Mancano ancora linee guida tecniche definitive e progetti pilota su larga scala
Il 18 febbraio 2027 diventerà obbligatorio, per ogni batteria elettrochimica immessa sul mercato dell’Unione, un documento digitale che ne tracci l’intera storia: materiali, componenti, origine della catena di approvvigionamento. Si chiama passaporto digitale delle batterie, lo impone l’articolo 77 del regolamento europeo (UE) 2023/1542, adottato il 12 luglio 2023 e in vigore dal 17 agosto dello stesso anno. Sulla carta l’Europa si è data tre anni e mezzo per prepararsi. A meno di sette mesi dalla scadenza, la preparazione è un puzzle di cui mancano ancora troppi pezzi.
La corsa contro il tempo
Il regolamento è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 28 luglio 2023. Siamo al terzo anniversario esatto di quel passaggio burocratico, e il cronoprogramma racconta di un ritardo che somiglia a un’abitudine europea: si legifera in grande anticipo, poi si rinvia la concretezza al giorno prima della scadenza. Le linee guida tecniche sono ancora incomplete, i progetti pilota restano sporadici. E il tempo stringe.
Il paradosso è evidente. L’industria delle batterie è un settore che si muove su cicli di investimento lunghi anni, tra prospezioni minerarie, raffinerie, gigafactory e reti di riciclo. Imporre un tracciamento digitale a livello di singola batteria significa chiedere a ogni anello della filiera – dal minatore congolese al produttore cinese di catodi, fino all’assemblatore europeo – di parlare la stessa lingua digitale. Una lingua che, a luglio 2026, non ha ancora una grammatica definitiva.
Un campo livellato o un labirinto digitale?
La promessa della Commissione è quella di sempre quando si parla di regole ambientali: creare condizioni di parità. Secondo l’analisi del CEPS, il passaporto digitale punta a «creare un campo di gioco livellato con requisiti orizzontali per tutti gli attori della catena di approvvigionamento, indipendentemente dalla loro origine». Nessuno può nascondere cobalto congolese dietro un fornitore di comodo, nessuno può dichiarare un contenuto riciclato che non esiste. Sulla carta, è la fine della concorrenza sleale tra chi rispetta le regole e chi fa dumping ambientale.
Ma la stessa uniformità che dovrebbe rendere il mercato più equo rischia di trasformarsi in una barriera all’ingresso. Il passaporto impone requisiti obbligatori per l’origine della catena di approvvigionamento e altre etichettature per tutte le batterie, i materiali e i componenti immessi sul mercato dell’Unione. Un produttore di medie dimensioni, magari con fornitori in paesi dove la tracciabilità digitale è un’astrazione, rischia di trovarsi escluso non perché le sue batterie siano peggiori, ma perché non ha la capacità tecnica o finanziaria per compilare la carta d’identità digitale richiesta da Bruxelles.
Chi beneficerà davvero di questa trasparenza? Le imprese che già oggi hanno le risorse per certificare ogni passaggio produttivo: i grandi gruppi verticalizzati, i colossi minerari che possono permettersi sistemi di blockchain proprietari, le aziende europee che hanno anticipato la normativa. Gli altri rischiano di restare indietro, non per demerito industriale ma per asfissia burocratica. L’obiettivo è nobile, ma la strada per raggiungerlo somiglia più a un labirinto che a un percorso guidato.
I primi della classe e gli assenti
Qualcuno la corsa l’ha cominciata per tempo. Già nel gennaio 2023, la Global Battery Alliance aveva lanciato a Davos il primo proof of concept del passaporto con Tesla e Audi come primi partner industriali. Poi, lo scorso giugno, un passo più concreto: Circulor, REPT Battero e TÜV Rheinland hanno annunciato il completamento del primo passaporto per un sistema di accumulo a batteria (BESS), basato su dati verificati da terze parti indipendenti.
Sono i primi della classe, e non a caso. Tesla e Audi hanno da sempre un interesse diretto a dimostrare la sostenibilità delle loro filiere, per ragioni di reputazione e di accesso al mercato europeo. TÜV Rheinland e Circulor stanno posizionandosi come gli enti certificatori di domani. Ma per ognuno di loro, quanti produttori sono ancora fermi ai blocchi di partenza? Quante aziende stanno ancora aspettando di capire quali saranno gli standard definitivi, quali dati dovranno obbligatoriamente fornire, quali piattaforme saranno riconosciute come conformi?
Con il febbraio 2027 alle porte, la domanda non è più se il passaporto sarà obbligatorio, ma chi sarà in grado di presentarlo. E per gli altri, quali saranno le conseguenze? Il regolamento non lascia scappatoie: senza passaporto, nessuna batteria potrà entrare legalmente nel mercato europeo. Un mercato che vale miliardi e che, fino a prova contraria, nessuno ha intenzione di abbandonare. Il conto alla rovescia è già partito. E troppi stanno ancora cercando di capire le regole del gioco.




