Il governo italiano rischia di rinviare le gare per le reti elettriche, blindando il monopolio

Il 2030 è alle porte, ma per migliaia di chilometri di reti elettriche italiane le gare per il rinnovo delle concessioni sono già fuori tempo massimo. La scadenza fissata dall’Unione europea per mettere a gara la distribuzione si allontana giorno dopo giorno, mentre da Bruxelles arriva una spinta normativa che rende il ritardo italiano sempre più difficile da giustificare.

Eppure, proprio mentre l’Europa accelera, a Roma il percorso verso le gare si fa più incerto e meno vincolante. L’analisi pubblicata due giorni fa da QualEnergia è netta: la probabilità che si arrivi a una competizione reale per le concessioni delle reti di distribuzione entro il 2030 si sta riducendo sensibilmente. Non è una questione tecnica, né un intoppo procedurale: è il prodotto di un equilibrio che a qualcuno conviene non toccare.

Il paradosso: Europa accelera, Italia rinvia

Il Grids Package approvato venerdì scorso non è un documento qualsiasi. Arriva dopo mesi di negoziato e fissa un principio che dovrebbe essere ovvio: senza reti adeguate, la transizione energetica resta sulla carta. L’Italia ha partecipato al dibattito, ha condiviso gli obiettivi, ha votato a favore. Ma sul fronte interno, la musica è diversa. Le concessioni trentennali della distribuzione — eredità di un sistema pensato quando il mercato elettrico era tutt’altra cosa — restano blindate, e l’ipotesi di una gara competitiva che assegni i lotti a chi offre investimenti migliori si allontana. Il paradosso è servito: l’Europa spinge sull’acceleratore, l’Italia sfila la chiave dal cruscotto.

I freni nascosti (e chi ci guadagna)

Dietro questa frenata c’è un intreccio di interessi consolidati. La distribuzione elettrica in Italia è ancora saldamente nelle mani di pochi operatori: su tutti e-distribuzione, la società del gruppo ENEL che gestisce la stragrande maggioranza dei chilometri di rete. Una rendita di posizione costruita in decenni di monopolio naturale, che una gara ben regolata potrebbe incrinare. Non serve immaginare complotti: basta osservare gli incentivi. Chi già controlla la rete ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo, possibilmente con una proroga accompagnata da impegni di investimento blandi e poco misurabili.

Il rischio, tutt’altro che teorico, è che si arrivi a un rinnovo delle concessioni senza obblighi stringenti: una proroga che non vincola i gestori a standard minimi di ammodernamento, che non introduce meccanismi di confronto competitivo, che in sostanza lascia le cose come stanno. Per i consumatori sarebbe il peggiore dei mondi possibili: nessuna pressione al miglioramento, nessuna garanzia che i soldi spesi in bolletta si traducano in reti più resilienti, più digitalizzate, più capaci di integrare la generazione distribuita.

La Commissione europea osserva con crescente preoccupazione. Bruxelles sa bene che un mercato della distribuzione blindato rischia di minare proprio quegli obiettivi di decarbonizzazione ed elettrificazione che il Grids Package si propone di sostenere. Ma la leva che la Commissione può azionare — una procedura d’infrazione, un richiamo formale — ha tempi lunghi e margini politici stretti, specie quando l’interlocutore è un grande Stato membro. Per ora, la preoccupazione resta confinata nei corridoi della DG Energia. Ma potrebbe non bastare a lungo.

Il conto arriva in bolletta

Se le reti restano senza investimenti vincolati, chi paga il prezzo dell’inazione? La risposta è semplice e scomoda: lo pagano i consumatori, in bolletta e in qualità del servizio. Una rete non ammodernata è più vulnerabile ai guasti, meno capace di gestire i picchi di domanda, più lenta nell’assorbire nuova capacità rinnovabile. E quando l’infrastruttura invecchia senza che nessuno sia davvero obbligato a rinnovarla, il conto arriva dopo, maggiorato degli interessi, sotto forma di interventi d’urgenza, disservizi, costi di sistema che si scaricano sulla collettività.

La domanda da porsi ora è se basterà la preoccupazione espressa dalla Commissione Ue a smuovere uno stallo che ha radici profonde. Probabilmente no, almeno nel breve periodo. La risposta, più che tecnica, è politica: tocca al governo decidere se accettare il rischio di un mercato della distribuzione congelato, oppure rimettere mano al processo e dare alle gare una scadenza credibile. Il prossimo numero da tenere d’occhio non sono le dichiarazioni d’intenti, ma gli investimenti effettivi in rete nel 2027: sarà quello il primo vero banco di prova per capire se la proroga è stata accompagnata da obblighi seri oppure no.

Il 2030 è dietro l’angolo, e la partita tra Bruxelles e Roma si gioca adesso. Su un punto tutti concordano: le reti vanno ammodernate. Su chi deve farlo, con quali vincoli e a quali condizioni, il dissenso è totale. E nel frattempo, il contatore della bolletta continua a girare.