Il progetto Steady Seas punta a certificare la resistenza a onde fino a undici metri e a temperature estreme

La bolletta energetica sale. I cavi sottomarini si rompono. Le piattaforme offshore e le infrastrutture subacquee remote restano appese a generatori diesel o a collegamenti elettrici tanto costosi quanto vulnerabili. E se la soluzione fosse sotto il sole, anzi, sull’acqua? Nei giorni scorsi,
il programma di ricerca Steady Seas ha ricevuto un finanziamento di 3,2 milioni di euro dalla Netherlands Enterprise Agency (RVO), un’agenzia del governo olandese. È una ricerca congiunta tra l’azienda olandese-norvegese SolarDuck e il Maritime Research Institute Netherlands (MARIN), e ha un obiettivo molto concreto: portare a maturità una piattaforma galleggiante capace di produrre energia rinnovabile proprio dove serve, in mare aperto, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e dalle infrastrutture di terra.

Un hub galleggiante per l’energia in mare aperto

L’idea al centro del progetto si chiama
Offshore Floating Power & Utility Hub (OFPH), una piattaforma singola sviluppata per fornire energia affidabile, comunicazioni e altri servizi a infrastrutture remote in mare aperto e sottomarine. Non si tratta solo di pannelli solari su una zattera: SolarDuck integra sistemi di accumulo energetico e unità ausiliarie che garantiscono continuità di alimentazione anche quando il sole non c’è. È un concetto semplice ma finora inesplorato su scala industriale: invece di portare l’energia dalla costa con cavi lunghi decine o centinaia di chilometri, si produce elettricità direttamente sul posto, la si immagazzina e la si distribuisce quando serve.

Perché una piattaforma del genere possa funzionare senza guasti per anni, però, bisogna sapere esattamente come si comporta in condizioni marine estreme. Ecco perché MARIN studierà l’impatto della topologia della struttura sul suo comportamento idrodinamico, sui coefficienti di resistenza alle onde e sull’effetto che le onde estreme hanno sui carichi strutturali, incluso il fenomeno dell’accumulo d’onda sotto la piattaforma. In parole povere: si tratta di capire se l’hub galleggiante può sopportare le peggiori tempeste del Mare del Nord senza rompersi e senza mettere a rischio il personale e le infrastrutture collegate. Una domanda legittima: una tecnologia così innovativa regge davvero quando il mare si fa cattivo?

Dalla teoria alla pratica: i test nel Mare del Nord

Per rispondere, basta guardare ai dati già raccolti. Due anni fa SolarDuck e RWE hanno installato con successo il
pilota Merganser, un impianto solare galleggiante offshore da 0,5 MWp, nel sito di test dei North Sea Farmers, al largo delle coste olandesi. È stato il primo pilota operativo in mare aperto di SolarDuck. Non un prototipo da laboratorio, ma un impianto vero, esposto per mesi al vento, al sale e alle onde del Mare del Nord. I dati di funzionamento raccolti con Merganser sono oggi la base su cui si innesta il programma Steady Seas.

Già nel marzo 2024, Merganser aveva ottenuto dalla società di certificazione
Bureau Veritas la prima certificazione mondiale per una tecnologia solare galleggiante offshore. Non un dettaglio burocratico: il progetto è stato certificato per resistere a un’altezza massima d’onda di 11,6 metri (con un periodo di ritorno direzionale di 10 anni) a una profondità d’acqua di 21,5 metri. Undici metri e mezzo sono l’altezza di un palazzo di quattro piani. Significa che la struttura ha dimostrato, attraverso simulazioni e verifiche ingegneristiche, di poter sopravvivere a condizioni che metterebbero in crisi molte imbarcazioni.

A settembre dello scorso anno, poi, SolarDuck ha testato 54 piattaforme solari galleggianti interconnesse presso il
MARIN Offshore Basin, una vasca navale tra le più avanzate al mondo. L’assetto riproduceva una capacità reale di circa 6 MWp. Cinquantatré piattaforme collegate tra loro, sottoposte a onde e correnti simulate, hanno dato indicazioni preziose su come un parco solare galleggiante si comporta quando le unità interagiscono meccanicamente ed elettricamente. Non sono più esperimenti isolati: sono prove di sistema che avvicinano la tecnologia a una scala commerciale.

Cosa significa per imprese e consumatori

Ora che la validazione tecnica è solida, viene la parte pratica. Pensate a chi gestisce infrastrutture subacquee: stazioni di monitoraggio sismico, nodi per le telecomunicazioni, sistemi di pompaggio per l’estrazione di minerali dai fondali, o anche semplici apparati per l’acquacoltura in mare aperto. Oggi queste strutture si alimentano spesso con generatori diesel, che vanno riforniti via nave a costi elevati e con emissioni continue. L’hub galleggiante di SolarDuck può essere dislocato dove serve, produce elettricità senza carburante e, grazie all’accumulo, la fornisce anche di notte o con cielo coperto. Per un’azienda significa tagliare le spese operative, ridurre la logistica e avere una fonte energetica prevedibile. È il salto da un’economia del “porto il carburante” a un’economia del “catturo il sole dove mi trovo”.

Ma c’è anche un risvolto per i cittadini. Ogni piattaforma offshore che smette di bruciare gasolio e inizia a usare energia solare galleggiante contribuisce a ridurre la pressione sui mercati energetici e sulle reti elettriche costiere. In un futuro in cui le comunità energetiche e le reti distribuite diventeranno più comuni, sapere che esiste una tecnologia in grado di generare elettricità in mare aperto senza occupare suolo agricolo o costiero cambia il ventaglio delle opzioni a disposizione di amministrazioni pubbliche e investitori. Non si tratta di sostituire i grandi parchi eolici offshore, ma di affiancarli con soluzioni complementari, pensate per scenari in cui il vento da solo non basta o dove i fondali non permettono installazioni fisse.

Per chi opera in mare aperto, l’energia solare galleggiante si sta avvicinando a essere una scelta concreta, non solo un’opzione sperimentale. I numeri ci sono: un investimento di 3,2 milioni di euro da parte di un’agenzia governativa, una certificazione riconosciuta a livello mondiale, test su scala multi-megawatt, un pilota operativo che ha già macinato mesi di dati nel Mare del Nord. La strada verso la commercializzazione è ancora in salita, certo, ma i segnali dicono che non siamo più alla fase dei “se” e dei “ma”. Siamo alla fase del “quando” e “quanto costa”. Ed è una buona notizia per chiunque, prima o poi, pagherà una bolletta o userà un servizio che dipende da ciò che succede in mezzo al mare.