La scelta di Fuzzy Bitar come amministratore delegato dell’Energy Institute segna un cambio di passo nella cultura della sicurezza
Su una piattaforma nel Mare del Nord, alle 5:30 del mattino, il vento taglia la pelle e l’unica cosa che conta è il freddo del metallo sotto le dita. Un tecnico controlla l’imbracatura, passa in rassegna ogni gancio, ogni fibbia, ogni punto di ancoraggio. Pensa ai figli che dormono a centinaia di chilometri di distanza, in una casa dove il caffè non è ancora pronto. Non siamo in un video istituzionale: è la normalità di chi lavora in alto mare, dove la sicurezza non è un valore scritto su una lavagna luminosa ma un gesto ripetuto mille volte, sempre uguale, sempre con la stessa attenzione. La scorsa settimana, mentre Fuzzy Bitar, veterano di BP, assumeva la guida dell’Energy Institute come nuovo amministratore delegato, quelle mani che stringono un’imbracatura alle prime luci dell’alba raccontavano più di qualunque dichiarazione ufficiale. Raccontavano che tra un obiettivo scritto in una sala riunioni e la vita di chi sta in prima linea c’è una distanza che non si misura in metri, ma in scelte quotidiane.
La routine di chi lavora in alto mare
Non serve essere mai saliti su una piattaforma per immaginare cosa significhi lavorare in un luogo dove l’orizzonte è solo acqua e il margine di errore si misura in secondi. Chi opera in questi contesti lo sa: ogni turno inizia con un controllo, ogni movimento è dettato da una procedura, ogni attrezzo ha un suo posto preciso. Non è burocrazia, è sopravvivenza. Il tecnico dell’imbracatura non sta compilando una checklist perché glielo ha detto il capoturno: lo fa perché sa che se salta un passaggio, il rischio non è una multa o una nota sul registro, ma qualcosa di irreparabile. E mentre esegue quei gesti, la sua mente va a terraferma, alle persone per cui vale la pena tornare a casa interi. Dietro ogni casco, ogni tuta ignifuga, ogni imbracatura allacciata prima dell’alba c’è una vita fatta di affetti, di bollette da pagare, di figli che crescono. La sicurezza, vista da qui, non ha nulla di astratto. Ma dietro ogni gesto individuale c’è un’organizzazione che promette «zero incidenti». Come si traduce questo impegno nella strategia di un colosso come BP?
L’impegno di BP: obiettivi e realtà
BP definisce la sicurezza «fondamentale» e «profondamente radicata nell’etica e nelle operazioni dell’azienda». Parole pesanti, che evocano un’attenzione quasi viscerale al tema. L’obiettivo dichiarato è tanto semplice quanto ambizioso: eliminare tutte le fatalità, le lesioni che cambiano la vita e gli incidenti di processo più gravi. Un traguardo che non ammette compromessi, almeno sulla carta. E la presenza di figure come Fuzzy Bitar — un uomo che ha passato anni dentro la cultura operativa di BP prima di approdare all’Energy Institute — suggerisce che questa attenzione non sia soltanto un esercizio di comunicazione. Un dirigente che ha respirato l’aria delle piattaforme, che conosce i ritmi e i rischi di chi lavora sul campo, porta con sé un patrimonio di esperienza che difficilmente si può riassumere in una slide.
Eppure, la domanda resta: quegli obiettivi sono davvero a portata di mano o rimangono dichiarazioni di principio? Perché fissare l’asticella a «zero fatalità» significa accettare una tensione costante, un miglioramento che non può mai dirsi concluso. Significa che ogni incidente, anche il più piccolo, è un fallimento del sistema, non una fatalità statistica. E in un settore come quello energetico, dove le condizioni operative sono estreme e la pressione sui costi e sui tempi è altissima, mantenere quella tensione richiede molto più di un codice etico. Richiede risorse, formazione continua, ascolto reale di chi sta sul campo. Chi lavora su una piattaforma sa distinguere tra un’azienda che fa della sicurezza una priorità vera e una che la tratta come un adempimento. Lo si capisce da quanto tempo viene dedicato ai controlli, da quanto peso hanno le segnalazioni dal basso, da come si reagisce quando qualcosa va storto.
L’arrivo di Bitar all’Energy Institute, la scorsa settimana, è un segnale interessante: mettere un uomo con un profilo operativo così marcato alla guida di un istituto che si occupa di standard e competenze nel settore energetico significa riconoscere che la sicurezza non si costruisce a colpi di memorandum, ma con la credibilità di chi quelle procedure le ha applicate in prima persona. E tuttavia, la storia recente del settore insegna che tra i buoni propositi e la realtà quotidiana c’è uno spazio che si riempie solo con la vigilanza di tutti: manager, tecnici, sindacati, autorità di controllo. La sicurezza è un lavoro corale, oppure non è.
La prossima volta che sentiamo parlare di «sicurezza al primo posto», ricordiamoci che non è uno slogan da affiancare al logo aziendale. È fatta di controlli all’alba, di procedure rispettate quando nessuno guarda, di persone che tornano a casa e trovano i figli ancora svegli. Ed è fatta anche di una vigilanza che riguarda ciascuno di noi — cittadini, consumatori, elettori — perché un’azienda che trascura la sicurezza dei suoi lavoratori difficilmente metterà al centro la sicurezza delle comunità in cui opera. La distanza tra ciò che si dichiara e ciò che si fa non è un affare per addetti ai lavori: è uno spazio che ci riguarda tutti, e tenerlo d’occhio è il minimo che possiamo fare.




