Studio su sette corpi idrici: umidità interna fino al 37% in più nei moduli a terra
Immaginate di avere un laghetto o un invaso per l’irrigazione e di volerci mettere sopra dei pannelli solari galleggianti. Il dubbio più comune è: tutta quell’acqua vicina ai moduli non li fa marcire prima? Eppure, nei giorni scorsi è stato diffuso uno studio che ha analizzato dataset meteorologici pluriennali di sette corpi idrici interni e di località vicine sulla terraferma: i numeri raccontano una storia diversa da quella che molti si aspettano.
Il dubbio: l’acqua è davvero nemica dei moduli?
Il timore è comprensibile. Ma il fotovoltaico galleggiante non è più una nicchia: secondo il programma IEA PVPS, già a fine 2024 la capacità cumulativa globale dei sistemi galleggianti aveva raggiunto 9,16 GW, con 1,5 GW aggiunti nello stesso anno. Con numeri del genere, vale la pena capire se davvero l’acqua accorcia la vita dei moduli.
Un primo segnale arriva da un’analisi del Task 13 dell’IEA PVPS: non è affatto scontato che la vicinanza all’acqua garantisca moduli più freschi e produzioni più alte. L’effetto di raffreddamento dipende dal design del sistema e dalla presenza di edifici o vegetazione circostanti che possono ostacolare il vento.
Cosa dicono i dati: umidità interna, temperatura e altezza
Lo studio citato ha messo a confronto i dataset meteorologici di sette corpi idrici interni con quelli di località vicine sulla terraferma. Le temperature ambientali e dei moduli sopra acqua e terra sono risultate simili, con differenze medie assolute inferiori a 2 °C. Non è quindi l’acqua in sé a rendere i moduli molto più freschi o molto più caldi.
Il dato che smonta il luogo comune è un altro: i contenuti di umidità interni modellati erano quasi sempre più alti nei moduli a terra, indicati come GPV, rispetto a quelli galleggianti, indicati come FPV, fino al 37% in più di concentrazione media. In pratica, un modulo messo su un terreno può assorbire più umidità di uno installato su un lago o su un bacino.
Non è tutto uguale, però. Lo studio ha mostrato che variazioni nell’altezza del modulo sopra l’acqua e nell’efficienza di trasferimento termico del sistema producono differenze fino al 47% e al 42% nella concentrazione media di umidità interna. In altre parole, due impianti galleggianti possono comportarsi in modo molto diverso a seconda di come sono progettati: l’altezza dei moduli rispetto alla superficie e la capacità del sistema di dissipare calore contano più della semplice presenza dell’acqua.
Dalla ricerca alle scelte: protocolli di test e costi
Questa scoperta non resta teoria. Secondo Roosloot, lo studio può migliorare la comprensione dell’affidabilità dei moduli FPV e fornire la base scientifica necessaria per sviluppare protocolli di test specifici per il fotovoltaico galleggiante e criteri di selezione dei materiali. Entrambi, spiega, sono indispensabili per far crescere ancora il mercato.
Sul fronte dei costi, chi sviluppa impianti punta a progetti robusti ed economicamente sostenibili, a linee guida per l’installazione e alla riduzione del costo livellato dell’energia, il cosiddetto LCOE. In un contesto del genere, sapere che l’umidità non è un problema insormontabile — e che dipende in gran parte da altezza e design — cambia il modo in cui si valuta un progetto.
La prossima volta che guardate un invaso e pensate ai pannelli, non fermatevi al pregiudizio dell’acqua. Chiedete dati su altezza da terra, ventilazione e umidità interna prevista: sono quelli i parametri che fanno la differenza tra un modulo che dura poco e uno che conviene davvero.




