Il segno negativo emerge da un esperimento su 812 intervistati e riflette l’eredità dei referendum del 1987 e del 2011

C’è un prezzo preciso per ogni punto percentuale di capacità installata: +1,40 euro per il fotovoltaico, +2,65 per l’idroelettrico, -3,69 per il nucleare. Non sono costi di impianto, ma disponibilità a pagare. Lo scorso luglio, a misurarla, è stato un esperimento di scelta discreta su 812 intervistati condotto da un team di ricerca internazionale per analizzare le preferenze relative alle diverse fonti energetiche in Italia. Il segno meno davanti al nucleare è il dettaglio tecnico che spiega tutto il resto.

Il prezzo della preferenza: +2,65 idro, -3,69 nucleare

Un esperimento di scelta discreta funziona così: agli intervistati vengono proposte alternative di mix energetico con attributi diversi — quota di rinnovabili, fonte prevalente, continuità della fornitura — e un costo annuale associato. Dalle scelte ripetute si estrae la disponibilità a pagare per ciascun attributo, isolando l’effetto di ogni variabile dalle altre.

I numeri raccontano una gerarchia netta. Il fotovoltaico risulta una delle fonti più apprezzate, con una disponibilità media a pagare di 1,40 euro per ogni punto percentuale aggiuntivo di capacità installata. Ancora più elevata la valutazione dell’idroelettrico, pari a 2,65 euro per punto percentuale di capacità installata. Il nucleare registra la disponibilità a pagare più bassa: -3,69 euro per punto percentuale di capacità installata. In pratica, per aggiungere un punto di nucleare al mix elettrico gli intervistati non chiedono uno sconto, ma quasi un risarcimento.

C’è anche un dato sulla continuità: gli intervistati sarebbero disposti a pagare in media 3,30 euro per evitare dieci minuti di interruzioni annuali della fornitura. Non è un dettaglio marginale: misura quanto vale, in euro, la percezione di affidabilità del servizio. Ma il dato che domina la lettura è il segno negativo del nucleare. Perché l’unica voce in negativo? La risposta non sta nei costi di generazione.

Il segno meno ha una data: 1987 e 2011

Il dato -3,69 non è un capriccio statistico. L’energia nucleare è stata eliminata in Italia dopo un referendum del 1987, svoltosi sulla scia del disastro di Chernobyl. Nel novembre di quell’anno, circa il 65% degli aventi diritto votò e l’80% dei votanti si espresse a favore dell’abolizione delle leggi che consentivano la costruzione di nuove centrali nucleari. La scelta è stata confermata nel 2011, dopo l’incidente di Fukushima, con un secondo referendum. La memoria referendaria non si è dissolta: il valore negativo registrato dall’esperimento è, in sostanza, il prezzo di una decisione che risale a quasi quarant’anni fa.

Il divario del PNIEC: benefici percepiti contro costi reali

Il giudizio negativo sul nucleare non risolve il problema. Entro il 2030 l’Italia mira a installare 131 gigawatt di capacità rinnovabile, principalmente da solare — 79 GW — ed eolico — 28 GW. Il piano, incardinato nel PNIEC, ha numeri ambiziosi. Ma i numeri della disponibilità a pagare dicono un’altra cosa: la disponibilità a pagare aggregata delle famiglie italiane per il mix elettrico del 2030 è inferiore ai livelli di investimento stimati nel piano.

Il divario tra benefici percepiti — ciò che le famiglie dichiarano di voler pagare — e costi stimati è il nodo centrale. Non è una condanna del PNIEC, ma un chiarimento sulla natura del problema: la tecnologia c’entra fino a un certo punto. Distribuire gli investimenti previsti dal piano nel tempo, invece di concentrarli nella finestra che scade al 2030, può portare costi e benefici in migliore equilibrio.

Per chi installa o gestisce impianti, il messaggio operativo è duplice. Il fotovoltaico e l’idroelettrico hanno una disponibilità a pagare che va oltre il costo vivo del kilowattora: vendono energia, ma in parte vendono anche preferenza e accettabilità. Il nucleare, al contrario, resta una voce in negativo che nessun ragionamento sul costo di generazione sembra compensare nel breve periodo. La sfida del PNIEC non è tecnica, ma di timing e di prezzo: ripartire gli sforzi su una scala temporale più lunga riduce l’attrito tra ciò che le famiglie sono disposte a sostenere e ciò che il piano prevede di spendere.