Dopo l’attacco al magazzino di Kiev, l’azienda ha attivato procedure di crisi già pronte
Immagina di gestire un’attività a Kiev. Scorte, clienti, bollette. Poi una notte un missile colpisce il tuo magazzino principale. Non è fantasia: è quello che è successo ad Atmosfera lo scorso 25 giugno, quando un attacco missilistico russo ha centrato in pieno il deposito centrale dell’azienda nella capitale ucraina, nell’ambito di un’offensiva più ampia su Kiev. Sono passate tre settimane, e il racconto di come hanno reagito dice molto su cosa significhi fare impresa in Ucraina oggi — e su quali soluzioni energetiche stanno dimostrando di funzionare anche sotto le bombe.
Missile sul magazzino: la reazione che ha salvato l’inventario
L’attacco è avvenuto in tarda serata. Per fortuna, nessun dipendente era presente nel magazzino in quel momento e non ci sono stati feriti. La differenza tra un disastro totale e un danno contenuto l’ha fatta il direttore del magazzino, arrivato sul posto pochi minuti dopo l’impatto: è riuscito a spostare scorte, carrelli elevatori e veicoli aziendali prima che i vigili del fuoco arrivassero a domare le fiamme. Una parte significativa dell’inventario è stata così salvata.
Non è stata fortuna, ma preparazione. Subito dopo l’attacco, Atmosfera ha attivato le procedure di risposta alla crisi: ha mobilitato i magazzini regionali, coordinato consegne sostitutive con i produttori internazionali e informato i clienti dei possibili ritardi. In altre parole, l’azienda aveva un piano per quando — non «se» — sarebbe successo. E il piano ha funzionato.
Ma questo episodio non è isolato. Negli ultimi mesi, la Russia ha preso di mira sistematicamente le infrastrutture energetiche ucraine, con una campagna che ha pochi precedenti per intensità e precisione.
Attacchi all’energia: 423 raid in sei mesi
Secondo dati delle Nazioni Unite, tra ottobre 2025 e marzo 2026 la Federazione Russa ha effettuato almeno 423 attacchi contro impianti di produzione, trasmissione e distribuzione di elettricità. Nello stesso periodo, sono stati condotti almeno 74 raid contro centrali termoelettriche e altre infrastrutture di riscaldamento. Non sono numeri astratti: sono la strategia deliberata di privare la popolazione ucraina di luce e calore durante l’inverno.
Già nell’aprile 2024, per la prima volta dall’inizio dell’invasione su larga scala, la Russia aveva colpito una centrale solare — un precedente che allora sembrò un salto di qualità nella dottrina degli attacchi. Poi, nella notte tra il 15 e il 16 novembre 2025, un altro impianto solare nella regione di Odessa è stato centrato da droni russi, provocando un incendio e danni alla centrale, come confermato dall’amministrazione militare regionale di Odessa. L’obiettivo non era più solo il sistema elettrico tradizionale: anche le rinnovabili erano entrate nel mirino.
Di fronte a questa offensiva, l’Ucraina sta puntando su soluzioni che rendono il sistema meno vulnerabile: le energie rinnovabili e i sistemi distribuiti.
Pannelli, batterie, autonomia: la risposta decentralizzata
La logica è semplice. Una grande centrale termoelettrica è un bersaglio grosso, fisso, che se colpito lascia al buio centinaia di migliaia di persone. Diecimila pannelli solari sui tetti di altrettanti capannoni, case e scuole sono diecimila bersagli minuscoli, che continuano a produrre anche se il resto della rete è in ginocchio. Non è teoria: dall’inizio dell’invasione su larga scala, l’Ucraina ha aggiunto oltre 3 gigawatt di nuova capacità di energia rinnovabile, come ha spiegato Ievgeniia Kopytsia, esperta del settore. Tre gigawatt sono l’equivalente di circa duecentrali nucleari di media taglia, ma distribuiti sul territorio in migliaia di impianti.
Secondo l’associazione solare ucraina SEAU, i segmenti commerciale-industriale e utility-scale hanno mostrato gli sviluppi più forti nel corso del 2025, soprattutto quando abbinati a sistemi di accumulo a batteria. Il motivo è intuitivo: un pannello senza batteria produce solo quando c’è il sole; con una batteria, l’energia è disponibile anche di notte o durante un blackout. In un paese dove i bombardamenti possono interrompere la rete in qualsiasi momento, l’accoppiata pannello-batteria non è un vezzo ecologista,
è la differenza tra avere le luci accese o restare al buio.
Lo conferma l’esperienza sul campo. Pannelli solari decentralizzati, pompe di calore, batterie e sistemi di alimentazione autonomi si sono dimostrati efficaci nelle condizioni più estreme. Non in uno scenario simulato o in un test di laboratorio: sotto i missili, con la rete elettrica a singhiozzo, nel pieno dell’inverno ucraino. La transizione energetica, in Ucraina, non è una scelta ideologica ma una necessità di sopravvivenza. Ed è proprio questo a renderla così istruttiva per chi vive in contesti molto più fortunati.
La domanda, a questo punto, è: cosa possiamo imparare noi, oggi, da questa resistenza energetica?
La lezione non è che dobbiamo prepararci alla guerra. È che un sistema energetico distribuito, fatto di pannelli, batterie e pompe di calore, è intrinsecamente più robusto di uno centralizzato — che la minaccia siano i missili, un guasto alla cabina primaria o semplicemente il caro-bolletta. In Ucraina stanno dimostrando, a carissimo prezzo, che queste tecnologie funzionano sotto stress. Per un’impresa italiana o una famiglia che valuta se investire in un impianto fotovoltaico con accumulo, la lezione pratica è chiara: non serve un’apocalisse per trarne vantaggio. Basta volere bollette più basse, meno blackout e un po’ più di indipendenza da ciò che succede altrove. Conviene a tutti. Anche senza missili.




