Piano: quota elettrica al 46% entro il 2040, ma la revisione ETS indebolisce il prezzo del carbonio.

930 TWh: è il calore di processo industriale sotto i 500 °C che, secondo WindEurope, la tecnologia attuale può già elettrificare nei settori alimentare, cartario e farmaceutico. Il piano di elettrificazione presentato lo scorso 17 luglio dalla Commissione europea punta a raddoppiare la quota di elettricità, portandola al 46% entro il 2040. Peccato che questo annuncio conviva con una revisione del sistema ETS che indebolisce il segnale di prezzo del carbonio e non indirizza i fondi verso l’elettrificazione industriale.

La promessa: 930 TWh già elettrificabili

Il dato dei 930 TWh non riguarda un prototipo o una proiezione di laboratorio. È il potenziale tecnico immediatamente disponibile: pompe di calore industriali, resistenze elettriche e forni a induzione possono sostituire gran parte del riscaldamento di processo sotto i 500 °C, dove la maggior parte delle lavorazioni non richiede temperature estreme. Già a febbraio 2025 la Commissione aveva introdotto un indicatore chiave di prestazione sulla quota di elettricità nel consumo finale di energia, con il 32% al 2030 come riferimento. Tra la bozza e il piano finale, però, il target del 46% è stato ammorbidito da vincolante a indicativo.

La tecnologia, insomma, c’è. Il problema non è tecnologico: è dove vanno i soldi e quale segnale arriva dal prezzo del carbonio.

Il paradosso dell’ETS: 5% dei proventi, quote fino agli anni ’40

Qui scatta il paradosso. Mentre si annuncia il raddoppio della quota elettrica, il principale strumento di finanziamento e segnale di prezzo va nella direzione opposta. Oggi solo circa il 5% delle entrate dell’ETS viene effettivamente speso per la decarbonizzazione industriale. La proposta di revisione pubblicata a luglio prevede che le quote di emissione continuino a essere emesse fino agli anni ’40, anziché terminare intorno al 2039, come avrebbero implicato le regole attuali semplicemente estese alla Fase 5.

In più, la revisione non dà priorità all’elettrificazione industriale nel Fondo per l’Innovazione collegato all’ETS né nella Banca per la Decarbonizzazione Industriale. Tradotto: i fondi che dovrebbero sostenere pompe di calore, forni a induzione e caldaie elettriche non sono indirizzati su queste tecnologie. Il World Resources Institute ha avvertito che estendere le quote gratuite e rallentare il declino dei permessi rischia di indebolire proprio il business case dell’elettrificazione pulita che il piano intendeva rafforzare. La We Mean Business Coalition ha contestato la riduzione del fattore di riduzione lineare al 3,7% e la prosecuzione delle quote gratuite, definendole un segnale misto per gli investimenti.

Il fattore di riduzione lineare è il tasso con cui il tetto complessivo delle emissioni si restringe ogni anno: portarlo al 3,7% significa lasciare più quote sul mercato, con un prezzo del carbonio tendenzialmente più basso o, comunque, meno prevedibile. Per un impianto che oggi brucia gas, il conto è diretto: se le quote restano abbondanti e gratuite, il costo della tonnellata di CO2 non preme abbastanza da rendere competitiva la bolletta elettrica delle tecnologie pulite. Il segnale di prezzo che dovrebbe spingere l’elettrificazione si spegne.

Cosa cambia per chi installa e gestisce

Per un energy manager o un installatore la domanda è una sola: quanto è affidabile il segnale per investire? Il piano del 46% dà visibilità, ma un target indicativo non obbliga nessuno. A livello di impianto, l’elettrificazione sotto i 500 °C è già tecnicamente matura: pompe di calore industriali e forni a induzione sono prodotti commerciali, non dimostratori. Il problema è il tempo di rientro dell’investimento. Un forno a induzione o una pompa di calore ha un costo di capitale superiore a una caldaia a gas: si ripaga con il differenziale tra costo dell’elettricità e quello del gas, più l’eventuale prezzo della CO2. Se il prezzo della CO2 resta basso o incerto, quel differenziale non basta.

Le dichiarazioni di World Resources Institute e We Mean Business Coalition si traducono proprio in questo trade-off. Non chiedono solo più fondi, ma condizioni di investimento vincolanti legate alle quote gratuite. Senza condizioni, il rischio è che il business case dell’elettrificazione pulita resti debole, mentre il piano puntava a rafforzarlo. Il segnale per chi firma un investimento industriale è ancora tiepido.

Chi progetta impianti dovrebbe guardare più alla revisione dell’ETS che al comunicato sul 46%. Senza un prezzo del carbonio credibile e fondi realmente indirizzati, l’elettrificazione industriale resta una promessa tecnica senza motore: i 930 TWh ci sono, manca il carburante economico per farli rendere.