Il progetto da 400 MW/800 MWh sarà costruito a Philippsburg, in Germania, e si aggiunge ai 10 GWh già assegnati
Offerte per quattro volte la capacità disponibile: nell’ottobre 2025 la prima asta MACSE di Terna ha assegnato 10 GWh. Ma la corsa allo stoccaggio non si è fermata. Lo scorso 16 luglio, secondo l’annuncio di EnBW e Zelestra, un nuovo sistema di accumulo a batteria (BESS) dovrebbe aprire i cantieri nel 2027 e diventare pienamente operativo nel 2028; la stessa Zelestra punta a raddoppiare entro l’anno il portafoglio italiano di 1,4 GW di progetti solari e batterie. Un mercato che corre, insomma, più veloce delle regole.
La scommessa di Zelestra: costruire nel 2027, contare nel 2028
Il progetto dovrà rispettare una tempistica ambiziosa: cantieri nel 2027, esercizio commerciale nel 2028. Zelestra non arriva impreparata. Già a dicembre 2025, Zelestra si era aggiudicata contratti per 9 progetti nelle aste FER X italiane, vincendo il 100% degli 8 progetti solari presentati, per circa 60 MW. La società intende raddoppiare il portafoglio, portandolo da 1,4 GW a 2,8 GW nello spazio di un anno. È un obiettivo aggressivo, da leggere con lo stesso scetticismo che si riserva ai target che non indicano con precisione risorse e tempi di finanziamento. Il 2028, del resto, non è solo una scadenza tecnica: è l’anno in cui i ricavi dovranno materializzarsi davvero, dentro o fuori i meccanismi di gara.
Il paradosso delle aste: 10 GWh assegnati, richieste quadruple
Il progetto di Zelestra non nasce nel vuoto. Nell’ottobre 2025, la prima asta MACSE di Terna ha assegnato 10 GWh di capacità di accumulo, ripartiti tra quattro zone del Sud Italia e delle isole, con offerte che hanno superato di quattro volte la capacità disponibile. Tutta la capacità messa a gara è stata aggiudicata, e i progetti selezionati dovranno entrare in funzione nel 2028.
È qui che nasce il paradosso. L’asta ha già distribuito una quantità rilevante di capacità e ha lasciato fuori una domanda molto più ampia, eppure nuovi progetti continuano ad essere annunciati. Il problema non è costruire batterie: è capire come valorizzarle. Il 2028 sarà l’anno in cui molti asset dovranno entrare in esercizio, ma non tutti avranno un contratto MACSE a sostenerli. Per chi resta fuori, le alternative sono ancora in via di definizione. L’eccesso di domanda visto in asta non garantisce, da solo, che ci sia spazio economico per tutti.
Fuori dal MACSE: il tolling come piano B (e il confronto tedesco)
Per chi resta fuori dal perimetro delle aste di capacità, la strada passa dai contratti commerciali. Secondo un’analisi di Pexapark, in Italia alcuni ottimizzatori stanno valutando di offrire contratti di tolling per gli asset che non possono o non vogliono ottenere contratti nell’ambito del MACSE. Le strutture di tolling a lungo termine stanno emergendo come via alternativa per i sistemi di accumulo esterni all’asta di capacità di Terna. Non è una garanzia di reddito: il rischio di mercato non scompare, si sposta. E il punto resta se questi contratti alternativi bastino a sostenere gli investimenti fino al 2028 e oltre.
Il confronto tedesco mostra che un modello di mercato senza sussidi è possibile. A dicembre 2025, EnBW ha assunto la decisione finale di investimento per un sistema di accumulo a batteria da 400 MW/800 MWh a Philippsburg, uno dei più grandi in Germania, finanziato dai ricavi di mercato e senza sostegno pubblico. Non è una prova che lo stesso schema funzioni automaticamente in Italia: prezzi, regole e condizioni di mercato sono diversi. Ma è un segnale, per gli operatori che restano fuori dal MACSE, che esiste un piano B commerciale. Purché i numeri reggano oltre gli incentivi.
Per Zelestra e per tutti gli altri, il 2028 non è solo una scadenza operativa. È il momento in cui si vedrà se la capacità costruita trova un valore reale, o se l’eccesso di offerta trasformerà la corsa alle batterie in una bolla. Chi resterà a piedi?




