Lo studio rivela perdite fino al 17,6% in impianti iberici durante l’ondata di caldo del 2025

Lo scorso giugno, mentre Spagna e Portogallo soffocavano sotto i 46 °C e l’Europa registrava la più alta produzione solare di sempre, due impianti iberici perdevano fino al 17,6% della loro resa in un solo giorno. Il nuovo studio pubblicato il 14 luglio 2026 da QualEnergia.it mette a nudo un paradosso che riguarda chiunque abbia investito o stia pensando di investire nel fotovoltaico: il caldo estremo non ferma la transizione energetica, ma la cambia dalle fondamenta.

Record di produzione, crollo di efficienza

I numeri raccontano due storie opposte. Da un lato, secondo i ricercatori dell’Università di Évora, durante la stessa ondata di calore del 2025 studiata nell’analisi, la generazione solare nell’Unione Europea ha toccato il suo massimo storico: 45 TWh nel solo mese di giugno, un record assoluto per il solare comunitario. Dall’altro lato, gli stessi impianti che hanno contribuito a quel traguardo mostravano crepe preoccupanti nella loro capacità di resistere alle temperature estreme. Le temperature massime di giugno in Portogallo e Spagna hanno infatti superato i 46 °C, infrangendo i record nazionali per quel mese. Una potenza solare senza precedenti, erogata da moduli che in quelle stesse ore stavano letteralmente bollendo sotto il sole iberico. Ma cosa succede esattamente a un pannello fotovoltaico quando il termometro sale oltre i 40 °C?

Quando il modulo va in tilt: fisica e dati di un’estate rovente

La risposta sta nella fisica dei semiconduttori e nei numeri che arrivano dalla penisola iberica. I pannelli fotovoltaici sono progettati per funzionare al meglio a 25 °C: oltre quella soglia, perdono tra lo 0,3% e lo 0,5% di efficienza per ogni grado in più. Non parliamo della temperatura dell’aria, ma di quella del modulo stesso, che può arrivare a 70 °C quando l’ambiente supera i 35 °C. Tradotto in pratica: in una giornata a 46 °C, la superficie del pannello può superare ampiamente i 75 °C, tagliando la produzione di oltre il 20% rispetto al valore nominale. È come avere un’auto che consuma di più proprio in salita, quando avresti più bisogno di spinta.

I dati raccolti dagli impianti iberici rendono il problema concreto. Nell’impianto Amibil, in Spagna, il calo orario massimo del performance ratio ha raggiunto il 90,4% durante l’ondata di caldo del 2024. Significa che, nelle ore più roventi, l’impianto funzionava a meno del 10% della sua capacità teorica. Numeri che fanno riflettere, anche se vanno letti con cautela: si tratta di picchi orari, non di medie stagionali. Più eloquente è il dato giornaliero registrato l’anno successivo nell’impianto portoghese Zebro, dove la produzione è crollata del 17,6% durante l’ondata di caldo del 2025. Una perdita secca, che in una settimana di calore estremo può tradursi in centinaia di euro di mancato guadagno per un impianto domestico e in decine di migliaia per uno industriale.

Lo studio sottolinea con chiarezza che le ondate di calore possono costituire un rischio operativo per le prestazioni degli impianti fotovoltaici, riducendo l’efficienza dei moduli, ed evidenzia la necessità di utilizzare dati meteorologici e scenari climatici più rappresentativi degli eventi estremi. In altre parole, non basta più guardare le medie stagionali di irraggiamento per decidere se e dove installare pannelli: servono modelli che tengano conto delle ondate di calore, che saranno sempre più frequenti. Se ondate di calore come queste sono destinate a diventare la norma, il settore deve cambiare approccio.

Dal record alla resilienza: la nuova rotta del solare europeo

E infatti, gli esperti avvertono che la priorità non è più inseguire i massimi produttivi, ma garantire che gli impianti reggano quando il caldo è feroce. La sfida per il settore solare europeo si sta spostando dalla massimizzazione della produzione annuale al miglioramento della resilienza contro le perdite di produzione durante i periodi di calore estremo. Per chi oggi valuta un investimento nel fotovoltaico — che sia un’azienda con una falda di capannoni o una famiglia con 20 metri quadri di tetto — questo cambio di prospettiva ha conseguenze concrete. Significa scegliere moduli con un coefficiente di temperatura più basso, quelli che perdono meno efficienza con il caldo. Significa progettare l’impianto lasciando più spazio tra i pannelli, così che l’aria possa circolare e raffreddarli. Significa, in alcuni casi, orientare una parte dei moduli a est-ovest invece che a sud pieno, per spalmare la produzione nelle ore meno torride della mattina e del pomeriggio, quando i consumi reali di una casa o di un ufficio sono più alti.

Costa di più? A volte sì, qualche punto percentuale sul preventivo iniziale. Ma il conto va fatto sul lungo periodo: una perdita del 17% in una settimana di caldo, moltiplicata per le estati che verranno, può erodere il risparmio atteso e allungare i tempi di rientro di anni. Per un impianto domestico da 6 kW, quindici giorni di calo produttivo del 15% possono tradursi in oltre 50 euro di bolletta non risparmiata in una sola stagione. Per un capannone da 100 kW, il buco sale a oltre 800 euro. E non stiamo parlando di eventi rari: le mappe climatiche dicono che ondate di calore come quella iberica del 2025 diventeranno frequenti in tutto il Mediterraneo, Italia compresa. Per aziende e famiglie, la domanda non è più solo «quanto produce?», ma «quanto produce quando serve davvero?».

Il solare resta la scommessa vincente della transizione, ma a patto di progettare pensando alle ondate di caldo, non solo ai cieli sereni. La vera convenienza, d’ora in poi, si misurerà nei pannelli che funzionano anche a 40 °C.