L’energia in eccesso dei parchi eolici del Mare del Nord potrebbe alimentare i data center direttamente in mare, senza passare
Ogni volta che il vento del Nord soffia più forte del previsto, qualcosa di paradossale accade: i grandi parchi eolici offshore producono troppa energia per la rete tedesca, e i gestori sono costretti a fermare le turbine. Milioni di chilowattora che potrebbero alimentare case e fabbriche finiscono nel nulla. Intanto, a terra, le aziende che vogliono costruire un data center per l’intelligenza artificiale aspettano fino a dieci anni per un allacciamento. Lo scorso 18 giugno, come spiega l’annuncio ufficiale di Project Enki, è stata presentata una risposta che arriva direttamente dal mare.
Il paradosso della troppa energia
Il problema è noto da tempo agli operatori della rete. Già nel corso del 2024, come ha segnalato Tim Meyerjürgens, la congestione nella rete elettrica onshore tedesca ha portato a spegnimenti sempre più frequenti di grandi parchi eolici nel Mare del Nord. Quando il vento è abbondante, l’infrastruttura di trasmissione non riesce a portare tutta l’energia a terra: il risultato è che le pale si fermano e l’elettricità pulita viene semplicemente persa.
Le cifre danno la misura dello spreco: secondo i calcoli di Project Enki, con l’energia rinnovabile che non siamo riusciti a trasmettere a terra si sarebbero potute alimentare 18 milioni di case per un anno intero. Numeri che pesano ancora di più se si pensa che, negli hub europei più congestionati, collegare un nuovo data center alla rete richiede in media tra i sette e i dieci anni di attesa. Lo ha quantificato un’analisi di Ember, che pure indica come esistano opzioni per tagliare quei tempi fino a un solo anno, a patto di una pianificazione aggressiva della rete. Ma per le imprese che oggi bussano alla porta dei gestori, la realtà è fatta di code lunghissime e costi crescenti.
E non è solo questione di elettricità. I data center tradizionali, quelli costruiti a terra, usano acqua di rubinetto per raffreddare i server: un processo che sostanzialmente la fa evaporare, sprecandola. In un continente che affronta estati sempre più secche, non è un dettaglio trascurabile. Ma se invece di spegnere le turbine e sprecare acqua dolce, collegassimo i computer direttamente in mezzo al mare?
Il data center che naviga verso il vento
Dalla frustrazione dello spreco e delle attese, Project Enki ha sviluppato un’intuizione semplice: avvicinare i clienti alla fonte. L’idea è costruire data center per l’intelligenza artificiale direttamente in mare, accanto ai parchi eolici offshore, in modo che l’energia venga usata sul posto invece di perdersi nei colli di bottiglia della rete onshore. Paul Kunneman, coinvolto nel progetto, lo ha spiegato chiaramente: «Stiamo utilizzando energia eolica che altrimenti non verrebbe generata o pienamente utilizzata». Una frase che riassume la scommessa: prendere ciò che oggi è uno scarto del sistema elettrico e trasformarlo nella risorsa più preziosa per chi ha bisogno di potenza di calcolo.
Il vantaggio non è solo energetico. Saltare la connessione alla rete di terra significa azzerare i tempi di attesa di cui parlava Ember. Per un’azienda che oggi prenota un allacciamento e si sente rispondere “fra sette-dieci anni”, poter entrare in funzione in una frazione di quel tempo cambia completamente i piani industriali. E il raffreddamento? L’acqua di mare risolve il problema senza toccare le riserve idriche che servono alle città. Project Enki lo mette nero su bianco: molti data center onshore sprecano acqua potabile facendola evaporare; in mare, quel problema semplicemente non esiste.
La logica è quella di chi, invece di costruire condotte sempre più lunghe per portare l’energia dove servirebbe, sposta la fabbrica direttamente dove l’energia abbonda. Un po’ come se, anziché trasportare il grano per chilometri, costruissimo il mulino accanto al campo. Una soluzione che non richiede nuovi miracoli tecnologici, ma solo la decisione di andare dove il vento soffia già, inutilizzato.
Mare mosso per la concorrenza
L’Europa non è sola in questa corsa. Mentre Project Enki muove i primi passi, la cinese HiCloud ha già superato la fase di test. Il primo data center sottomarino commerciale al mondo è stato lanciato da HiCloud nel 2023 a Hainan, isola tropicale nel sud della Cina, e pochi giorni prima dell’annuncio di Project Enki la stessa azienda ha avviato l’operazione commerciale di un data center sottomarino da 24 megawatt alimentato a vento al largo di Shanghai. Non si parla più di prototipi sperimentali come il Project Natick di Microsoft, ma di servizi attivi e paganti. Il fatto che la Cina sia già in fase commerciale mentre in Europa si discute ancora di colli di bottiglia della rete dovrebbe far riflettere chi teme che la soluzione offshore sia fantascienza: è già realtà, solo che per ora galleggia dall’altra parte del mondo.
Per le imprese europee che oggi aspettano anni per un data center, il mare potrebbe offrire una scorciatoia concreta: energia pulita già disponibile, tempi di allacciamento che crollano e un modello operativo che, se replicato su scala, cambierebbe il modo in cui pensiamo all’infrastruttura digitale. Non serve immaginare scenari futuristici: i parchi eolici già ci sono, l’energia sprecata pure, e la tecnologia per mettere i server in mare è stata testata. Quella di Project Enki non è una curiosità tecnologica, ma una scelta pratica che riscrive i tempi e i costi per chi ha bisogno di far girare l’intelligenza artificiale senza aspettare il prossimo decennio.




