L’85% dell’obiettivo PNIEC raggiunto, ma la media annua si è dimezzata rispetto al passato
5,08 Mtep. È il risparmio energetico cumulato che l’Italia ha tirato fuori dalle misure di efficienza tra il 2021 e il 2025, pari all’85% dell’obiettivo intermedio del PNIEC, fissato a 6 Mtep. Un numero che, a prima vista, trasmette rassicurazione: la traiettoria c’è, il traguardo non è lontano. Ma basta scorrere le pagine della quindicesima edizione del Rapporto Annuale sull’Efficienza Energetica dell’ENEA, pubblicata lo scorso 9 luglio, per accorgersi che quel dato va letto con una lente più esigente: quella della storia e della competizione globale.
85%: un bilancio in chiaroscuro
Il RAEE 2026, curato dal Dipartimento Unità Efficienza Energetica (DUEE) che dal decreto legislativo 115/2008 svolge il ruolo di Agenzia Nazionale per l’Efficienza Energetica, valuta le performance delle politiche attuative rispetto ai risultati ottenuti nel 2025. Il verdetto è un 85% che può essere letto in due modi. Da un lato, conferma che gli strumenti messi in campo – dagli incentivi alle detrazioni, dai certificati bianchi alla riqualificazione edilizia – stanno producendo effetti misurabili, con un risparmio di 5,08 Mtep in un quinquennio. Dall’altro, l’asticella del PNIEC resta ancora lontana, e il tempo per colmare quel 15% mancante stringe. Per capire se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto, bisogna riavvolgere il nastro di qualche anno e gettare un occhio oltreconfine.
Se il mondo accelera, l’Italia frena
Il confronto con il passato recente è istruttivo. Già dal 2011 al 2017, come documentato nello storico Rapporto Annuale sull’Efficienza Energetica dell’ENEA, l’Italia riusciva a spuntare risparmi medi di 8 Mtep all’anno di energia finale, per un cumulo di oltre 56 Mtep in sette anni. Oggi, con 5,08 Mtep in cinque esercizi, la media annua si è più che dimezzata, scendendo a circa 1 Mtep. Non è una colpa, ma un segnale: le misure a basso costo e a rapida implementazione sono state in gran parte raccolte, e ogni punto percentuale ulteriore richiede interventi più complessi, dalla riqualificazione profonda del patrimonio edilizio alla trasformazione dei processi industriali.
Nel frattempo il resto del mondo non sta a guardare. Il rapporto Energy Efficiency 2025 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) stima che il tasso di miglioramento globale dell’efficienza energetica sia salito all’1,8%, contro l’1% registrato nel 2024. Un’accelerazione che stride con il passo incerto dell’Italia, la quale, pur avendo fatto molto, rischia di trasformare un buon piazzamento in un vantaggio che si assottiglia rapidamente. Il RAEE non si presta a trionfalismi: l’85% non è un traguardo, ma lo specchio di un sistema che, per tenere il passo, deve cambiare marcia.
Eppure, dentro lo stesso rapporto, c’è un’indicazione che rovescia la prospettiva. «Il valore dell’efficienza energetica va oltre la riduzione dei consumi, perché genera benefici economici, ambientali e sociali che si rafforzano reciprocamente», si legge nella sintesi dell’ENEA. In altre parole, i Mtep contano, ma non raccontano tutto: un kilowattora non consumato porta con sé minori emissioni, bollette più leggere, filiere industriali attive e posti di lavoro legati alla filiera dell’efficientamento. È una catena di effetti che, se letta con occhio impiantistico, restituisce una solidità che il freddo dato percentuale non esaurisce.
Oltre i numeri: cosa si gioca nell’impianto
Per chi progetta, installa e gestisce impianti, il messaggio del RAEE 2026 è più operativo che contabile. Le policy ci sono e tengono, la tecnologia – dalle pompe di calore agli inverter, dai sistemi di building automation ai recuperi termici – ha raggiunto rendimenti misurabili e replicabili. La domanda di efficienza, in Italia, non è una scommessa: è un segmento di mercato già sostenuto da meccanismi consolidati. Il dato dell’85%, piuttosto che un insuccesso, segnala che il potenziale residuo è ancora ampio e che i margini di miglioramento sono noti, mappati e tecnicamente aggredibili.
Il DUEE, nel ruolo di agenzia nazionale, continua a monitorare anno dopo anno le performance reali, offrendo una base dati che riduce l’incertezza per gli investitori. Non siamo di fronte a un obiettivo mancato, ma a un cantiere aperto dove il «come» è diventato più importante del «quanto». L’efficienza energetica non è una questione di percentuali centrate, ma di segnali per chi investe: il mercato c’è, le policy tengono, la tecnologia funziona. Ora serve l’ultimo miglio.




