Il gestore della rete deve ora far fronte a picchi di produzione solare non programmabili e costosi

Lo scorso 3 giugno, intorno a mezzogiorno, il sole ha coperto il 29 per cento del fabbisogno elettrico dello stato di New York. Un numero che qualche anno fa sarebbe stato accolto come un trionfo e che invece, nelle scorse settimane, è diventato un imbarazzo tecnico: perché la rete non era stata pensata per assorbire in poche ore una quota così alta di generazione intermittente. I pannelli funzionano, eccome.
Il problema è cosa succede dopo.

L’8 GW che imbarazza la rete

All’inizio di luglio lo stato ha annunciato di aver installato otto gigawatt di energia solare distribuita — abbastanza per alimentare oltre 1,3 milioni di case e aziende. Il traguardo è stato raggiunto con largo anticipo sulla tabella di marcia e ha mobilitato circa 12,2 miliardi di dollari di investimenti privati. È un successo misurabile: nel 2025 New York aveva già installato 1,28 GW di nuovo solare in un solo anno, un record. Secondo i dati della Solar Energy Industries Association, gli investimenti solari totali nello stato hanno raggiunto 18,1 miliardi di dollari e il settore conta quasi dodicimila posti di lavoro.

Ma il record del 3 giugno ha smascherato la fragilità dell’infrastruttura. Quando il solare distribuito — impianti su tetti, parcheggi, terreni marginali — riversa elettricità in rete in modo massiccio e non programmabile, il gestore deve gestire picchi e vuoti che non dipendono dalla domanda ma dalla meteorologia. Avere otto gigawatt installati significa poterli produrre, in certe ore, quasi tutti insieme. E questo non è più solo un obiettivo di politica energetica: è un problema di ingegneria di rete che qualcuno dovrà pagare.

La scommessa del 2015

Nel frattempo, già nel 2021 il governatore Kathy Hochul aveva fissato il target di 10 GW di solare distribuito entro il 2030, accompagnandolo con un framework di incentivi gestito dal NY-Sun Program. La macchina ha funzionato meglio del previsto: nell’ottobre 2024 New York aveva già raggiunto l’obiettivo intermedio di sei gigawatt con un anno di anticipo rispetto agli impegni presi con il Climate Leadership and Community Protection Act. Politiche efficaci, tempi stretti, iter autorizzativi accorciati. Ma proprio questa velocità ha prodotto un effetto collaterale: la capacità di generazione è cresciuta più rapidamente della capacità della rete di integrarla.

L’ultimo miglio: chi paga la rete?

Se i dieci gigawatt sono ormai a un passo, il vero nodo non è più l’obiettivo. È il costo dell’ultimo miglio: l’adeguamento delle linee, lo stoccaggio, la gestione dell’intermittenza. Chi lo sosterrà? Le utility, che dovranno investire in infrastrutture senza garanzie di ritorno immediato? I consumatori, attraverso tariffe ridisegnate? Le aziende che hanno investito 12,2 miliardi di dollari contando su un quadro regolatorio che ora mostra crepe? Il tema non è nuovo, ma a New York è diventato urgente perché il successo è arrivato prima della risposta. Con otto gigawatt già installati e il target 2030 a un passo, la vera corsa ora non è più quella dei pannelli. È quella della rete.