Ridimensionamento a 72 turbine mantiene 1,1 GW, mentre la sentenza rimuove il blocco legale
Da 110 a 72 turbine: il ridimensionamento che ha sbloccato Inch Cape
Per capire la vicenda di, conviene partire da un dato che sembra controintuitivo: la revisione del 2018/2019 ha tagliato le turbine da 110 a 72, eppure la capacità installata è rimasta 1,1 GW. Non si tratta di un errore di calcolo. Il progetto originale prevedeva 110 macchine; la revisione ne ha proposte 72, ma più grandi. In termini di potenza, il totale non cambia. Cambia la geometria dell’impianto, il numero di componenti da installare e, soprattutto, l’economia complessiva.
Per capire il senso del dato bisogna ricordare che la potenza installata si misura in gigawatt, non nel numero di macchine. Un parco con 72 turbine più grandi può esprimere la stessa potenza di uno con 110 turbine più piccole, a patto che ogni macchina abbia una taglia maggiore. La revisione ha quindi agito sulla taglia e sul layout: meno punti di installazione, stessa capacità complessiva. Il numero di piattaforme di sottostazione offshore e dei cavi di esportazione è stato limitato a due, rispetto ai cinque e sei precedenti. Significa meno apparecchiature sul fondale, meno cavi da posare e collegare. A parità di gigawatt, la revisione riduce i punti di connessione e i componenti critici: è una razionalizzazione pensata per rendere il progetto più solido dal punto di vista economico, non per ridurne le ambizioni.
Il progetto, però, non si è sbloccato solo sul tavolo degli ingegneri. La sentenza di Lord Carloway ha stabilito che il collega Lord Stewart aveva sbagliato a consentire una sfida legale che bloccava lo sviluppo. In altre parole, l’ostacolo giudiziario che teneva fermo il cantiere è stato rimosso. Da qui si torna a guardare al calendario industriale.
Fine 2026: la prima elettricità, dopo anni di attesa legale
Secondo quanto riportato da offshorewind.biz, il parco eolico offshore Inch Cape da 1,1 GW, situato a circa 15 chilometri dalla costa dell’Angus, è previsto per la prima produzione di energia elettrica alla fine del 2026 e per l’entrata in piena operatività commerciale nel 2027. Attenzione a distinguere i due orizzonti: la prima produzione, attesa per la fine del 2026, è il momento in cui le turbine cominciano a immettere elettricità in rete. La piena operatività commerciale, nel 2027, è un traguardo diverso: indica che l’impianto funziona a regime.
La sentenza di Lord Carloway non contiene date. Non è una sentenza che fissa il cronoprogramma: rimuove il blocco legale che impediva di rispettarlo. Il calendario resta quello industriale, e non è una scadenza di comodo: 1,1 GW di potenza installata equivalgono a una centrale offshore di grandi dimensioni, non a un progetto dimostrativo. La razionalizzazione del layout — da cinque/sei cavi a due, da 110 a 72 turbine — è esattamente il tipo di intervento che riduce i rischi di ritardo e semplifica le fasi di installazione e di connessione. Il tempo passato tra la revisione e la prima elettricità mostra anche quanto possono pesare i passaggi autorizzativi e legali su un progetto offshore.
Resta una domanda di fondo: Inch Cape è un caso isolato o un modello per l’intero deepwater scozzese? La risposta non sta solo nella sentenza, ma in ciò che accade attorno al progetto.
Il deepwater oltre Inch Cape: la scommessa di Great British Energy
La risposta non arriva solo dai tribunali. Great British Energy ha confermato lo sviluppo di un Deepwater Wind Commercialisation Programme, un approccio esteso a tutta la catena del valore per accelerare la diffusione del vento galleggiante e di altre tecnologie deepwater. Non si tratta di un singolo progetto, ma di un programma di commercializzazione: serve a portare le tecnologie dal pilota al mercato, lavorando sui costi e sulla filiera.
In partnership con FLOWEX, il programma definirà prossimi passi, tempistiche e percorsi di consegna per dimostrare l’impegno a lungo termine di GBE nel settore e nell’ottimizzazione dei costi. È qui che si gioca la replicabilità del modello Inch Cape: meno turbine, meno cavi, più gigawatt. Il programma con FLOWEX non sostituisce Inch Cape, ma prova a rendere sistematico ciò che a Inch Cape è stato ottenuto con una revisione specifica. Se i percorsi di consegna saranno chiari, altri progetti potranno replicare la stessa logica: ridurre l’infrastruttura a parità di capacità.
Il numero da tenere d’occhio, nei prossimi mesi, non è solo la sentenza di Lord Carloway. Sono i prossimi passi e le tempistiche che FLOWEX e Great British Energy riusciranno a definire. Da lì dipende se la razionalizzazione di Inch Cape resterà un caso isolato o diventerà il riferimento per l’intero eolico galleggiante.




