Il ritardo nelle aste Fer 2 mette a rischio 31 miliardi di investimenti e 400mila posti di lavoro
In una giornata di vento nel Mare del Nord, le pale eoliche girano a pieno ritmo e i contatori dell’elettricità corrono. Nel Mediterraneo, invece, il vento soffia quasi invano: l’Italia ha i progetti, le aziende sono pronte, ma il decreto che dovrebbe far partire le gare per l’eolico offshore è fermo da mesi. La revisione del decreto Fer 2 è ancora in fase tecnica: Alessandro Noce, direttore generale Mercati e infrastrutture del Mase, ha spiegato al summit dell’Anev che il lavoro «dovrebbe terminare nelle prossime settimane» e che il ministero pensa di concludere «a brevissimo» l’analisi degli ultimi contributi arrivati dagli operatori per poi sottoporre il testo al ministro.
Eppure, appena oltre le Alpi, la Francia non perde tempo: ha già lanciato gare per 10 GW di eolico offshore. La differenza tra i due Paesi non è solo una questione di date sul calendario, ma di miliardi di euro e centinaia di migliaia di posti di lavoro che rischiano di prendere il volo verso chi si muove più in fretta.
Francia avanti tutta, Italia in attesa
Lo scorso 12 giugno il Mase ha messo sul tavolo una proposta con tariffe differenziate: 160 euro al MWh per l’eolico palificato, 185 euro per il flottante. La riforma del Fer 2 prevede anche aste separate per le due tecnologie. Il negoziato con la Commissione europea, passaggio indispensabile per dare operatività al nuovo strumento, non inizierà prima della pausa estiva. Nel frattempo gli uffici del ministero contano di chiudere la fase preparatoria e mandare il testo al ministro. Cosa ha bloccato l’Italia tutto questo tempo? La risposta è semplice: la paura di caricare costi sulle bollette. Ma guardando i numeri, il vero costo è un altro.
Il conto salato del ritardo
Il ritardo nell’avvio delle aste Fer 2 ha già messo a rischio 31 miliardi di euro di valore aggiunto e 400.000 posti di lavoro. Non si tratta di proiezioni astratte: sono soldi che la filiera italiana — imprese metalmeccaniche, cantieristica navale, servizi di ingegneria, manutenzione — potrebbe incassare se le torri cominciassero a essere installate, e stipendi che altrettante famiglie potrebbero portare a casa. Ogni mese di stallo allontana questa prospettiva e rende più concreto il rischio che gli investimenti vengano dirottati altrove.
Secondo il presidente di Aero, Mamone Capria, i continui ritardi nel processo Fer 2 — che in questo momento è ancora in fase di revisione — rischiano di spingere gli investimenti eolici offshore verso altri Paesi del Mediterraneo. Tradotto: i capitali internazionali non aspettano, vanno dove trovano regole chiare e tempi certi. Se l’Italia resta ferma, le pale eoliche sorgeranno comunque, ma davanti alle coste di qualcun altro.
E se gli investimenti prendessero il volo?
La Francia, intanto, ha già risposto. La settimana scorsa la Commission de Régulation de l’Énergie ha lanciato il decimo bando di gara AO10 per l’eolico offshore: 11 progetti per circa 10 GW complessivi, con l’obiettivo di un prezzo medio ponderato di aggiudicazione inferiore a 100 euro a MWh — una cifra che fa impallidire le nostre tariffe agevolate. Parigi punta a 15 GW di eolico offshore entro il 2035 e a 45 GW entro il 2050. Numeri che significano cantieri, imprese locali coinvolte, energia prodotta a costi competitivi per i consumatori francesi.
Il decreto Fer 2 è atteso a breve, ma il tempo perso ha già un costo. Quando e se le aste si apriranno, la sfida per le imprese italiane sarà farsi trovare pronte. Il vento dell’offshore soffia forte, ma l’Italia rischia di restare a guardare. Se il decreto non arriva in tempo, a guadagnarci saranno altri.




