Il tetto per singolo progetto supera quanto il programma ha erogato in cinque anni di attività

Un solo progetto può ricevere fino a 30 milioni di euro. L’intero programma, in cinque anni di vita, ne ha effettivamente erogati meno di 24. È questo il dato che accompagna il nuovo ciclo di finanziamenti tedeschi per l’idrogeno verde destinato a progetti internazionali con il coinvolgimento di imprese tedesche, di cui si è dato conto in un articolo pubblicato il 25 settembre. In altre parole: il tetto concesso a un singolo beneficiario supera quanto lo strumento ha speso dalla sua nascita.

Trenta milioni a progetto, ventiquattro in cinque anni

Il meccanismo, sulla carta, è semplice. Secondo la presentazione del bando del governo federale, le aziende possono ottenere fino a 30 milioni di euro per progetto per gli anni dal 2027 al 2030. La condizione è che il progetto venga realizzato fuori dallo Spazio economico europeo e dalla Svizzera e che garantisca un significativo valore aggiunto tedesco ed europeo. Non si tratta quindi di aiutare chi produce idrogeno in Germania,
ma di portare tecnologie tedesche nei Paesi terzi: il ministero federale dell’Economia e dell’Energia (BMWi), insieme al ministero dell’Istruzione e della Ricerca (BMBF), sostiene già la sperimentazione di tecnologie tedesche in Cile, Namibia, Ucraina, Arabia Saudita e Serbia.

Non è nemmeno la prima volta. Il secondo bando era stato pubblicato già nell’ottobre 2025, e il programma nel suo complesso ha cinque anni alle spalle. Proprio per questo il confronto tra cifre promesse e cifre pagate pesa: meno di 24 milioni di euro effettivamente erogati in tutto quel periodo raccontano uno strumento che finora ha annunciato molto più di quanto abbia trasferito. Il nuovo ciclo, peraltro, impegna risorse su un orizzonte che parte dal 2027: chi presenta domanda oggi non vedrà fondi prima di allora, nella migliore delle ipotesi. E resta una domanda di fondo: se all’estero si promettono fino a 30 milioni a progetto, che cosa resta in patria per l’industria tedesca?

Da 24,5 miliardi a meno di 2: il bilancio che si restringe

Per rispondere bisogna cambiare scala, passando dai milioni del programma estero ai miliardi del bilancio federale. La direzione, però, non cambia. Secondo l’analisi della BDEW sul bilancio federale e sull’idrogeno, l’associazione tedesca del settore energetico e idrico, la voce di spesa “Dekarbonisierung der Industrie”, cioè decarbonizzazione dell’industria, dovrebbe scendere a medio termine da 24,5 miliardi di euro a meno di 2 miliardi. La stessa BDEW accompagna la cifra con un punto esclamativo tra parentesi, che dice abbastanza sul tono della reazione. Nello stesso quadro, la pianificazione finanziaria di medio termine della Nationale Wasserstoffstrategie, la Strategia nazionale sull’idrogeno, viene ridotta a un terzo.

Qui conviene distinguere i piani. Un bando è un annuncio con regole precise, ma i soldi che contano per un’impresa sono quelli che arrivano sul conto. La pianificazione di medio termine non è ancora spesa effettiva, ma è il documento su cui le aziende costruiscono le proprie previsioni di investimento: se dice che la decarbonizzazione industriale perderà oltre il 90 per cento delle risorse e che la strategia sull’idrogeno ne perderà due terzi, il segnale al mercato è chiaro. E stride con l’immagine di un Paese che apre nuovi canali di finanziamento per progetti in Cile o in Namibia.

Le due cose non sono necessariamente in contraddizione contabile: i 30 milioni a progetto sono una frazione minima rispetto ai miliardi tagliati. Sono però in contraddizione politica. Da un lato la Germania si presenta come partner tecnologico per l’idrogeno verde nel mondo, dall’altro riduce gli strumenti con cui dovrebbe trasformare la propria base industriale, quella che di quell’idrogeno dovrebbe essere la prima cliente. Per un’impresa che deve decidere oggi se costruire un impianto, la credibilità di una politica si misura su questa coerenza più che sul singolo bando.

In Europa la domanda c’è, i soldi no

Con meno risorse in casa, la Germania prova a restare in partita anche attraverso gli strumenti europei. Ed è da Bruxelles che il problema si vede dal lato opposto, quello della domanda. Secondo la Commissione europea sulla European Hydrogen Bank, la terza asta ha attirato 58 offerte da 11 Paesi, con richieste superiori di oltre sei volte al budget disponibile di 1,3 miliardi di euro. Spagna e Germania partecipano tramite il meccanismo Auctions-as-a-Service, che permette agli Stati di finanziare con fondi propri i progetti rimasti esclusi dalla graduatoria europea, aggiungendo altri 1,7 miliardi di euro di risorse nazionali.

Il quadro che ne esce è quasi speculare. In Europa ci sono più progetti pronti di quanti se ne riescano a pagare; in Germania c’è un programma che promette tetti generosi ma in cinque anni ha erogato meno di quanto oggi offre a un singolo beneficiario, mentre la pianificazione interna si restringe. Le imprese, tedesche e partner nei Paesi terzi, restano in mezzo. Per chi risponde al nuovo bando la questione è concreta: conterà di più il tetto di 30 milioni scritto nell’avviso o la cassa effettivamente disponibile tra il 2027 e il 2030? Finché i bilanci di medio termine diranno il contrario degli annunci, il dubbio che questi bandi siano più una vetrina che uno strumento di politica industriale sarà difficile da dissipare.