L’inchiesta esterna di NESO non ha ancora chiarito il ruolo del team di corporate affairs

L’ondata di caldo che lo scorso giugno ha steso un’ombra rovente sul Regno Unito non ha mandato in blackout la rete. I trasformatori hanno retto, i cavi non si sono fusi, i ventilatori hanno continuato a girare. Eppure qualcosa, in quei giorni, è andato in cortocircuito. Non nelle cabine di alta tensione, ma nei piani alti del National Energy System Operator, l’ente che doveva garantire la sicurezza dell’approvvigionamento. Mentre a Lingwood, Norfolk, il 26 giugno la colonnina schizzava a 37,7 °C — il giorno più torrido mai registrato nel mese — a qualcuno veniva in mente che la reputazione andava protetta più della rete. È questa l’accusa, affilata e tutt’altro che astratta, che emerge dalla recensione delle operazioni del sistema energetico durante il caldo estremo pubblicata da Ofgem lo scorso 14 luglio.

Un documento tanto asciutto nel linguaggio quanto esplosivo nelle implicazioni. Perché non documenta un guasto tecnico, ma un possibile cortocircuito di governance, innescato da un sospetto: che i dati sul rischio siano stati manipolati, o quantomeno nascosti, per proteggere l’immagine di NESO durante la più letale ondata di caldo di giugno di cui si abbia memoria. Si stima che in quel mese il caldo abbia causato circa 2.200 morti aggiuntive, portando il totale a circa 2.750. Il sistema energetico, formalmente, ha funzionato. La fiducia in chi lo gestisce, invece, si è incrinata.

Il giorno più bollente, la verità più fredda

È Claire Coutinho, deputata conservatrice già segretaria di Stato per la sicurezza energetica, ad aver sollevato formalmente le prime preoccupazioni. Già durante la finestra critica tra il 22 e il 26 giugno 2026, Coutinho metteva in dubbio le azioni intraprese da NESO e, soprattutto, il modo in cui l’operatore trasmetteva i dati. Non un attacco politico generico, ma il sospetto che qualcuno stesse aggiustando la temperatura della verità. Le preoccupazioni, ora cristallizzate nella recensione di Ofgem, puntano il dito contro una gestione opaca delle informazioni: scarsa tenuta dei registri e occultamento dei dati sul rischio di sistema, insieme a un’influenza impropria sul processo decisionale.

Il paradosso è scolpito nei numeri e nelle date. Il 26 giugno, mentre l’asfalto si ammorbidiva e gli ospedali iniziavano a contare i colpi di calore, la rete teneva. E teneva proprio grazie a quelle valutazioni di rischio che NESO è tenuta a elaborare e condividere con trasparenza. Se quei dati erano stati alterati, ritoccati o semplicemente imboscati, allora il successo tecnico di quei giorni poggia su fondamenta marce. Non è più una questione di ingegneria, ma di fiducia. È bastato un informatore, la cui identità non è stata resa pubblica, a rompere il silenzio e a innescare una reazione a catena che ha portato alla recensione di Ofgem. Cosa nascondeva NESO? E perché?

Reputazione o sicurezza: il conflitto interno

E mentre i termometri, dopo il picco, scendevano, emergeva il vero cortocircuito, quello interno alle stanze di NESO. La recensione di Ofgem non entra nei dettagli forensi, ma le accuse sono ormai di dominio pubblico: il team di corporate affairs avrebbe interferito con le decisioni operative, anteponendo la reputazione dell’ente alla sicurezza dell’approvvigionamento. L’informazione, riportata a luglio da fonti giornalistiche, è esplosiva perché ribalta completamente la gerarchia che dovrebbe presidiare un servizio critico.

In un operatore di sistema, le valutazioni di rischio dovrebbero viaggiare in una corsia protetta, lontana da calcoli d’immagine. Invece, stando a quanto emerso, il confine sarebbe stato violato. La comunicazione avrebbe messo le mani sulla sala controllo, decidendo cosa dire e cosa tacere. Non un dettaglio, ma un conflitto di interessi strutturale: chi deve rassicurare il pubblico e i mercati è la stessa struttura che deve, al contempo, lanciare l’allarme quando le cose si mettono male. Se la priorità diventa proteggere il marchio NESO, l’allarme arriva in ritardo, attutito, o non arriva affatto.

La risposta formale di Ofgem alle accuse dell’informatore è arrivata soltanto a luglio, dopo che NESO aveva già promesso di pubblicare una revisione indipendente del proprio processo decisionale durante l’ondata di caldo. L’autorità di regolazione ha scelto parole misurate ma non rassicuranti: “vigileremo affinché la revisione sia trasparente, imparziale e abbia i giusti termini di riferimento per arrivare ai fatti”. Un modo educato per dire che si è mossa tardi, e che la palla, per ora, resta nel campo di chi è sotto accusa.

L’indagine che non chiude il caso

Davanti alle accuse, NESO ha scelto la strada dell’inchiesta esterna. Ha commissionato un’indagine indipendente, una mossa che sa tanto di confessione quanto di cortina fumogena. Se il tuo operato è impeccabile, non hai bisogno di investigatori. Se li chiami, è perché qualcosa è andato storto, o perché vuoi prendere tempo. La verità è che nessuno, al momento, può dire chi siano i commissari, quali poteri abbiano e se avranno accesso ai registri interni e alle comunicazioni del team di corporate affairs. L’indagine dovrebbe gettare luce su quell’influenza impropria citata da Ofgem, ma il mandato e i tempi restano avvolti in un cono d’ombra.

Il nodo, irrisolto, è sempre lo stesso: chi controllerà i controllori? La recensione di Ofgem è un atto dovuto, ma non è un verdetto. È un invito a guardare dentro. E quel che si intravede, per ora, è una macchina che ha preferito proteggere la propria facciata piuttosto che mettere in guardia i cittadini. La vera emergenza del 26 giugno non è stata il caldo, ma la fragilità di un sistema che antepone l’immagine alla sicurezza. Una domanda resta sospesa, senza risposta: se anche l’ente che garantisce la resilienza della rete mente sul rischio, a cosa serve la resilienza?