srl, come ricostruito dalla stampa specializzata. Villa Castelli, insomma, sta diventando uno dei punti in cui la Puglia sperimenta gli accumuli.
Ma quanto pesano questi numeri nel panorama nazionale?
Non spegne ancora il carbone
Per dimensionare il passo basta guardare alle altre regioni. I piani di FRV per l’Italia prevedono cinque progetti in Sicilia per un totale di 745 MW, tre in Friuli-Venezia Giulia per 663 MW e quattro in Puglia per 445 MW. I 470 MW autorizzati dai decreti di fine luglio si inseriscono quindi in un movimento più ampio, ma da soli non bastano a spegnere il carbone.
Il punto, per chi vive in Puglia o in Sardegna, è concreto: le batterie autorizzate a Villa Castelli e altrove non entreranno in funzione domani, ma dopo mesi di cantieri e collaudi. Fino ad allora il carbone resterà il paracadute della rete. I quattro decreti non sono un traguardo, ma un segnale: la transizione passa da passi concreti già avviati, con tempi lunghi e verifiche sul campo.




