La prima asta del 2025 aveva raccolto offerte quadruple rispetto alla capacità, segnale di un mercato in forte espansione

Il 24 novembre 2026 l’Italia tornerà a chiedere stoccaggio al mercato. Secondo l’annuncio di Terna, pubblicato lo scorso 3 giugno, la seconda asta MACSE per batterie è in calendario per fine novembre. Obiettivo: 16 GWh da consegnare nel 2029. Il dato da cui partire, però, arriva dalla prima edizione: un eccesso di offerte quattro volte superiore alla capacità disponibile. L’appetito non è mai stato il problema.

Ora, a tre mesi dall’appuntamento, l’Italia alza il bersaglio del 60%: si passa da circa 10 GWh a 16 GWh, secondo i dettagli riportati da ESS News a inizio giugno. Non è una notizia da celebrare. È un test sulla capacità di consegna.

Quattro volte tanto: il dato che cambia la gara

La prima asta MACSE italiana si è chiusa il 1° ottobre 2025 con tutti i 10 GWh assegnati, distribuiti in quattro zone tra Sud Italia e isole. Le offerte superavano di un fattore quattro la capacità disponibile: una domanda imponente, non un’asta deserta. È un punto rilevante perché cambia il modo di leggere la seconda gara. Non si corre dietro all’interesse degli operatori: si corre dietro alla capacità reale di assorbire le offerte e poi costruire gli impianti.

Il 24 novembre si punta a 16 GWh, il 60% in più rispetto al volume della prima edizione. L’incremento non va frainteso: non serve a creare mercato dal nulla, ma a dare una risposta almeno parziale a chi era rimasto fuori. Eppure, se la prima edizione era già sovraccarica, perché serviva una seconda asta così presto? La spiegazione sta nella natura del meccanismo.

Perché il meccanismo MACSE non è una semplice asta

Il MACSE non è un’asta per comprare elettricità a pronti. È un meccanismo di approvvigionamento di capacità di stoccaggio a lungo termine, approvato dalla Commissione UE già nel 2023 con l’aiuto di Stato SA.104106, 2023/N. I vincitori non vendono semplicemente energia: si impegnano a rendere disponibile capacità per la rete e ricevono in cambio un premio fisso mensile. La garanzia dei ricavi rende bancabili i progetti, ma è anche il punto di equilibrio più delicato.

Il premio ha un tetto. Per la prima gara, ARERA lo ha limitato a 37.000 euro per MWh-anno. Non è un dettaglio secondario: è il parametro che decide quanto l’intero sistema pagherà per avere batterie disponibili. Un tetto troppo basso può frenare la realizzazione degli impianti; uno troppo alto può far vincere progetti che poi non rispettano i tempi. La programmazione di Terna, con la consegna fissata al 2029, rende il vincolo temporale non meno importante del volume.

Qui emerge il punto strutturale. L’Italia non ha un problema di appetito per lo stoccaggio: ha un problema di esecuzione. Tra l’assegnazione di novembre e la consegna del 2029 restano poco più di tre anni, il tempo necessario per autorizzare, finanziare e costruire impianti di grande taglia. Se il meccanismo è collaudato sulla carta, resta da capire se i numeri promessi reggeranno alla prova di novembre.

Il paradosso del 2026: 16 GWh non bastano?

Ma c’è un dettaglio che non torna. Secondo un’analisi di Timera Energy, la capacità non assegnata nell’asta del 2025 supera da sola di oltre il doppio la quota massima di 16 GWh prevista per l’asta del 2026. In pratica, anche se la seconda gara raggiungesse l’intero obiettivo, resterebbe fuori più capacità di quanta ne riesca a selezionare.

È il paradosso di un meccanismo che attrae più offerta di quanta sia disegnato ad assorbirne. Non è una contraddizione contabile, ma il segno di una tensione tra la corsa degli operatori e i limiti imposti dalla regolazione. Riuscirà la seconda asta a colmare il divario? Con questi numeri, difficile. Il rischio concreto è che a novembre l’eccesso di domanda si ripresenti, in proporzioni simili, e che il 2029 resti una promessa.

Il numero da tenere d’occhio, allora, non è il 16 GWh. È il tetto del premio fisso. Se ARERA manterrà i 37.000 euro per MWh-anno anche nella seconda gara, capiremo se il MACSE può reggere senza scaricare costi eccessivi sul sistema. Se il tetto cambierà, la discussione si sposterà su quanto l’Italia è disposta a pagare per avere batterie davvero operative nel 2029. Fino a quel momento, il 2029 resta scritto in un calendario, non ancora in un cantiere.