La proposta americana segue timori di manomissioni da remoto e possibili blackout

Immagina di aver appena finito di pagare l’installazione del fotovoltaico. Pannelli nuovi, contatore che gira all’indietro, la sensazione di aver fatto la scelta giusta. Poi, un anno dopo, leggi che il produttore del tuo inverter — la scatola che trasforma l’energia dei pannelli in corrente per la casa — potrebbe essere bandito dal governo perché «rischia di mandare in tilt la rete elettrica». Chi chiami per la manutenzione? E se ti serve un pezzo di ricambio fra tre anni? Non è fantapolitica: è quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove l’amministrazione americana sta valutando un bando sugli inverter solari di fabbricazione cinese per motivi di sicurezza nazionale. La notizia, uscita lo scorso 3 luglio, ha già fatto tremare i mercati e solleva una domanda scomoda per chiunque abbia investito in un impianto: quanto è solido il fornitore che ho scelto?

L’ombra del bando: perché gli inverter cinesi fanno paura a Washington

Partiamo dai fatti. È la Federal Communications Commission, l’ente che negli Stati Uniti vigila sulle comunicazioni, a stare scrivendo la proposta di bando. Secondo Reuters, il testo potrebbe vedere la luce già quest’anno. Non è la prima volta che l’amministrazione Trump mette nel mirino la componentistica cinese per il solare: già nell’estate del 2025 la Casa Bianca, tramite il Consiglio Nazionale per il Dominio Energetico, aveva incaricato il Dipartimento del Commercio di preparare un divieto accelerato. Ma quegli sforzi, riporta sempre Reuters, si sono arenati.

Ora il dossier è tornato d’attualità, con un’urgenza dettata da timori che vanno oltre la semplice concorrenza industriale: si parla di possibili manomissioni da remoto, di apparecchiature che potrebbero interrompere il funzionamento della rete. Gli inverter, va ricordato, sono dispositivi che convertono l’energia prodotta dai pannelli solari o immagazzinata nelle batterie in elettricità utilizzabile per case e aziende. Mettere un interruttore su questi apparecchi significa poter spegnere una fetta consistente della generazione distribuita. La reazione dei mercati è stata immediata: secondo Bloomberg, il prezzo delle azioni di Sungrow — uno dei giganti cinesi del settore — è calato del 20% nei giorni successivi alle prime indiscrezioni. Un tonfo che racconta da solo quanto il mercato americano pesi nei conti dei produttori cinesi. Ma dietro la fiammata politica, qual è la reale situazione del mercato americano?

Dieci per cento di mercato, cinque anni di ritardo: l’America scopre la sua dipendenza

Qui i proclami si scontrano con i numeri. Ed è proprio Sungrow a metterli sul tavolo: i marchi statunitensi detengono circa il 10% del mercato degli inverter negli Stati Uniti. Il restante 90% è in mani straniere, con una fetta importante che arriva dalla Cina. Non solo: secondo l’azienda cinese, ci vorrebbero cinque anni agli Stati Uniti per costruire una propria catena di approvvigionamento locale per gli inverter solari. Cinque anni durante i quali installatori, utility e cittadini dovrebbero arrangiarsi con quello che c’è — o con quello che resta.

Tradotto in pratica: se il bando scattasse domani, il mercato americano si troverebbe con un buco gigantesco nell’offerta e prezzi destinati a salire. I pochi produttori locali non avrebbero la capacità di soddisfare la domanda, e anche volendo espandere gli stabilimenti servirebbero anni. È il classico caso in cui la politica va più veloce dell’industria, e chi rischia di pagare il conto sono gli installatori e i proprietari di impianti, che potrebbero ritrovarsi con apparecchi orfani di assistenza.

Se gli Stati Uniti, con tutto il loro peso economico, faticano a liberarsi da questa dipendenza, cosa può fare l’Europa? La risposta non è scontata, e passa per una strada diversa.

Dalla Casa Bianca a Bruxelles: due strade per lo stesso rischio

L’Europa ha scelto una via diversa, forse meno rumorosa ma più adatta a chi deve fare i conti ogni giorno con bollette e investimenti. Lo scorso aprile, la Commissione Europea ha messo a punto una guida per limitare l’uso dei fondi comunitari nei progetti che coinvolgono inverter provenienti da fornitori considerati «ad alto rischio». Non un bando secco, dunque, ma un disincentivo finanziario: chi vuole accedere ai fondi UE dovrà guardare con attenzione alla provenienza dei componenti. L’approccio è chirurgico, non punta a strappare via tutto ma a orientare le scelte senza lasciare i cittadini senza alternative il giorno dopo un decreto.

Ed è qui che la cronaca americana diventa una lezione utile anche per chi sta pensando di mettere i pannelli in Italia. Il vero punto non è da che parte stia il governo di turno, ma da che parte starà il tuo fornitore fra cinque o dieci anni. Perché un inverter non è una lampadina che si svita e si butta: è il cuore dell’impianto, e se si guasta fuori garanzia o se il produttore non esiste più, il costo della sostituzione può mangiarsi in un colpo solo anni di risparmio in bolletta.

Non è una questione di bandiere, ma di continuità: chi installa oggi deve pensare a chi garantirà assistenza e ricambi domani. E se un inverter costa poco ma il produttore rischia di sparire da un momento all’altro per una decisione politica presa dall’altra parte dell’oceano, quel risparmio potrebbe diventare il costo più caro di sempre.