Tra il piano della Statale per i propri poli e i 3 MW del Politecnico, gli atenei milanesi stanno ridisegnando

Aprire la bolletta dell’elettricità in piena estate può essere uno shock. Il condizionatore acceso, il frigo che gira a pieno regime, e quella cifra che sembra sempre più alta. Mentre cerchiamo di ridurre i consumi spegnendo luci e impostando temperature minime, c’è chi sta trasformando i tetti in piccole centrali elettriche. Non le solite aziende tech con bilanci miliardari, ma le nostre università pubbliche.

Lo scorso luglio è entrato in funzione al Polo di Lodi dell’Università Statale di Milano un impianto fotovoltaico da 256 kWp, suddiviso in due sezioni: una a servizio dell’ospedale per i piccoli animali e una dedicata ai locali del dipartimento di Medicina veterinaria e Scienze animali. Non è un esperimento isolato né una trovata di immagine: è l’ultimo tassello di una strategia energetica che l’Ateneo porta avanti da anni e che, numeri alla mano, sta già dando risultati.

Quel brivido della bolletta

Il caro-energia non risparmia nessuno, nemmeno le istituzioni pubbliche. Un campus universitario consuma quantità enormi di elettricità: laboratori, aule, cliniche veterinarie, server. E quando i prezzi schizzano, il peso si scarica sui bilanci, cioè sulle nostre tasse. Per questo l’Università Statale si è dotata di un Piano energetico di Ateneo aggiornato annualmente, un documento che fotografa i consumi e pianifica gli interventi per ridurre la dipendenza dalla rete.

L’impianto di Lodi è l’esempio concreto di come funziona questa logica. Secondo i dati diffusi dall’Università degli Studi di Milano, la produzione annua stimata è di circa 250.000 kWh – equivalenti a 250 MWh – e dovrebbe coprire circa il 4% dei consumi elettrici del Polo. Può sembrare poco, ma è energia pulita che non va comprata dal fornitore di turno, e che ogni anno si traduce in un risparmio certo. Per di più, i pannelli sono già stati installati anche presso gli edifici di via Mercalli 21, nella sede di Landriano (Pavia) e al Dipartimento di Informatica in via Celoria 18. Non è un’unica grande opera, ma una disseminazione ragionata sui tetti disponibili. Un approccio che assomiglia molto a quello che potrebbe adottare un’azienda con più sedi – o un condominio con spazi comuni.

La rettrice Marina Brambilla ha dichiarato che l’impianto di Lodi «si inserisce in una strategia più ampia che l’Ateneo porta avanti con determinazione», e che include anche la riqualificazione energetica della storica sede della Ca’ Granda e il nuovo campus MIND. In pratica, l’Università non sta solo aggiungendo pannelli dove capita: sta ripensando il suo intero rapporto con l’energia, a partire dagli edifici più antichi fino a quelli che devono ancora nascere. E questo ci porta a una domanda inevitabile: ma quanto stanno risparmiando davvero?

La gara silenziosa tra Statale e Politecnico

Per rispondere serve allargare lo sguardo, perché a Milano c’è un’altra università che ha fatto del fotovoltaico una bandiera silenziosa. Il Politecnico di Milano ha installato tra il 2023 e il 2024 oltre 5.000 metri quadri di nuovi pannelli fotovoltaici sulle coperture dei propri edifici, raggiungendo una potenza installata di circa 1,4 MW, distribuita su diversi stabili del campus di Città Studi e non solo. Tradotto in numeri: una potenza più di cinque volte superiore a quella appena attivata a Lodi. E il Politecnico non si è fermato: ha aggiunto ulteriori 1,9 MW, che hanno iniziato a produrre energia tra la fine del 2025 e i primi mesi di quest’anno, portando la potenza complessiva ben oltre i 3 MW.

Il confronto non è fine a se stesso: mostra due strategie diverse ma complementari. La Statale procede per impianti medio-piccoli innestati su poli esistenti, anche fuori Milano, con l’obiettivo di ridurre progressivamente la bolletta e l’impronta ambientale di ogni sede. Il Politecnico ha scelto una scala più ampia, investendo in potenza pura e sfruttando superfici tecniche come le coperture dei laboratori. In entrambi i casi, i pannelli non sono un ornamento: producono energia che viene consumata sul posto, evitando perdite di trasmissione e riducendo i picchi di prelievo dalla rete.

Poi c’è la prospettiva futura, che si chiama MIND. Sulla copertura del Campus MIND, nell’ex area Expo 2015 tra Milano e Rho, la Statale installerà pannelli fotovoltaici con una producibilità totale di 1.000 MWh all’anno. Un salto di scala notevole: per capirci, è quattro volte la produzione prevista a Lodi e potrebbe coprire una fetta importante dei consumi del nuovo polo scientifico. Qui la partita si sposta dalla riqualificazione alla progettazione ex novo: quando un edificio nasce già con i pannelli integrati, il costo dell’installazione si ammortizza nella costruzione e i benefici iniziano dal primo giorno di attività.

E noi cittadini, cosa possiamo imparare da questa corsa silenziosa? Che il fotovoltaico non è più una tecnologia sperimentale da pionieri. Se due tra i più grandi atenei pubblici italiani lo stanno adottando in modo sistematico, abbattendo i consumi senza rinunciare a laboratori, cliniche e centri di calcolo, significa che la convenienza economica e l’affidabilità tecnica sono comprovate. Non è questione di ideologia: è puro calcolo dei costi nel medio periodo.

Il tetto di casa tua è come quello di un campus?

Facciamo un passo indietro e guardiamo il nostro condominio o la nostra villetta. L’Università ristruttura la Ca’ Granda – un edificio del Quattrocento, mica un capannone prefabbricato – e ci mette i pannelli. Il Politecnico copre le falde dei dipartimenti di ingegneria e continua a fare didattica e ricerca. Questo ci dice due cose. La prima è che i vincoli architettonici e strutturali possono essere superati con una buona progettazione: se un ateneo riesce a installare fotovoltaico su un ospedale veterinario a Lodi o su un edificio storico in centro a Milano, è probabile che anche il nostro tetto, con le giuste valutazioni tecniche, possa ospitare un impianto. La seconda è che la taglia non deve spaventare: l’impianto di Lodi è grande per un’abitazione, ma il principio è identico – produci, consumi subito quello che ti serve e prelevi dalla rete solo la differenza.

Non esistono numeri magici validi per tutti: ogni tetto ha la sua esposizione, ogni famiglia i suoi consumi. Ma i dati universitari suggeriscono una regola pratica: un impianto ben dimensionato può coprire dal 4% al 20% del fabbisogno elettrico di una struttura complessa. Tradotto in ambito domestico, significa che una famiglia media può realisticamente azzerare la bolletta nelle ore diurne estive e ridurre sensibilmente quella annuale. I tempi di rientro dipendono dai costi di installazione e dagli incentivi disponibili, ma la traiettoria è ormai consolidata: l’energia autoprodotta costa meno di quella comprata, e il differenziale è destinato ad aumentare.

La transizione parte anche dai tetti: non serve aspettare rivoluzioni tecnologiche, bastano le superfici che abbiamo già. Forse, dopo aver letto di università che tagliano le bollette con i pannelli, è il momento di controllare se il tuo tetto è pronto.