Il Portogallo e il Regno Unito hanno annunciato nuovi piani per lo stoccaggio idroelettrico
L’anno scorso, nei Paesi Bassi, in Germania, Svezia, Spagna, Belgio e Francia l’energia elettrica è stata ceduta a prezzo zero — o sottozero — per più di 500 ore di prezzi negativi. Non è un errore di contatore: il sistema ha pagato per sbarazzarsi dell’elettricità prodotta in eccesso, e lo ha fatto centinaia di volte. È il segno più evidente di una transizione che procede a velocità diverse: da una parte la capacità rinnovabile cresce, dall’altra lo stoccaggio non tiene il passo.
La notizia non è il dato in sé, che gli operatori conoscono già. La notizia è ciò che sta accadendo nelle ultime settimane, mentre i governi europei mettono finalmente lo stoccaggio di lunga durata — e in particolare il pompaggio idroelettrico — al centro delle proprie strategie energetiche. È di pochi giorni fa un aggiornamento del quadro globale dell’International Hydropower Association che consente di leggere insieme annunci, numeri e ritardi in modo più chiaro.
500 ore di prezzi negativi: il sintomo che nessuno può ignorare
Chi opera nel settore sa che il prezzo orario dell’elettricità segue l’incontro tra domanda e offerta. Quando c’è troppo sole e troppo vento, e la rete non è in grado di assorbire l’energia o di spostarla altrove, il valore scende. L’anno scorso il fenomeno ha assunto una dimensione inedita: insieme alle 500 ore di prezzi negativi, la riduzione forzata della produzione solare ed eolica — il cosiddetto curtailment — ha toccato livelli record. Buttare via elettricità pulita è un costo opportunità che nessun sistema può permettersi a lungo.
Il problema non è nuovo, ma è diventato strutturale. La mancanza di flessibilità non legata ai combustibili fossili e la carenza di stoccaggio di lunga durata sono ormai il vero collo di bottiglia della transizione energetica europea: limitano l’integrazione delle rinnovabili, mettono a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti e, nei fatti, rendono l’energia meno accessibile. Non si tratta più soltanto di installare nuovi pannelli o pale: senza una capacità di accumulo all’altezza, ogni megawattora in più rischia di diventare un costo anziché un’opportunità. Di fronte a questi numeri, i governi iniziano a muoversi.
La risposta: piani e promesse da Lisbona a Londra
Il segnale più nitido è arrivato lo scorso 29 giugno, quando il Portogallo ha presentato la sua nuova strategia nazionale per lo stoccaggio. Per la prima volta un documento ufficiale portoghese riconosce esplicitamente il ruolo dello stoccaggio di lunga durata nel sostenere l’integrazione delle fonti rinnovabili, ridurre il curtailment, rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e contenere i costi di sistema. Non è una dichiarazione di principio generica: il piano fissa obiettivi precisi. La capacità di pompaggio idroelettrico portoghese — il metodo più maturo ed economico per accumulare grandi quantità di energia — dovrebbe passare dagli attuali 3,5 GW a 3,9 GW entro il 2030, per raggiungere 5,26 GW nel 2040.
Pochi giorni prima, il 26 giugno, il regolatore britannico Ofgem aveva compiuto un passo altrettanto concreto. Ha annunciato il passaggio del programma di sostegno allo stoccaggio elettrico di lunga durata dalla fase di valutazione dell’ammissibilità alla selezione vera e propria dei progetti, pubblicando una lista provvisoria degli interventi che potranno accedere al regime cap-and-floor britannico. Il momento è significativo perché il Regno Unito non costruisce un nuovo impianto di pompaggio da quarant’anni; se si allarga lo sguardo a qualunque tecnologia di stoccaggio di lunga durata su larga scala, il digiuno dura da circa mezzo secolo.
Accanto ai singoli annunci, il rapporto World Hydropower Outlook 2026 dell’International Hydropower Association (IHA) fornisce la cornice. Nel 2025 in Europa sono stati aggiunti 1.533 MW di nuova capacità idroelettrica, di cui 725 MW di pompaggio puro. Non è un’inezia, ma resta una frazione di quello che servirebbe: secondo il monitoraggio dell’IHA, il parco progetti identificato in Europa per il solo pompaggio ha ormai raggiunto i 59 GW, ai quali si aggiungono altri 8 GW di idroelettrico convenzionale. Che la pipeline sia cresciuta è una buona notizia; la domanda è quanta parte di quei gigawatt riuscirà a trasformarsi in impianti reali, superando ostacoli autorizzativi, finanziamenti e conflitti territoriali.
Il mondo corre più veloce: 243 GW in costruzione
Mentre l’Europa mette a punto strategie e stila graduatorie, altrove si costruisce. Secondo i dati ripresi da PowerMag, la capacità globale di pompaggio idroelettrico ha ormai superato i 200 GW, e sono in costruzione altri 243 GW di nuova capacità in diverse regioni del pianeta. Il confronto con la pipeline europea di 59 GW — che per definizione include progetti in fasi molto diverse, dalla proposta iniziale al cantiere — dà la misura di quanto il resto del mondo stia investendo con un altro passo. Il rischio, per l’Europa, non è solo quello di accumulare ritardo nella decarbonizzazione: è quello di scoprirsi dipendente da tecnologie di flessibilità sviluppate altrove, dopo aver costruito un sistema elettrico ricco di rinnovabili intermittenti ma privo dei polmoni per gestirlo.
Nei prossimi mesi la differenza la farà un numero solo: quanti dei 59 GW di pompaggio attualmente sulla carta inizieranno davvero a prendere forma. Perché i prezzi negativi non sono un incidente di percorso — sono il termometro di un sistema che produce più di quanto sappia conservare. E nel 2025 il termometro ha superato quota 500 ore.




