La bonifica dell’area è completata e 349 lavoratori attendono la nuova produzione di componenti solari
Per mesi, varcare il cancello di via Argine, nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, è stato un tuffo al cuore per centinaia di famiglie. Poi il silenzio, gli stabilimenti vuoti, e quell’assordante domanda su cosa ne sarebbe stato di un pezzo importante della storia industriale di Napoli. Nei giorni scorsi, però, là dove un tempo si fabbricavano lavatrici e frigoriferi, è stato ufficialmente concluso un passaggio meno visibile ma fondamentale: la bonifica dell’area ex Whirlpool di via Argine. Con la pulizia dei suoli terminata, la fabbrica può voltare pagina e prepararsi a produrre inseguitori solari, trasformatori e altri componenti tecnologici. La transizione ecologica, qui, non è un dibattito astratto: è un’occasione concreta per rimettere in moto il lavoro di 349 persone.
Dai frigoriferi ai pannelli: la fabbrica rinasce
Per capire il sollievo di questi giorni bisogna tornare indietro di qualche anno. Era il primo dicembre 2021 quando i sindacati e Whirlpool raggiunsero un accordo sulla definitiva chiusura della fabbrica di San Giovanni a Teduccio e sul licenziamento di 321 lavoratori. Una doccia fredda per un territorio già segnato dalla deindustrializzazione. Di quei 321, in 317 accettarono l’indennizzo proposto dall’azienda, che ammontava a 95 mila euro a testa, mentre soltanto 4 scelsero di trasferirsi nello stabilimento di Cassinetta di Biandronno, in provincia di Varese, con un bonus di 25 mila euro per coprire le spese di trasloco. Il resto è stato un lungo periodo di attesa, in cui il futuro sembrava appeso a un filo.
Quel filo, però, non si è spezzato. Già nell’ottobre 2023, 312 lavoratori ex Whirlpool erano stati riassunti da TeaTek, la controllata operativa che ha rilevato l’area. Oggi, dopo la bonifica, il numero dei dipendenti è destinato a salire ancora. Varcare quei cancelli non significa più tornare a un passato di elettrodomestici, ma costruire un futuro che profuma di acciaio, silicio e pannelli solari. Dentro quelle mura non si monteranno più lavatrici, ma tracker solari, power skid e trasformatori: componenti industriali pesanti, essenziali per i grandi parchi fotovoltaici che stanno nascendo in tutta Italia. È la classica storia di chi ha sfiorato la catastrofe e ora può guardare avanti con un po’ più di ottimismo. Ma la vera domanda è un’altra: sarà un’operazione in grado di reggersi sulle proprie gambe anche quando i riflettori si spegneranno?
Il piano: 93 milioni e lo Stato in campo
Dietro questa storia c’è un’operazione industriale complessa, che mescola capitali privati e mano pubblica in una formula che il governo ha rivendicato come un modello. Il piano industriale prevede investimenti produttivi per 93 milioni di euro. Un bel gruzzolo, che serve a riconvertire le linee produttive e a dotare lo stabilimento dei macchinari necessari per competere in un mercato, quello della componentistica per rinnovabili, affamato di qualità ma anche di prezzi stracciati. Lo scorso febbraio, Invitalia ha perfezionato il proprio ingresso nel capitale di Igf (Italian Green Factory), la società che sta dietro l’operazione, con una quota del 49%. Lo Stato, insomma, ha messo un piede pesante nell’iniziativa, con l’obiettivo esplicito di non lasciare indietro nessuno.
L’asticella occupazionale è chiara: il piano prevede il pieno reintegro di 294 ex dipendenti Whirlpool già assunti a partire dal 31 ottobre 2023 e l’assunzione di 55 nuove risorse, per un totale di 349 addetti. Numeri che si traducono in volti e stipendi veri in un quartiere complicato. Sul fronte dei ricavi, l’ambizione non è da meno: Tea Tek, il braccio operativo, prevede di avviare la produzione per imporre Igf come leader nel mercato italiano delle energie rinnovabili, con un fatturato a regime superiore ai 150 milioni di euro. «Diamo nuova vita a un sito simbolo della crisi industriale trasformandolo in un polo d’eccellenza per il fotovoltaico e la transizione verde», aveva dichiarato il ministro Adolfo Urso. Parole di incoraggiamento che, tuttavia, si scontrano con un contesto europeo che è tutto tranne che rassicurante. Mentre a Napoli si assumono e si bonifica, nel resto d’Europa il settore solare vacilla paurosamente.
Il nemico cinese e il paradosso del fotovoltaico europeo
La scommessa napoletana si gioca su un campo minato. È un dato di fatto, certificato dalla stessa associazione dei produttori del settore: i produttori solari europei stanno affrontando una crisi esistenziale. La ragione è semplice e brutale: il dominio cinese sui prezzi e la conseguente caduta libera del valore dei moduli. Fare pannelli, o anche solo i componenti per farli funzionare al meglio, costa caro in Europa. Energia, manodopera e materie prime hanno un prezzo reale, mentre la concorrenza asiatica può inondare il mercato con prodotti finiti a costi così bassi che nessuna azienda occidentale riesce a tenere il passo senza un supporto politico costante.
Un esempio fa più di mille analisi. Meyer Burger, il più grande produttore tedesco di moduli solari, ha prodotto il suo ultimo pannello a marzo 2024. Ha chiuso. Non una start-up qualunque, ma un colosso con stabilimenti in Germania, che avrebbe dovuto incarnare il sogno del rilancio manifatturiero verde europeo. È stato spazzato via dal dumping dei prezzi. Questo significa che la fabbrica di via Argine nasce e cresce in un ecosistema economico dove il rischio di essere marginalizzati dai listini stracciati dei concorrenti globali è permanente.
Ecco il paradosso. Installare pannelli solari non è mai stato così conveniente per chi compra: il prezzo dei moduli è crollato, il tempo di rientro per un impianto domestico si è accorciato, e le comunità energetiche rinnovabili trovano finalmente convenienza economica senza dover mendicare incentivi a pioggia. Non è moralismo ecologico, è puro calcolo del portafoglio: con i prezzi attuali, chi spende qualche migliaio di euro per un impianto fotovoltaico sul tetto può rientrare dell’investimento in cinque o sei anni, e poi produrre energia quasi gratis per il resto della vita dei pannelli. Ma questo crollo dei prezzi, che per il consumatore è una manna, è esattamente la mazzata che mette in ginocchio chi quei componenti vuole produrli in Italia o in Germania anziché a Shanghai. Se l’Europa vuole mantenere un presidio industriale come quello di Napoli, non può pensare che basti la sola virtù del made in Italy a tenere in piedi i conti. Servono regole chiare sugli appalti pubblici, sui criteri di sostenibilità e, sì, anche sulla tracciabilità della filiera di chi vende i moduli in Europa.
Per i 349 lavoratori di via Argine, la sfida è appena iniziata. La transizione verde non è uno slogan: è un’occasione concreta per rimettere insieme stipendio e dignità in un quartiere difficile. Ma va difesa ogni giorno, a partire dalle scelte di chi acquista un pannello e dalla capacità della politica di non lasciare sole le fabbriche quando il mercato si fa spietato.




