165 milioni di euro per sette impianti tra Andalusia, Catalogna e Galizia

21.091 MWh di energia immagazzinabile, 2.071 MW di potenza: sono i numeri dei sette progetti di stoccaggio idroelettrico tramite pompaggio a cui la Spagna ha assegnato 165 milioni di euro. Lo ha reso noto il ministero spagnolo per la Transizione ecologica (MITECO) la scorsa settimana, il 23 luglio, con un annuncio che ha pochi eguali in Europa per scala e ambizione. Sette impianti — distribuiti tra Andalusia, Asturie, Aragona, Estremadura, Catalogna e Galizia — per un bacino complessivo di capacità che equivale a quasi 21 gigawattora. Per dare un ordine di grandezza: con un rapporto tra energia e potenza di circa dieci ore, questi impianti potranno erogare elettricità per una notte intera, non per i quindici minuti o le due ore tipiche dei grandi sistemi a batterie. Eppure l’annuncio arriva in un momento in cui, stando ai dati di Rystad Energy, la capacità globale di accumulo con batterie ha superato i 250 GW, sorpassando per la prima volta proprio l’idroelettrico a pompaggio. Mentre il resto del mondo sembra aver scelto il litio, la penisola iberica scommette sulla tecnologia più antica dello stoccaggio energetico: l’acqua spinta in salita.

Acqua e gravità: la scommessa iberica

Il bando si chiama BORALMAC 2 ed è il secondo capitolo di un programma di finanziamenti che già in una prima tornata, la scorsa primavera, aveva destinato 100 milioni di euro a quattro progetti per oltre 2 GW complessivi. Stavolta il MITECO ha aumentato la dotazione iniziale di 90 milioni portandola a 165 milioni, proprio perché la domanda di finanziamenti è stata molto superiore alle attese. I sette progetti selezionati non sono semplici ampliamenti: si tratta in diversi casi di impianti nuovi, con potenze che vanno da poche decine a centinaia di megawatt ciascuno. Il denominatore comune è la taglia: grandi capacità di stoccaggio, lunga durata, cicli di carica e scarica misurati in ore e non in minuti.

Il Portogallo, intanto, ha appena pubblicato la sua prima Strategia nazionale per lo stoccaggio energetico. L’obiettivo dichiarato è passare dagli attuali 3,6 GW di pompaggio operativo a 3,9 GW entro il 2030, per poi raggiungere 5 GW entro il 2040, con un incremento netto di 1,4 GW di nuova capacità rispetto a oggi. Sono cifre che, sommate ai 2,1 GW del bando spagnolo, portano l’aggiunta complessiva di pompaggio iberico sopra i 3,5 GW, una potenza paragonabile a quella di diverse centrali nucleari francesi messe insieme.

La scommessa iberica ha un paradosso incorporato. L’idroelettrico a pompaggio è costoso, richiede tempi di realizzazione lunghi (spesso cinque-dieci anni tra progettazione, autorizzazioni e cantieri) e ha bisogno di orografia favorevole. Le batterie, al contrario, si installano in mesi, costano sempre meno e possono essere distribuite ovunque. Ma ciò che le batterie non offrono — o offrono a prezzi ancora proibitivi — è la durata. Dieci ore di scarica contro due ore: la differenza non è tecnica, è strutturale. Ed è qui che la penisola iberica sta facendo una scelta di architettura di rete, più che di tecnologia.

Il fantasma del blackout

La spinta verso il pompaggio non arriva solo dai target climatici. Il 28 aprile 2025 la penisola iberica ha vissuto il blackout più grave in Europa in oltre vent’anni, con milioni di utenze disconnesse per ore. L’indagine condotta da ENTSO-E, il network dei gestori di rete europei, ha individuato una combinazione di fattori: oscillazioni impreviste, carenze nel controllo della tensione e della potenza reattiva, pratiche disomogenee di regolazione, distacchi rapidi di generatori in territorio spagnolo e capacità di stabilizzazione diseguali. Un incidente a catena che ha messo a nudo la fragilità di una rete sempre più dipendente da fonti rinnovabili intermittenti e con un sistema di stoccaggio sottodimensionato per reggere le emergenze.

Il pompaggio idroelettrico, in questo scenario, non serve tanto a immagazzinare il surplus solare di mezzogiorno — quello lo possono fare anche le batterie — ma a fornire inerzia, regolazione di frequenza e potenza reattiva per molte ore consecutive, esattamente i parametri che nel 2025 sono mancati. È stoccaggio di lunga durata, ma è anche un presidio di stabilità per l’intera rete sincrona. E il blackout iberico ha reso evidente che senza quei presidi la transizione energetica rischia di inciampare.

Anche Bruxelles ha preso atto del problema. Lo scorso 26 giugno i ministri dell’energia dell’Unione hanno firmato il primo accordo tripartito per aumentare la capacità di stoccaggio del blocco. Il punto di partenza è un gap enorme: l’UE ha oggi circa 55 GW di stoccaccio installato, ma stima di averne bisogno di 200 GW entro il 2030. Quasi il quadruplo, in meno di quattro anni. Il documento non sceglie tra batterie e pompaggio — serviranno entrambi — ma riconosce per la prima volta che senza una rete di accumulo profonda, le rinnovabili produrranno elettricità che nessuno consumerà, o peggio destabilizzeranno le reti. La Spagna e il Portogallo stanno rispondendo a questa chiamata con lo strumento più classico: le dighe.

Il conto alla rovescia del 2030

I cronoprogrammi disegnano una tabella di marcia serrata. Per il Portogallo, il primo scoglio è il 2030: 3,9 GW di pompaggio, con un incremento di 300 MW rispetto a oggi che dovrà arrivare da nuovi impianti o dal ripotenziamento di quelli esistenti. Per la Spagna, il bando BORALMAC 2 impone ai progetti finanziati di entrare in esercizio entro pochi anni — i dettagli delle scadenze non sono stati resi pubblici, ma il 2030 è l’orizzonte implicito di tutta la programmazione energetica europea. I 2.071 MW e i 21.091 MWh promessi dovranno tradursi in cemento, condotte forzate e turbine reversibili, in un contesto autorizzativo che in Spagna si è già dimostrato capace di accelerare sulle rinnovabili ma che sul pompaggio ha meno rodaggio.

Nel frattempo, il mercato globale delle batterie non rallenta. Il sorpasso dei BESS sul pompaggio, certificato da Rystad Energy con i dati 2025, è destinato ad allargarsi: i costi delle celle al litio continuano a scendere e gli ordini di grandi sistemi (superiori a 100 MW) si moltiplicano sia in Europa sia negli Stati Uniti. La partita iberica, però, non si gioca sulla potenza installata ma sulla durata dell’accumulo. E su questo fronte il pompaggio non ha ancora concorrenti commerciali maturi. Se i sette progetti spagnoli diventeranno operativi entro la fine del decennio, la penisola iberica si troverà con un parco di stoccaggio a due velocità: batterie per i picchi brevi, dighe per le lunghe notti senza vento.

Tra meno di quattro anni, la Spagna dovrà dimostrare che l’acqua può competere con il litio. I 21 GWh del BORALMAC 2 sono il primo test. Il numero da osservare non è tanto la capacità installata su carta, ma quanta di questa sarà effettivamente operativa prima del 2030. Perché nel frattempo il contatore del gap europeo continuerà a girare.