La vendita in blocco dei progetti chiude un ciclo di sei anni, ma la pipeline italiana prosegue.

861 milioni di euro già raccolti, e un obiettivo di soli 500 MWp entro giugno 2027. La sproporzione tra capitale disponibile e capacità installata prevista racconta più di qualsiasi annuncio una verità scomoda: nel fotovoltaico italiano il denaro non è più il collo di bottiglia. Lo sono i permessi. La notizia, diffusa il 29 luglio, aggiunge l’ultimo tassello. Starlight ha completato il trasferimento degli ultimi asset di una piattaforma italiana di oltre 300 MW costruita in sei anni. A riceverli è Sunprime.

Secondo Stefano Pieroni, i progetti trasferiti a Sunprime — una capacità di circa 100 MWp — hanno raggiunto lo stato di ready-to-build attraverso il lavoro delle funzioni di sviluppo, tecnica, legale, finanza e corporate. In pratica, Starlight ha passato anni a individuare i siti, ottenere le autorizzazioni e preparare i cantieri. Poi ha venduto il pacchetto già pronto per costruire.

Sei anni di sviluppo, poi la vendita in blocco

Per capire la portata della decisione conviene partire da un dato di contesto. Stando a quanto ricostruito da NextEnergy Capital, Starlight ha ereditato una base di progetti in Italia e Regno Unito di circa 2,2 GW. In Italia, in sei anni, è arrivata a monetizzare 1 GW di progetti solari e di batterie su 1,3 GW completamente autorizzati. Il trasferimento degli ultimi asset chiude quella piattaforma: sei anni di sviluppo si risolvono in una vendita in blocco.

Ma non è un’uscita dal Paese. Al momento dell’annuncio, Starlight dichiarava di portare avanti un’ulteriore pipeline di circa 1,2 GW in Italia, tra solare, eolico e stoccaggio. Chi sviluppa, insomma, ha chiuso un ciclo e ne ha aperto uno più grande. Il prossimo, però, riparte dal punto più lento: le autorizzazioni.

Chi vince: i capitali che costruiscono

La risposta alla domanda “chi compra, e con quali soldi?” è nei conti di Sunprime e delle banche che la finanziano. Sunprime ha raccolto in totale 861 milioni di euro dalla Banca europea per gli investimenti, Natixis, Kommunalkredit Austria, KfW IPEX-Bank e Nord LB. Di questi, 507 milioni erano già sindacati per la fase di costruzione. Non sono capitali pazienti: sono linee di credito di banche europee che finanziano l’esecuzione, la fase che produce ricavi in tempi prevedibili.

Il piano si chiama Sophocles. Sunprime lo ha avviato nel fotovoltaico e nei sistemi di accumulo, finanziato da BEI e Natixis per 507 milioni di euro, con obiettivo di 500 MWp entro giugno 2027. Il numero va messo accanto all’altro: 861 milioni raccolti, e un traguardo dichiarato di mezzo gigawatt entro metà 2027. Non è un problema di risorse. È un problema di tempi di realizzazione.

L’aspetto più rilevante, però, è un altro. L’operazione segnala che il solare italiano si è separato nettamente in due attività: da un lato chi origina, autorizza e vende — Starlight; dall’altro chi finanzia, costruisce e gestisce — Sunprime. Entrambe risultavano avere capitali dedicati dietro di sé. Il mercato non aspetta più un unico soggetto che faccia tutto: ha costruito una catena in cui ogni anello ha il suo investitore.

Il nodo vero è il prossimo ciclo. Al momento dell’annuncio, Starlight parlava di una pipeline in sviluppo di circa 1,2 GW in Italia. Chi li realizzerà? Sunprime aveva già da spendere centinaia di milioni, ma quei progetti erano nella fase di sviluppo, non in quella di cantiere. I capitali ci sono; i megawatt pronti no.

La corsa ai permessi

La frammentazione del mercato non nasce dal caso. Nasce da un fatto semplice: chi sviluppa ha bisogno di tempo, chi costruisce ha bisogno di certezze. E il tempo dello sviluppo, in Italia, si misura in anni. Il dato di Starlight lo mostra senza giri di parole: 1,3 GW completamente autorizzati in sei anni. In media, poco più di 200 MW all’anno. Un ritmo che non dipende dalla disponibilità di finanziamenti, ma dai tempi delle autorizzazioni.

Se il denaro non accelera i permessi, il vero asset della transizione — per chi compra, costruisce o finanzia — sono i tempi burocratici. Un progetto autorizzato è un bene scarso. Chi ha i capitali deve aspettare. La domanda, a questo punto, non è se Sunprime e gli altri riusciranno a spendere gli 861 milioni. È se questa separazione tra sviluppo e costruzione accelererà davvero l’installazione di nuova capacità o si limiterà a spostare progetti autorizzati da un bilancio all’altro.

Il solare italiano non è più una corsa ai megawatt, ma una corsa ai permessi. Chi li detiene ha il potere; chi ha i capitali aspetta. Resta da vedere se la frammentazione accelererà davvero la transizione o la trasformerà in un mercato di carta.