Il mercato del carbonio europeo non funziona più

Il mercato del carbonio europeo non funziona più

L’accumulo di quote e l’incertezza politica ne hanno distorto il meccanismo originario

Già lo scorso febbraio i segnali c’erano tutti. I permessi di emissione di CO2 sul mercato europeo erano scivolati a 70-71 euro per tonnellata, il livello più basso da cinque mesi — dieci euro in meno rispetto agli 81 euro di una settimana prima, secondo i dati di mercato. Il meccanismo che doveva dare un prezzo al carbonio e spingere la transizione energetica perdeva spinta proprio quando avrebbe dovuto segnalare la direzione. Oggi, a fine giugno, un’analisi di QualEnergia firmata da Andrea Ronchi, vice-direttore del Carbon Markets Outlook 2025, mette nero su bianco la diagnosi: il sistema europeo di scambio delle quote di emissione «non funziona più come il mercato immaginato all’origine». Un mercato che era nato per fare selezione naturale tra gli operatori, premiando chi tagliava le emissioni al costo più basso, e che oggi somiglia sempre più a una tassa amministrativa. Con una differenza sostanziale: la tassa almeno dà certezze, questo mercato no.

L’architettura che non regge: surplus, riserva e rinvii

Per capire perché il prezzo del carbonio non reagisce come dovrebbe bisogna tornare all’architettura originale. L’EU ETS è nato nel 2005 come primo sistema internazionale di scambio di emissioni al mondo, lo ricorda la cronologia ufficiale della Commissione europea. Nella visione dei suoi creatori, il meccanismo avrebbe distribuito quote gratuite e lasciato che il mercato facesse il resto, con un’idea quasi darwiniana di efficienza: chi riusciva a ridurre le emissioni a costi contenuti vendeva i permessi in eccesso, chi non ci riusciva comprava. Un equilibrio spontaneo, governato dal prezzo.

Poi è arrivata la crisi finanziaria del 2008, e con essa il primo grande scossone. A partire dal 2009 un enorme surplus di quote si è accumulato nel sistema: la domanda di permessi è crollata perché la produzione industriale si è contratta, mentre un afflusso consistente di crediti internazionali — utilizzabili per la conformità fino al 2020 — ha continuato a gonfiare l’offerta. Il prezzo del carbonio è sprofondato, e con lui la capacità del mercato di orientare davvero gli investimenti. Per rimettere ordine, nel 2018 Bruxelles ha istituito la riserva di stabilità, un meccanismo pensato per assorbire le quote in eccesso e restituirle solo in caso di tensione dal lato della domanda.

Il problema, spiega Ronchi nell’analisi pubblicata oggi, è che quella riserva rischia di diventare un magazzino senza fondo. Ad aprile la Commissione europea ha proposto di fermare il meccanismo di invalidazione delle quote accumulate, lasciandole disponibili come cuscinetto per il futuro. L’intenzione dichiarata è garantire stabilità al mercato; l’effetto collaterale è che viene meno la prospettiva di una reale scarsità dei permessi. Senza scarsità, il prezzo smette di essere un segnale e diventa un costo amministrativo. Non più mercato, ma tassa — e per di più una tassa dal gettito incerto, perché esposta agli umori della politica e alle oscillazioni di un meccanismo che ha perso la sua bussola originale.

Meloni sfida Bruxelles: la carta politica che pesa sul mercato

Mentre il prezzo langue e la Commissione cerca di correggere la rotta, il governo italiano sceglie la linea dell’opposizione. L’11 giugno la premier Giorgia Meloni ha chiesto al Parlamento «un mandato chiaro» per opporsi alla riforma dell’ETS, come riporta un articolo di QualEnergia. La richiesta non è un dettaglio diplomatico: in un mercato già fiaccato da un eccesso strutturale di quote e da meccanismi che ne attenuano i segnali, l’opposizione politica alla riforma della riserva rischia di congelare l’unico intervento che, nelle intenzioni di Bruxelles, dovrebbe rimettere ordine.

Se la riforma dovesse arenarsi — e il pressing italiano potrebbe fare da apripista ad altre resistenze nazionali — lo scenario è quello di un mercato intrappolato nella sua stessa architettura: una riserva gonfia di quote che non vengono mai ritirate, un prezzo troppo basso per spingere davvero la decarbonizzazione, e un sistema che assomiglia sempre più a un’imposta mascherata. Con l’aggravante, niente affatto trascurabile, che un’imposta offre almeno certezza di gettito; un mercato che non funziona offre solo incertezza, proprio quando gli investitori avrebbero bisogno di segnali chiari per orientare miliardi di euro verso tecnologie pulite.

Il mercato europeo del carbonio è un malato cronico, e la proposta della Commissione di aprile non basterà a curarlo se la politica continua a remare contro. Il dato da osservare è se il prezzo dei permessi riesce a superare stabilmente la soglia dei 75 euro: se resta sotto, la diagnosi di Ronchi — un mercato ormai trasformato in tassa — troverà ogni giorno nuove conferme. Non è una questione per addetti ai lavori. Da quel prezzo dipende quanto costa inquinare, e quanto conviene investire in alternative pulite.

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