Seimila ore di irraggiamento accelerato hanno misurato la tenuta dei materiali incapsulanti, con risultati diversi tra loro

Il foglio di plastica che decide la durata del pannello

Un modulo fotovoltaico non è fatto solo di vetro e celle: tra i due livelli ci sono uno o più strati di materiale incapsulante, di solito EVA, cioè etilene vinil acetato. Il suo lavoro è tenere insieme gli strati, isolare le celle dall’umidità e lasciar passare quanta più luce possibile. È un componente che non compare quasi mai nei confronti tra offerte commerciali, ma è proprio lì che si gioca la tenuta nel tempo.

Negli ultimi anni, nuovi incapsulanti alternativi all’EVA, a base di poliolefine (PO), si sono rivelati molto promettenti: mostrano una trasmittanza eccezionalmente elevata, una minore permeabilità all’umidità, una maggiore resistenza alle variazioni di temperatura e proprietà dielettriche che aiutano a prevenire o ridurre l’effetto PID causato da alte tensioni. Alcuni di questi, i film di poli olefina termoplastica (TPO), non reticolano e sono anche riciclabili: a fine vita del pannello il materiale può essere recuperato più facilmente. Ma quanto protegge davvero quel foglio? La risposta arriva da una prova estrema.

Cosa succede dopo 6.000 ore sotto raggi UV

La prova non è una simulazione qualunque: i moduli sono stati invecchiati fino a 6000 ore di irraggiamento, con una dose UV pari a 1800 kWh/m². A fine settembre 2025 ENEA ha pubblicato i risultati. Il dispositivo realizzato con EVA ha mostrato una perdita di corrente di cortocircuito dell’1,4 per cento; quello incapsulato con poliolefina elastomerica (POE) ha registrato una perdita leggermente inferiore, pari all’1,1 per cento. Il dato più interessante riguarda la poliolefina termoplastica (TPO), che ha evidenziato un degrado minimo, fermo allo 0,2 per cento.

In pratica, dopo lo stesso invecchiamento accelerato, il calo nella corrente di cortocircuito è nettamente inferiore con la TPO rispetto all’EVA. È il parametro che ENEA ha scelto di misurare per confrontare il degrado elettrico dei tre materiali, e il divario tra lo 0,2 per cento della TPO e l’1,4 per cento dell’EVA racconta una storia chiara: il materiale standard perde di più, le alternative poliolefiniche tengono meglio.

Resta però un dato meccanico da non ignorare. Secondo i risultati pubblicati su pv-magazine a settembre 2025, il TPO ha mostrato la più bassa forza di delaminazione, seguito da EVA e POE: questi ultimi due richiedono forze simili una volta superati i loro intervalli di fusione. In parole semplici, il film che degrada meno dal punto di vista elettrico è anche quello che tiene meno attaccati gli strati quando le temperature salgono. Per chi progetta il pannello è una tensione da conoscere e compensare; per chi compra è il motivo per cui la scelta del materiale non può fermarsi a un solo numero.

Chi compra oggi, cosa deve chiedere

E qui entra in gioco il lato pratico per chi firma un preventivo. Il mercato degli incapsulanti si era già mosso all’inizio del decennio: secondo dati IHS Markit citati da pv-magazine nel marzo 2021, la quota degli incapsulanti POE era al 20 per cento, quasi raddoppiata rispetto all’11 per cento del 2017, con previsioni al 30 per cento entro la fine del 2022. Il punto non è rincorrere l’ultimo materiale di tendenza: è capire che il costo vero di un pannello non sta solo nel prezzo d’acquisto, ma in quanta energia riuscirà a produrre negli anni e in cosa succederà quando andrà smaltito.

La TPO offre un vantaggio concreto su entrambi i fronti: resiste meglio alla degradazione elettrica nei test di invecchiamento e, poiché non reticolando è riciclabile, semplifica la gestione a fine vita. Il compromesso sta nella forza di delaminazione, più bassa rispetto a EVA e POE. Per questo, contrariamente a quanto dicono molti venditori, la differenza non sta nel nome del materiale scritto nella scheda tecnica, ma in due domande precise da porre al fornitore: quanto tiene il pannello nel tempo sotto irraggiamento reale, e se l’incapsulante è riciclabile.

Non serve inseguire l’ultima sigla comparsa in fiera. Chi compra dovrebbe chiedere quanto il pannello tiene nel tempo e se l’incapsulante è riciclabile: è lì che si gioca il costo reale dell’energia prodotta.