Un sistema da 1,2 GWh a Niedergösgen e una batteria a flusso da record a Laufenburg per garantire stabilità alla
Quando spegni la luce la sera, raramente pensi a cosa succede se domani il vento non soffia e il cielo resta grigio. Un impianto solare senza sole o una pala eolica ferma sono il classico dubbio che ci poniamo, magari davanti a un caffè, quando si parla di energie rinnovabili. Ma chi gestisce la rete elettrica ci pensa ogni giorno, ventiquattr’ore su ventiquattro. E sta preparando una soluzione concreta, fatta di batterie grandi come campi da calcio e di una strategia che, a sorpresa, ha molto più a che fare con la nostra bolletta di quanto crediamo. Nei giorni scorsi la società energetica Alpiq ha annunciato un progetto che promette di diventare il più grande accumulo a ioni di litio standalone della Svizzera, ma è solo l’ultimo tassello di una partita che coinvolge industrie, investitori e, appunto, il nostro interruttore di casa.
Il dubbio delle sere d’inverno
Lo ammettiamo: l’idea che le rinnovabili siano incostanti non è del tutto campata in aria. È un problema reale, tanto che la Svizzera ci ha già messo una pezza con le sue dighe. Parliamo di circa 3,5 GW di capacità di accumulo tramite pompaggio idroelettrico, un sistema che funziona come una gigantesca batteria ad acqua: quando la corrente avanza, si pompa acqua a monte; quando serve, la si fa scendere producendo elettricità. L’esempio più impressionante è Nant de Drance, nel Canton Vallese: 900 MW di potenza e qualcosa come 20.000 MWh di energia immagazzinabile. Cifre che mettono in prospettiva qualsiasi altra cosa. Ma le dighe non bastano più. Hanno bisogno di tempi lunghi, di spazi enormi e di dislivelli che non si trovano ovunque. Servono soluzioni più rapide, più flessibili, capaci di reagire in pochi secondi quando la domanda di elettricità cambia all’improvviso. Ecco dove entrano in gioco le batterie vere e proprie.
La risposta: due batterie, una sfida
La domanda non è più «se» ma «come». E in Svizzera si sta rispondendo con due progetti che fanno a gara per dimensioni e tecnologia. Da un lato c’è Alpiq, che a Niedergösgen, nel Canton Soletta, sta mettendo in piedi un sistema di batterie agli ioni di litio da 300 MW di potenza e 1,2 GWh di capacità. Annunciato a inizio anno e ora entrato nella fase concreta, questo impianto da solo può competere — e in molti casi superare — qualsiasi altro accumulo a batteria che il Paese abbia mai visto. Dall’altro lato c’è Flexbase, un’azienda che a Laufenburg, al confine con la Germania, ha in programma un data center affiancato da una batteria a flusso redox al vanadio da 2,1 GWh. Sarebbe la più grande batteria a flusso del mondo, un record che sposta l’asticella di parecchio. La differenza tra i due mondi? Le batterie a flusso lavorano con elettroliti liquidi, durano più cicli e si adattano meglio a scariche di lunga durata; quelle al litio sono più compatte e reattive. Ma entrambe puntano allo stesso obiettivo: tenere la rete in equilibrio quando il sole cala o il vento si ferma.
Dietro l’accelerazione di Alpiq c’è anche una mossa imprenditoriale che ha fatto rumore. La società ha acquisito una quota del 90% dell’inglese Harmony Energy, sviluppatore che ha già realizzato 18 progetti di accumulo su scala di rete per oltre 700 MW complessivi. Prima di comprare l’intera azienda, Alpiq aveva già messo le mani su due impianti francesi di Harmony (a Nantes Saint-Nazaire e nella regione dell’Oise), e ora si porta in dote circa 400 MW di asset in costruzione e un portafoglio di sviluppo multi-gigawatt. Insomma, non stiamo parlando dell’iniziativa estemporanea di una utility svizzera, ma di una strategia industriale pensata per coprire l’Europa con un reticolo di batterie. Amédée Murisier, membro della direzione di Alpiq, lo ha detto chiaramente: «Questo progetto BESS rappresenta un’altra pietra miliare nell’attuazione della nostra ambiziosa strategia di crescita. Investiamo in modo mirato nella flessibilità e contribuiamo direttamente alla sicurezza dell’approvvigionamento e all’integrazione delle energie rinnovabili nel sistema energetico».
Numeri da capogiro, certo. Ma cosa significano per chi, ogni giorno, aziona un interruttore senza farsi troppe domande? Forse più di quanto pensi.
Quattro ore che fanno la differenza
Proviamo a tradurre i megawatt in gesti quotidiani. L’impianto di Niedergösgen — solo per fare un esempio — sarà in grado di fornire elettricità a circa 500.000 famiglie per più di quattro ore. Non è un’esagerazione da brochure: è la differenza tra una serata tranquilla e un quartiere spento nelle ore di punta, quando tutti rientrano dal lavoro, accendono la lavatrice e mettono su la cena. E non serve immaginare scenari apocalittici: basta ricordare che il sistema elettrico deve mantenere in ogni istante un equilibrio perfetto fra domanda e offerta, altrimenti la frequenza cala e scattano i distacchi. Le batterie, in questo senso, sono come un cuscinetto: assorbono gli eccessi di produzione quando il sole splende e li restituiscono quando serve davvero. È la stessa logica delle dighe di pompaggio, ma con tempi di reazione molto più rapidi e costi di realizzazione che stanno scendendo anno dopo anno.
La vera garanzia, per chi paga la bolletta, è che questi investimenti non restano confinati in qualche sala riunioni. Vanno direttamente a rafforzare la rete che arriva a casa nostra, riducendo il rischio di blackout e rendendo più prevedibile — quindi più stabile — il prezzo della corrente nelle ore più care. Certo, non vedremo l’effetto domani mattina, ma la direzione è chiara: più batterie significano meno dipendenza dalle importazioni di emergenza, meno spreco di energia pulita quando la domanda è bassa e più margine per integrare pannelli solari e pale eoliche. È un pezzo di sistema che lavora in silenzio, proprio mentre noi accendiamo una lampadina convinti che sia sempre stato lì.




