Undici progetti bloccati per la difesa, mentre il governo prepara un nuovo sistema di aste
Immaginate di guidare un’azienda svedese che vuole comprare energia pulita a un prezzo stabile per i prossimi dieci anni. Aprite il computer e, pochi giorni fa, leggete che il governo ha appena detto sì a due grandi parchi eolici in mare. Per un attimo sembra l’inizio di una buona notizia. Poi scorrete il comunicato e scoprite che altri undici progetti sono stati respinti, tutti nello stesso colpo, per questioni di difesa nazionale. È successo davvero: lo scorso 16 luglio la notizia è stata confermata e, se avete a che fare con l’energia in Svezia, probabilmente vi siete chiesti se tutto questo abbia un senso – e cosa significhi per i conti dei prossimi anni.
Quando il vento si scontra con i radar
Il paradosso è servito: un Paese che spinge sulla decarbonizzazione e che ha bisogno di elettricità a basso costo si ritrova a dire no a migliaia di megawatt di eolico offshore perché le pale, molto semplicemente, possono disturbare i radar militari e limitare la capacità di sorveglianza del territorio. Già nel novembre 2024 la Svezia aveva posto il veto a 13 progetti eolici nel Mar Baltico, citando rischi per la sicurezza. Oggi il copione si ripete con un copione simile, solo con numeri un po’ diversi: due parchi promossi, undici bocciati. Per chi segue le rinnovabili non è una novità assoluta – i conflitti tra impianti e infrastrutture militari esistono in tutta Europa – ma vederli concretizzati in una raffica di dinieghi in piena estate 2026 dà la misura di quanto la mappa dell’energia sia ormai disegnata anche dai generali, e non solo dai meteorologi.
I numeri della difesa
Entriamo nel dettaglio. Dei tredici progetti presi in esame, il governo svedese ne ha approvati due, per un totale di 4,8 GW di potenza complessiva, e ne ha respinti undici. La motivazione ufficiale, affidata al Ministero del Clima e dell’Impresa e ripresa dalla stampa di settore internazionale, non lascia spazio a interpretazioni morbide: «Il governo valuta che le attività richieste avrebbero, tra le altre cose, un impatto inaccettabile sulle nostre capacità di difesa». Non siamo di fronte a un rinvio per approfondimenti o a una richiesta di integrazioni: è uno stop netto, deciso sulla base di valutazioni militari.
Questa sproporzione – 2 sì contro 11 no – racconta molto di come la sicurezza nazionale sia diventata la variabile che decide il destino di interi lotti di energia rinnovabile. Già a giugno scorso Euronews segnalava che la Svezia aveva autorizzato soltanto 2 progetti su più di 13 presentati, numeri che oggi trovano piena conferma e che fotografano un Paese in cui le esigenze delle forze armate pesano più delle tabelle di marcia per la transizione energetica. Per capirci: non stiamo parlando di un parco eolico qualunque, ma di impianti che avrebbero potuto alimentare milioni di famiglie e dare respiro a un sistema elettrico che punta a liberarsi rapidamente dai combustibili fossili.
Dietro la scelta c’è una ragione tecnica precisa, anche se i dettagli operativi restano comprensibilmente riservati. Le turbine offshore, con le loro torri alte centinaia di metri e le pale in movimento, creano interferenze elettromagnetiche e possono generare falsi bersagli sui radar di sorveglianza aerea e navale. In un’area strategicamente delicata come il Baltico, dove la presenza militare russa è monitorata con attenzione costante, ogni ostacolo alla capacità di vedere cosa succede nello spazio aereo e marittimo viene valutato con molta prudenza. È un tema che conosce bene anche la Polonia, che sta spingendo sull’eolico offshore nello stesso bacino ma ha dovuto negoziare a lungo con la difesa per trovare zone compatibili.
Oltre il veto: la scommessa delle aste
Quindi, per un’impresa o per un cittadino che guarda alla bolletta, le cose sono ferme? La risposta breve è: sì, oggi undici parchi sono bloccati. Ma la risposta che conta per i prossimi anni è più sfumata, ed è nascosta in una frase dello stesso Ministero del Clima e dell’Impresa riportata nell’articolo di Maritime Executive: le aree respinte «potrebbero diventare nuovamente rilevanti dopo la transizione a un sistema di aste per l’energia eolica offshore». Tradotto dal burocratese, significa che il no di luglio 2026 non è necessariamente una pietra tombale.
La Svezia sta infatti lavorando a un meccanismo d’asta per assegnare le concessioni in mare, simile a quello già utilizzato in Danimarca o nei Paesi Bassi. In quel quadro, lo Stato non si limita più a dire sì o no a un progetto presentato da uno sviluppatore, ma decide quali aree mettere a disposizione, fissa condizioni chiare (anche di sicurezza) e invita le aziende a competere su chi produce energia al costo più basso. È un cambio di regole che potrebbe riaprire spazi oggi interdetti, perché consente di pianificare fin dall’inizio dove le turbine possono stare senza interferire con i radar. Se un’area oggi è off-limits, domani potrebbe essere ritagliata in modo diverso, magari spostando qualche chilometro più a largo o riducendo il numero di pale, e tornare in gioco con un bando pubblico.
Per chi progetta investimenti, questa prospettiva è insieme una cautela e un’opportunità. Da un lato, i tempi si allungano: un sistema d’aste richiede regolamenti, consultazioni, bandi, e poi la costruzione vera e propria arriverà non prima di qualche anno. Dall’altro lato, sapere che le aree non sono perse per sempre dà un orizzonte a chi produce componenti, a chi installa cavi sottomarini e a chi firma contratti di lungo periodo per comprare elettricità verde. Non è un segnale di accelerazione immediata, ma nemmeno il messaggio di resa che i titoli di giornale potevano far sembrare.
Il punto, per un cittadino o per un’azienda, è che il vento del Baltico soffia ancora forte – e continuerà a soffiare. Oggi è imbrigliato dalle esigenze legittime dei radar e della sorveglianza, ma le regole del gioco possono cambiare. La transizione a un sistema d’aste non risolverà tutto da sola, però può trasformare il no della difesa in un perimetro dentro cui muoversi, invece che in un muro. E per chi vuole energia pulita a un costo prevedibile, già questo è un dettaglio che vale la pena tenere d’occhio nei prossimi mesi.




